Neutralità, prassi attuale è nell’interesse della Svizzera
La Svizzera non ha bisogno di una "nuova neutralità" che restringerebbe in maniera eccessiva il suo margine di manovra, impedendo al Paese di rispondere adeguatamente alle nuove crisi, sempre diverse le une dalle altre.
(Keystone-ATS) Questo il succo dell’intervento del “ministro” degli affari esteri Ignazio Cassis, in occasione del lancio della campagna di voto in vista della consultazione del 27 di settembre prossimo sull’iniziativa detta della neutralità promossa da Pro Svizzera e da alcuni membri dell’UDC.
Questo testo chiede di iscrivere nella Costituzione una definizione di neutralità, esigendo che Berna non aderisca ad alcuna alleanza militare o di difesa, salvo in caso di attacco diretto contro la Svizzera. L’iniziativa vuole che la Confederazione rinunci a sanzioni nei confronti di Stati belligeranti, a meno che vengano decise dall’ONU, al contrario di quanto fatto con la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina.
Neutrali ma non rigidi
Nel corso del suo intervento, il consigliere federale ha rammentato che la Svizzera era, è e rimarrà neutrale, una condizione riconosciuta a livello internazionale da oltre un secolo e iscritta nelle Convenzioni dell’Aia del 1907. L’obiettivo? Preservare l’indipendenza, la sicurezza e la libertà del Paese.
La neutralità, ha sottolineato il ticinese, non è però un fine in sé, ma uno strumento per raggiungere questi obiettivi. La neutralità è uno strumento che viene applicato in maniera intelligente e responsabile, soppesando gli interessi in gioco, per rispondere alle crisi del momento, sempre diverse le une dalle altre.
Per questo diciamo quale Consiglio federale, ha aggiunto Cassis, che non abbiamo bisogno di una “nuova” neutralità, che instilla un sentimento di falsa sicurezza, perché la rigidità della sua definizione restringerebbe in maniera eccessiva il margine di manovra delle autorità. La neutralità non può essere applicata in modo automatico, ma esige che ci si addossi le proprie responsabilità.
Quanto ai buoni uffici che la Svizzera deve mettere a disposizione della comunità internazionale come chiede l’iniziativa, ebbene questo è un compito che già svolgiamo, offrendo la nostra mediazione, accogliendo sul nostro Paese organizzazioni internazionali, rappresentando gli interessi di altri Paesi, organizzando conferenze di pace, ha rammentato il capo del Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE). Tutto ciò, ha aggiunto, avviene grazie alla nostra neutralità, non nonostante essa. La nostra credibilità come Paese neutrale riposa sull’affidabilità, non sulla rigidità, ha asserito.
La sicurezza non si improvvisa
Citando il testo dell’iniziativa, secondo cui Berna non deve aderire ad alcuna alleanza militare o di difesa salvo in caso di attacco diretto contro la Svizzera o di preparativi per un attacco, il Segretario di Stato della politica di sicurezza, Markus Mäder, ha sostenuto che la sicurezza e la difesa del nostro Paese, specie in un frangente attuale caratterizzato da forti sviluppi tecnologici e dalla difficoltà di prevedere le minacce, “non si improvvisa”.
Già ora, nel pieno rispetto della neutralità, di cui i nostri partner sono consapevoli, ha sottolineato, la Svizzera coopera con gli Stati confinanti, con l’Ue e con la Nato, per rafforzare la propria sicurezza e prontezza in caso di necessità.
La Svizzera, che non ha assunto alcun obbligo nei confronti di questi soggetti, approfitta enormemente da decenni di questa collaborazione. L’iniziativa, invece, restringerebbe eccessivamente il nostro margine di manovra in materia di difesa: l’interoperabilità a livello di materiale bellico, procedure e processi di pianificazione non si improvvisa, ha fatto notare l’alto funzionario.
Questa collaborazione può far desistere un potenziale avversario dall’attaccarci, visto che in caso effettivo la Svizzera può contare su altri partner. “Con l’iniziativa, invece, la capacità di difesa verrebbe indebolita”, ha affermato il Segretario di Stato.
Nessuna incompatibilità
A parere dell’ambasciatore Simon Plüss, attivo in seno alla Segreteria di Stato dell’economia (SECO), il diritto della neutralità non impedisce l’adozione di sanzioni. Queste ultime, ha dichiarato, sono uno strumento importante della nostra politica estera allo scopo di reagire a gravi violazioni del diritto internazionale. La Svizzera, come piccolo Stato, approfitta del fatto che le regole internazionali vengano rispettate, ha specificato Plüss.
Stando alla legge sugli embarghi, la Svizzera adotta le sanzioni stabilite dalle Nazioni Unite, come chiede l’iniziativa, ma può anche adottarne se emanate dai nostri principali partner, come l’Ue, in caso di gravi violazioni del diritto internazionale. In questo caso, il Consiglio federale, si basa per prendere una decisione su criteri giuridici, di politica estera e di politica economica estera.
L’iniziativa non vuole tutto questo. Ebbene, anche in questo caso, secondo Plüss l’iniziativa restringe eccessivamente il margine di manovra della Svizzera. È vero, ha ammesso, che la Confederazione può adoperarsi affinché il nostro Paese non venga usato per aggirare le sanzioni, “ma nella prassi si tratta di un esercizio la cui applicazione creerebbe insicurezza giuridica, pesando eccessivamente sulle nostre imprese a causa dei costi aggiuntivi, con conseguenze negative sulla concorrenzialità della nostra economia”.
Pericolo isolamento
Inoltre, ha aggiunto il funzionario della SECO, la Svizzera rischierebbe di rimanere isolata a livello internazionale. Oggi invece possiamo preservare la neutralità, assumendoci le responsabilità per il mantenimento dell’ordine internazionale.
Per quanto attiene alla industria degli armamenti, ha spiegato, la mancata ripresa delle sanzioni europee verrebbe percepita come poco solidale. Potremmo inoltre attenderci difficoltà sia a livello di esportazione di materiale bellico, specie verso il mercato europeo, sia a livello di importazioni.
Elettori ancora incerti
Il 31 luglio scorso, secondo un primo sondaggio di YouGov Svizzera, non emergeva ancora una tendenza chiara in merito a questo oggetto. Se il voto si fosse tenuto il giorno della pubblicazione dell’inchiesta, l’iniziativa sulla neutralità avrebbe ottenuto il 40% di sì contro il 38% di no. Circa il 22% degli intervistati, tuttavia, non era ancora in grado o non voleva prendere posizione.
Il sondaggio aveva messo in evidenza anche differenze a seconda delle regioni linguistiche e delle preferenze partitiche. L’iniziativa sulla neutralità raccoglieva più consensi nella Svizzera romanda e in Ticino che nella Svizzera tedesca. Non sorprende che sia ampiamente sostenuta dall’elettorato dell’UDC, mentre quello dei Verdi la respinge a maggioranza.
Il sondaggio era stato condotto online tra il 15 e il 27 luglio su un campione di 1’229 persone rappresentative della popolazione svizzera avente diritto di voto.