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Nestlé: “non vogliamo trasferire produzione Nespresso negli Usa”

Keystone-SDA

Malgrado i dazi imposti dagli Stati Uniti, Nestlé non ha intenzione di trasferire dalla Svizzera all'estero la produzione delle capsule Nespresso: lo afferma il presidente della direzione Philipp Navratil, dal settembre scorso alla testa del gigante alimentare.

(Keystone-ATS) Il gruppo sta ancora valutando se i dazi saranno rimborsati dal governo americano, spiega il dirigente di 50 anni (appena compiuti) in un’intervista pubblicata oggi dall’Aargauer Zeitung. Non si è però mai parlato di un trasloco degli impianti. “Non abbiamo preso in considerazione l’idea di trasferire la produzione Nespresso fuori dalla Svizzera per questo motivo”.

In generale riguardo alle tariffe doganali il dirigente rimane cauto. “Dal punto di vista politico si può avere un’opinione sui dazi, ma noi ci concentriamo su come gestirli al meglio”, dice. “Continuiamo a investire, malgrado le tariffe. Pensiamo a lungo termine e ci orientiamo all’andamento del mercato”.

Parallelamente Nestlé prosegue il suo programma di risparmio globale. Entro la fine del 2027 verranno eliminati 16’000 posti di lavoro, di cui circa 12’000 impieghi d’ufficio. Secondo Navratil, questo ridimensionamento fa parte di una strategia di efficienza volta a finanziare investimenti in aree di crescita. “Stiamo ora attuando questa misura in modo graduale e responsabile, paese per paese. La Svizzera non sarà colpita in modo sproporzionato”, ha aggiunto. “Una cosa è certa: restiamo fedeli alla nostra sede qui. Siamo un’azienda elvetica orgogliosa – e lo resteremo”

L’impresa punterà in futuro sempre più su quattro settori chiave: caffè, alimenti per animali domestici, nutrizione e salute, nonché cibo e snack. “La crescita resta l’obiettivo centrale del gruppo”, ha ribadito Navratil. Nonostante le tensioni geopolitiche e le incertezze economiche, il CEO si è detto convinto che la presenza globale della multinazionale garantirà la resilienza dell’azienda.

Oggi in borsa l’azione Nestlé guadagna circa l’1,5%, in un mercato peraltro generalmente assai bene orientato (indice SMI +2%). Dall’inizio di gennaio il corso è salito del 3%. Il valore, molto gettonato dagli investitori e in passato considerato assai sicuro, ha perso però smalto negli ultimi anni: sull’arco di un lustro la performance è del -28%, per una società che comunque versa dividendi in aumento da ormai 30 anni consecutivi.

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