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Media stranieri critici su iniziativa “No a Svizzera da 10 milioni”

Keystone-SDA

Domani si conoscerà l'esito dell'iniziativa popolare "No a una Svizzera da 10 milioni".

(Keystone-ATS) Mentre gli ultimi sondaggi mostrano un elettorato diviso sulla proposta lanciata dall’UDC, i media stranieri appaiano decisamente più critici nei confronti del progetto che mira a limitare entro il 2050 il numero di residenti nella Confederazione.

Qualora l’iniziativa popolare venisse accettata dal popolo, la Svizzera diventerebbe il primo Paese al mondo a fissare un limite massimo alla propria popolazione. Non sorprende quindi che il progetto abbia attirato una certa attenzione anche oltreconfine.

“Fuori i tedeschi”

Der Spiegel ad esempio si è occupato a più riprese del testo promosso dai democentristi. La copertina dell’edizione svizzera della rivista, pubblicata a inizio mese, raffigura una schedina elettorale con la scritta “Deutsche raus” (Fuori i tedeschi).

Nel podcast “Acht Milliarden”, curato dal settimanale tedesco, i giornalisti dello Spiegel hanno definito la votazione federale di domani “la più importante degli ultimi anni” per la Confederazione, e hanno analizzano le possibili conseguenze per gli immigrati provenienti dalla Germania nel caso di un sì alle urne. L’eventuale rottura con l’Unione europea che potrebbe derivare dall’accettazione dell’iniziativa viene descritta poi come “una zappata sui piedi”.

“Una grande sfida”

Anche il quotidiano francese Le Figaro – di orientamento conservatore – parla di “una grande sfida” per la Svizzera nel caso in cui il testo venisse approvato. Una volta raggiunta la soglia di 9,5 milioni di abitanti, il Paese sarebbe infatti costretto ad adottare “misure drastiche”. Tra i lettori del giornale, tuttavia, non mancano opinioni favorevoli. “Ottima idea” – si legge ad esempio nei commenti dell’edizione online – “altrimenti tra 50 anni la Svizzera rischia di essere cementificata come l’Île-de-France.”

“Una Dubai alpina”

Più duri invece i toni del quotidiano britannico Guardian. “La Svizzera si è forse stancata della sua prosperità? Non trovo altra spiegazione per questa proposta assurda”, commenta il politologo e autore svizzero Joseph de Weck in un articolo. A suo avviso, un tetto alla popolazione non sarebbe altro che una “fantasia dell’estrema destra” destinata a compromettere quell’apertura che ha permesso al Paese di prosperare.

De Weck osserva inoltre che Zurigo, pur essendo la città più popolosa della Svizzera, presenta una densità abitativa relativamente contenuta nel confronto europeo. Secondo lui, l’UDC avrebbe però sfruttato con successo le preoccupazioni legate all’aumento degli affitti per promuovere il proprio progetto di lunga data: trasformare la Svizzera in una piattaforma commerciale deregolamentata e senza particolari vincoli, “una sorta di Dubai alpina”.

Conseguenze economiche sottovalutate

Anche il New York Times mette in evidenza come i promotori dell’iniziativa abbiano adattato la propria retorica in vista della votazione per conquistare consensi anche al centro dello spettro politico. Con un approccio meno polemico ma più narrativo, il rinomato quotidiano statunitense conduce i lettori nella sede zurighese del produttore di scarpe sportive On, dove un grande frullato proteico nella mensa aziendale costa l’equivalente di 15 dollari: un esempio concreto del livello dei prezzi con cui la popolazione svizzera si confronta quotidianamente.

Nella sua analisi, il giornale statunitense concentra inoltre l’attenzione sull’invecchiamento demografico e sulle possibili conseguenze economiche dell’iniziativa. Un’eventuale approvazione del testo potrebbe trasformare profondamente un Paese che invecchia rapidamente e che dipende in larga misura dall’apporto di lavoratori qualificati provenienti dall’estero.

Anche Bloomberg si interroga sulle implicazioni economiche di un eventuale approvazione da parte del popolo rossocrociato. In un breve video il meda finanziario pone una questione che va ben al di là dell’immigrazione, ovvero se uno dei Paesi più ricchi al mondo possa continuare a rimanere competitivo a livello mondiale mentre cerca, al tempo stesso, di frenare la globalizzazione.

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