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Magyar verso il mandato. Gli Usa delusi, ‘ma lavoreremo con lui’

Keystone-SDA

La delusione, pur trattenuta, affiora filtrata dal linguaggio della diplomazia. Per due giorni Washington ha taciuto, ma il trionfo di Peter Magyar ha lasciato il segno anche su Donald Trump.

(Keystone-ATS) A rompere l’attesa – di una dichiarazione, una telefonata o un tweet – è stato ancora una volta JD Vance, l’emissario volato a Budapest per tirare una volata quasi disperata all’alleato Viktor Orban e diventato – tra il dossier ungherese e lo stallo sull’Iran -, nelle parole dei media americani, ‘Mr. Disaster’. Una missione già consegnata al passato, come i manifesti elettorali di Fidesz lungo le strade della capitale.

“Non è che non sappiamo leggere i sondaggi”, ha tagliato corto il vice di Trump, ammettendo di essere “deluso” ma “non sorpreso”. E rileggendo la visita non come il tentativo di cambiare il risultato, ma “la cosa giusta da fare” nei confronti di “un alleato fedele”, uno dei pochi leader europei capaci, agli occhi dell’America trumpiana, di sfidare l’Europa. Ma anche il tono dell’inquilino della Casa Bianca è ormai elegiaco: Viktor “era un mio amico, un brav’uomo”, ha detto il tycoon al Corriere della Sera, segnando con verbi al passato la fine del potere orbaniano. La nuova linea è tracciata: “Lavoreremo molto bene con il prossimo primo ministro”, ha sottolineato Vance, aprendo al vincitore delle elezioni già proiettato a vestire i nuovi panni.

I risultati ufficiali del voto saranno certificati entro il 4 maggio, termine ultimo del processo elettorale. Con lo scrutinio al 98,25%, Tisza è sceso da 138 a 136 seggi. Oscillazioni fisiologiche – tra riconteggi a Keszthely, dove l’opposizione era in vantaggio, e i voti giunti dall’estero favorevoli a Orban – che non intaccano la supermaggioranza dei due terzi, fissata a 133 seggi. Il passaggio di consegne dovrà avviarsi al più tardi entro il 12 maggio, ma potrebbe scattare anche prima. Già nelle prossime ore Magyar è atteso alla residenza del presidente, Tamas Sulyok, per aprire formalmente una transizione che, è tornato a ribadire, “dovrà essere immediata”. I primi segnali di svolta arrivano anche dai media pubblici, nel mirino del futuro primo ministro con lo stop al ‘tg propaganda’ e il taglio dei fondi a chi ha spalleggiato Orban: per la prima volta, però, il leader dell’opposizione è invitato in radio e tv, finora chiuse al confronto.

Prima ancora del mandato formale, il premier in pectore si muove sul dossier che può ridare ossigeno all’economia ungherese che – pur dopo un apprezzamento del fiorino segnale di fiducia dei mercati -, nell’analisi di Fitch è attraversata da fragilità profonde, tra crescita quasi ferma dal 2023, deficit elevato, debito in aumento e competitività in affanno. Dopo i primi contatti post-voto, Magyar ha sentito Ursula von der Leyen, formalizzando l’intenzione di lanciare un “nuovo corso” e concordando “la priorità” di sbloccare subito i circa 17 miliardi di euro di fondi Ue congelati, “riallineare” Budapest allo stato di diritto e riaprire un canale logorato. Per riattivare le risorse che, nelle parole del leader di Tisza, “spettano di diritto agli ungheresi”, servirà centrare 27 “super traguardi” entro fine agosto, senza scorciatoie. A Bruxelles l’intenzione è far partire i primi flussi nel secondo trimestre, a patto che il nuovo governo dia segnali rapidi e credibili. Anche lasciando cadere il veto orbaniano al prestito Ue da 90 miliardi. Anche il cancelliere Friedrich Merz è tornato a chiedere di accelerare, mentre Volodymyr Zelensky ha servito l’assist, assicurando che il nodo energetico resta sotto controllo, con il gasdotto Druzhba pronto a tornare operativo entro fine mese.

Tutte indicazioni che non fanno sorridere Mosca. È improbabile che Russia e Ungheria “diventino amiche” con la nuova leadership, ha evidenziato il portavoce presidenziale russo, Dmitry Peskov, inviando un messaggio dai contorni dell’avvertimento. “Abbiamo sentito diverse dichiarazioni. Ha già detto di essere pronto a parlare con Putin”, ha osservato Peskov, ricordando che “in politica” quando “non si è ancora al potere si possono fare dichiarazioni”, ma poi “emergono altre intese, più pragmatiche”.

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