La Palma d’oro per “Fjord” di Cristian Mungiu a Cannes
La Palma d'oro del 79esimo festival di Cannes è stata vinta da "Fjord" di Cristian Mungiu. La giuria presieduta dal sudcoreano Park Chan-wook ha premiato il film del regista rumeno.
(Keystone-ATS) Per Mungiu si tratta della seconda vittoria a Cannes (dopo aver trionfato nel 2007 con “4 mesi, 3 settimane, 2 giorni”). “Fjord” è una storia che ricorda molto quella della “famiglia del bosco” ed è anche una sorta di sequel del suo R.M.N., ma spostata dal contesto transilvano a quello scandinavo.
Protagonista, appunto, la famiglia dei Gheorghiu, una devota coppia cattolica romeno-norvegese, composta da Sebastian Stan nel ruolo di Mihai Gheorghiu e Renate Reinsve nel ruolo di Lisbet con cinque figli, compreso un neonato. Una famiglia del tutto ben integrata nel piccolo villaggio sul fiordo che ha molto legato con i loro vicini, gli Halberg. Ma quando l’adolescente Elia Gheorghiu si presenta a scuola con alcuni lividi sul corpo, la comunità scolastica inizia a chiedersi se l’educazione tradizionale che i figli dei Gheorghiu ricevono dai genitori possa avere qualcosa a che fare con ciò.
Tutto parte dalla scuola, poi si arriva alla protezione dell’infanzia e questo fino a un lungo processo dove vanno in collisione due idee di educazione e di libertà familiare: da una parte una famiglia religiosa e tradizionale, dall’altra uno stato sociale nordico molto laico e intollerante. Ma le scene davvero forti di questo film sono quelle del distacco dai figli, dalla violenza spaventosa di una madre, in questo caso la bravissima Reinsve, di veder salire su un van nero tutti e cinque suoi bambini affidati a famiglie temporanee. Un tema quello affrontato da Mungiu del tutto contemporaneo e oggetto di grande dibattito in Europa nel segno di: vanno rispettati certi usi di altri popoli totalmente discordanti da quelli europei?
Per quanto riguarda la Norvegia rispetto all’infanzia c’è Barnevernet, tolleranza zero. Il servizio norvegese di protezione dell’infanzia, formalmente chiamato Norwegian Child Welfare Services, è un organismo pubblico molto invasivo, severo e spesso tetragono nei casi in cui un minore sia considerato a rischio. Mungiu fa capire che il suo principale interesse è nella collisione tra modelli culturali diversi nell’Europa contemporanea, ma non sembra voler accusare la Norvegia o il Barnevernet in modo diretto. Il suo intento invece è mostrare cosa succede quando una società molto normativa incontra una famiglia che porta con sé altri codici emotivi e familiari.
Un’altra idea importante che ha spesso sottolineato è che oggi l’Europa vive una crisi di fiducia reciproca. In R.M.N., questa paura prendeva la forma del nazionalismo e del rifiuto dello straniero, in “Fjord” invece il nazionalismo veste i panni innocenti di una forma di sospetto istituzionale e morale. Insomma non più quella violenza esplosiva o tribale, ma quella fredda, amministrativa, esercitata in nome del bene comune.
Altri premi assegnati
Per quanto riguarda gli altri premi assegnati, da segnalare uno storico ex aequo in quello per la regia, attribuito a Javier Calvo e Javier Ambrossi, di “La Bola negra” e Paweł Pawlikowski, di “Fatherland”. il Premio speciale è stato per contro assegnato a “Minotaur” di Andreï Zvyagintsev.
Il Premio come miglior attrice è stato vinto ex aequo dalle due protagoniste di “All of a Sudden” di Ryusuke Hamaguchi, ovvero Virginie Efira and Tao Okamoto.
Dal canto suo, il Premio come miglior attore assegnato dalla giuria presieduta da Park Chan-wook è stato attribuito ex aequo a Emmanuel Macchia e Valentin Campagne protagonisti di “Coward” di Lukas Dhont.
Quanto al Premio della giuria, esso è andato a “The dreamed adventure” di Valeska Grisebach.
Il Premio per la migliore sceneggiatura è invece stato vinto da “Notre Salut” (Un uomo del suo tempo) di Emmanuel Marre.
La Palma d’oro al Miglior Cortometraggio è per contro andata a “Para Los Contrincantes” (Aux Adversaires) di Federico Luis.
Da parte sua, la Caméra d’or, il premio per la migliore opera prima, assegnata dalla giuria presieduta da Monia Chokri, è andata a “Ben’Imana” di Marie Clementine Dusabejambo.
“Ho voluto realizzare questo film – ha detto la regista e attrice ruandese, ricevendo il premio – perché volevo rendere omaggio alle donne del mio paese, a queste madri che sono alla base della guarigione di ogni nazione. Queste madri che, attraverso l’orrore e sofferenze indicibili, hanno trovato la forza di rimanere salde e dignitose. E ancor di più, che hanno trovato nei loro cuori la capacità di dare, di donare se stesse, di perdonare e di andare avanti, anche imperfettamente, anche dolorosamente, anche a volte senza raggiungere del tutto l’obiettivo. Questa umanità, questo coraggio, meritano di essere visti”.