La guerra minaccia il petrodollaro, in Usa rischio recessione
La guerra in Iran mette ancora alla prova il ruolo del dollaro come valuta di riferimento per il commercio globale di petrolio, con la possibile conseguenza a lungo termine: un maggiore uso dello yuan cinese a danno del biglietto verde.
(Keystone-ATS) “Il conflitto potrebbe essere il catalizzatore per l’erosione del dominio del petrodollaro e l’inizio della nascita del petroyuan”, ha rimarcato Mallika Sachdeva, strategist di Deutsche Bank, in una nota diffusa martedì.
Un segnale di allerta quando salgono le chance di recessione negli Usa, tra conflitto e alti prezzi del greggio: Moody’s Analytics le stima al 48,6% nei prossimi 12 mesi mentre Goldman Sachs al 30%.
Per decenni, a partire dagli anni ’70, le relazioni di Washington con gli Stati del Golfo hanno poggiato sull’intesa implicita di protezione Usa per l’accesso alle fonti di energia dell’area, di quotazione del petrolio in dollari e di reinvestimento di centinaia di miliardi di proventi nell’acquisto di armi, tecnologie, azioni e bond americani.
Assetti che hanno spinto il biglietto verde a valuta di riserva mondiale. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Oman e Bahrein hanno le loro valute ancorate al dollaro, con riserve di sostegno in 800 miliardi. Una cifra che va oltre i 6.000 miliardi nei fondi sovrani del Consiglio di Cooperazione del Golfo.
Nella sua nota, Sachdeva sostiene che il regime del petrodollaro fosse già sotto pressione prima della guerra, con la gran parte del greggio mediorientale diretto in Asia: l’oro nero russo e iraniano, soggetto a sanzioni, è già scambiato in valute diverse dal dollaro. E l’Arabia Saudita ha localizzato la sua industria della difesa e sperimentato pagamenti del petrolio in valute diverse dal dollaro.
Adesso, l’Iran, starebbe consentendo il passaggio delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz a condizione che i pagamenti per il petrolio siano in yuan. La Cina, oltre a essere partner storico, è soprattutto il principale cliente petrolifero dell’Iran, importando a sconto il 90% della produzione di Teheran.
Sulla tenuta economica Usa, intanto, aumentano i timori. Secondo Wilmington Trust, le chance di recessione sono al 45%, e possono salire “rapidamente nel caso di un severo e prolungato conflitto in Medio Oriente”. In tempi normali, i rischi di recessione in 12 mesi sono del 20%. Allo stato “sono elevati e in aumento. La minaccia è reale”, ha notato Mark Zandi, capo economista di Moody’s Analytics.
Anche perché è “improbabile che i produttori statunitensi di petrolio e gas aumentino a breve la propria produzione, nonostante l’impennata dei prezzi”, ha chiarito Mike Sommers, il numero uno dell’American Petroleum Institute (Api), la più grande associazione a stelle e strisce del settore.
Rispetto alle precedenti crisi petrolifere, i produttori americani non hanno incrementato la produzione, in parte perché molti temono che gli attuali prezzi siano troppo volatili, ha aggiunto Sommers. Che ha sollecitato Washington ad assicurare l’apertura di Hormuz, da cui transita circa il 20% della produzione mondiale di greggio, non essendo più ipotizzabile di lasciare Teheran “in una posizione tale da consentirgli di controllare lo Stretto con un qualsiasi drone lanciato nel canale in un giorno qualunque”.