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L’ultimo appello di Trump, “fermiamo comunisti e jihadisti”

Keystone-SDA

"Votate e non consentite ai jihadisti e comunisti democratici di vincere". Donald Trump lancia l'ultimo appello prima delle midterm scegliendo un palcoscenico delle grandi occasioni, il Lincoln Memorial.

(Keystone-ATS) Con alle spalle la Reflecting Pool che ha riparato ed è divenuta uno dei suoi vanti, il presidente si è rivolto direttamente agli americani: “Queste sono le elezioni di metà mandato più importanti della nostra storia. Non possiamo consentire a chi odia questo Paese di vincere”.

Dopo essersi soffermato a lungo sugli interventi infrastrutturali realizzati a Washington e alla Casa Bianca, incluso l’arco che vuole costruire e che “sarà più bello di quello di Trionfo” a Parigi, Trump ha elencato i suoi successi. “Ho mantenuto le mie promesse e anche di più”, ha assicurato mettendo l’accento sull’immigrazione e sul taglio delle tasse. “Abbiamo fermato l’Iran dall’avere l’arma nucleare. Il nostro Paese sta facendo benissimo”, ha aggiunto.

Chiusa la conferenza stampa davanti a 50 ospiti selezionati, per Trump sono iniziate le ore più lunghe, quella dell’attesa per l’esito delle midterm che ha reso un referendum su se stesso. Per il presidente è il momento della verità: dopo 30 comizi in 32 giorni non può fare altro che aspettare la scelta dell’America che decreterà se i suoi prossimi due anni di mandato saranno o meno da “anatra zoppa”. Il presidente ce l’ha messa tutta per convincere gli americani, arrivando anche a garantire un assegno da 5’000 dollari in caso di vittoria dei repubblicani. “Se vinceranno i democratici invece avrete un Depressione come nel 1929”, ha messo in guardia.

Il boom del voto anticipato – quasi 56 milioni di americani che hanno votato prima dell’apertura delle urne – fa però ben sperare i democratici, che gli ultimissimi sondaggi danno in forte vantaggio. La conquista della Camera da parte dei liberal è ormai data quasi per scontata, e significativi passi in avanti si registrano anche al Senato. Secondo le rilevazione finale di New York Times-Siena, i candidati democratici sono in vantaggio in tutte le corse che decideranno gli equilibri del Senato, dal Texas che non espugnano dal 1988 al Kansas che hanno conquistato l’ultima volta nel 1932. Il guru dei sondaggi Nate Silver stima che abbiano l’80% di chance di conquistare l’alta camera e aleggia l’idea di uno “tsunami blu”.

Nonostante lo scandalo in Alaska e le tensioni in Michigan sul candidato Abdul El-Sayed, accusato da Trump di essere dei “Fratelli Musulmani”, l’ottimismo fra i liberal è palpabile, così come lo è la speranza di strappare voti decisivi in Stati roccaforte dei repubblicani. La cautela però è d’obbligo di fronte a sondaggi che nelle ultime tornate elettorali si sono rivelati non veritieri e non in grado di cogliere il vero umore degli americani. A giocare a loro favore, secondo gli osservatori, è il fatto che nelle corse più importanti i candidati repubblicani sono molto deboli, come nel caso di Ken Paxton in Texas e di Darline Graham in South Carolina.

Fra i repubblicani, invece, la tensione è elevata. Pur ostentando pubblicamente sicurezza, la resa dei conti dietro le quinte è già iniziata. E tutti scaricano la responsabilità dell’attesa sconfitta sul presidente che, con la sua guerra in Iran, ha annientato le chance di tenuta del Grand Old Party. Storicamente il partito del presidente in carica è penalizzato alle midterm, ma in questo caso il timore repubblicani non è solo di perdere, ma di essere travolti dall’opposizione.

Già avido consumatore di news, Trump seguirà lo spoglio circondato dai fedelissimi pronto a dare battaglia. Mentre sale la tensione su come il presidente potrebbe reagire a una pesante sconfitta, il suo Dipartimento di Giustizia è già passato all’azione. Il ministero guidato da Todd Blanche, l’ex legale del tycoon, ha chiesto alla Corte Suprema di intervenire sulla sua azione legale in California dopo che una corte d’appello ha respinto la richiesta di imporre alla stato di accantonare 20’000 voti. La paura dei dem è che sia solo un assaggio di quello che potrebbe accadere a urne appena chiuse per rallentare e bloccare lo scrutinio dei voti nel Paese.

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