Kiev, Fedorov chiede elezioni, “democrazia non sia ostaggio Russia”
L'Ucraina deve trovare un meccanismo per tenere le elezioni in tempo di guerra: lo ha chiesto l'ex ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov in un discorso pronunciato oggi su Youtube.
(Keystone-ATS) Fedorov ha affermato che “la democrazia non può essere tenuta in ostaggio dalla Russia” e che “è necessario trovare un meccanismo legale, sicuro e realistico che permetta all’Ucraina di ripristinare un processo democratico a tutti gli effetti anche in caso di guerra prolungata”.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha licenziato alla metà di luglio Mykhailo Fedorov dal suo incarico di ministro della Difesa scatenando una crisi politica e proteste nel Paese, compresa la capitale Kiev dove anche domenica, per il secondo mese consecutivo, manifestanti sono scesi in piazza per chiedere la reintegrazione di Fedorov.
“Dobbiamo rispondere a una domanda fondamentale: come dovrebbe funzionare uno Stato se la guerra dura per anni? Cosa succederebbe se la guerra durasse un altro anno? Due? Tre? La Russia potrebbe davvero ottenere il diritto di decidere quando gli ucraini potranno eleggere nuovamente il proprio governo? Sono convinto di no. La democrazia non può essere tenuta in ostaggio dalla Russia”, ha affermato Fedorov nel suo discorso trasmesso su Youtube e riportato da Ukrainska Pravda.
“Combattiamo proprio perché vogliamo rimanere uno stato europeo libero. Pertanto, dobbiamo trovare un meccanismo legale, sicuro e realistico che permetta all’Ucraina di ripristinare un processo democratico a tutti gli effetti anche in caso di guerra prolungata”, ha aggiunto l’ex ministro.
“È difficile. Dobbiamo garantire il diritto di voto ai militari. Milioni di ucraini all’estero. Persone nelle regioni in prima linea. Dobbiamo garantire la sicurezza del processo elettorale, l’indipendenza delle istituzioni e la fiducia nel risultato. Ma la complessità non significa impossibilità. L’Ucraina ha fatto molte volte ciò che il mondo considerava impossibile”, ha sottolineato.
L’ex ministro ha quindi affermato che “è particolarmente pericoloso quando la società percepisce che il criterio principale per la nomina di una persona non è la sua professionalità, i risultati ottenuti o la capacità di cambiare il Paese, bensì la lealtà personale al sistema. Non è così che può funzionare uno stato moderno. E ancor meno può funzionare un paese che sta combattendo una guerra per la propria sopravvivenza”.