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Il giorno del dolore dei figli di Khamenei, Mojtaba non c’è

Keystone-SDA

Un mare di bandiere rosse sventolate nella grande piazza della Moschea Mosalla di Teheran. E lo slogan in arabo "Ya Latharat Al-Hussein" scandito più volte da migliaia e migliaia di iraniani in lutto.

(Keystone-ATS) I simboli che incitano alla vendetta sono stati elemento portante anche nel secondo giorno di cerimonie funebri per la morte di Ali Khamenei, la guida suprema uccisa in un raid israelo-statunitense lo scorso 28 febbraio. Ma c’è stata anche una novità: ai partecipanti al rito collettivo di commiato si sono aggiunti anche Mostafa, Masoud e Meisam Khamenei, ovvero tre dei figli del “leader martire” della Repubblica Islamica, che alla vigilia non erano invece stati avvistati tra i presenti.

Le immagini della TV di Stato iraniana li hanno immortalati in lacrime durante la cerimonia pubblica, guidata dal 97enne ayatollah Jafar Sobhani e organizzata per piangere anche altri membri della famiglia Khamenei morti nelle stesse circostanze dell’ex guida suprema: ovvero sua figlia Boshra, sua nipote di 14 mesi Zahra, il genero Mesbaholhoda Bagheri e la nuora Zahra Hadad Adel.

Invece, di Mojtaba, altro figlio dell’ayatollah ucciso diventato la figura più rilevante della Repubblica Islamica una volta succedutogli nella stessa carica, non ci sono di nuovo state tracce. Un segnale a supporto di quanto riportato il giorno prima dal New York Times, secondo cui la partecipazione del nuovo leader supremo iraniano ai funerali del padre sarebbe stata finora scartata per motivi di sicurezza.

Nonostante la grande assenza, la cerimonia funebre iniziata sabato è proseguita nella seconda giornata sulla falsariga della prima, e cioè con esternazioni inneggianti al regolamento dei conti con i nemici giurati americani e quelli del “regime sionista” a farla da protagonista. “I responsabili e i mandanti dell’assassinio” di Ali Khamenei “non sfuggiranno alla punizione divina” per le loro azioni, ha affermato in un messaggio l’ayatollah Naser Makarem Shirazi, una delle massime autorità religiose per i musulmani sciiti.

E il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha postato su X un video della folla radunatasi alla Moschea Mosalla mentre scandiva “all’unisono” il motto “Ya Latharat Al-Hussein”, originalmente volto a invocare la vendetta per il martirio del terzo imam sciita, Hussein. Tra i presenti si sono visti, in quelle che rappresentano rare apparizioni pubbliche, anche il capo dei Pasdaran Ahmad Vahidi e quello delle forze Quds (responsabili delle operazioni all’estero), Esmail Qaani.

Nella piazza di Teheran scelta per ospitare la prima parte dei riti di lutto (che proseguiranno nei prossimi giorni sempre nella capitale iraniana, a Qom e in Iraq prima di concludersi giovedì nella città santa di Mashaad), assieme agli stendardi rossi, da sempre simbolo della vendetta per il sangue dei martiri, si sono anche visti striscioni e sentiti slogan che incitavano a “uccidere Trump” e il premier israeliano Benjamin Netanyahu.

Mentre, nelle stesse ore, un portavoce delle Forze armate sottolineava come l’intenzione della leadership militare resti quella di “sfruttare” la tregua in corso con USA e Israele “per migliorare le capacità di combattimento”.

I funerali dell’ex guida suprema sono un evento di portata epocale per Teheran, che ha registrato oltre sette milioni di viaggi in metropolitana solo nelle prime 24 ore circa dall’inizio delle cerimonie. Tuttavia ci sono anche molti residenti che vivono questa situazione con indifferenza, se non chiamandosene apertamente fuori. “Onestamente, sono arrivato al punto in cui non me ne importa niente”, ha spiegato alla Cnn un 30enne abitante della città. Nella maggior parte dei casi, queste persone esprimono le loro opinioni solo a condizione di anonimato, per timore di ritorsioni.

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