Navigation

Non si muore di lunedì

Incontro con il fotografo di guerra Gabriele Micalizzi, appena tornato in Italia dalla Siria, Paese dilaniato dalla guerra civile da ormai 10 anni.

Questo contenuto è stato pubblicato il 23 marzo 2021 - 10:20
Claudio Moschin

Nel 2010 Gabriele Micalizzi (uno dei più affermati fotografi di guerra) era a Bangkok, per raccontare la rivolta delle camicie rosse, poi è andato a seguire negli anni le primavere arabe in Tunisia, Egitto e Libia, poi il conflitto in Donbass in Ucraina, poi in Afghanistan, poi ancora la guerra civile in Siria.

Proprio in questo Paese Micalizzi è entrato nelle case dei combattenti, mentre preparavano sassi e armi rudimentali prima degli scontri, e non ha mai censurato il sangue e i morti a Sirte, o l’interno delle case sventrate di Kobane. Ma l'11 febbraio 2019, un lunedì, alle 9 del mattino, mentre si trovava sempre in territorio siriano, a Baghuz, per documentare l’avanzata curda contro l’Isis, Micalizzi vede (letteralmente) la morte in faccia: rimane gravemente ferito perché viene centrato da un razzo RPG sparato proprio dai miliziani dello Stato Islamico. Viene soccorso subito e si salva (grazie anche al fatto che gli fanno da barriera proprio le macchine fotografiche che stava usando e che ora sono finite in un museo in Germania, una drammatica disavventura finita bene che poi è diventata una graphic novel che appunto di intitola “Non si muore di lunedì”).

In quello scoppio Micalizzi ha rischiato però di perdere la vista da un occhio, poi recuperata per fortuna quando gli hanno tolto molti mesi dopo alcune schegge. Ora è appena tornato di nuovo dal fronte, cioè da un altro reportage fotografico realizzato in Siria, dove in questi giorni si è celebrato (per modo di dire) il decimo anno di guerra civile.

E le sue fotografie stanno facendo di nuovo il giro del mondo e vengono pubblicate sul New York Times, sul Wall Street Journal, su Le Monde e in Italia su Internazionale e L’Espresso. Abbiamo incontrato il fotografo proprio appena tornato nel suo studio in Italia, per farci raccontare i rischi di chi documenta pericolosamente sul campo e in prima linea i conflitti del mondo.

Questo articolo è stato importato automaticamente dal vecchio sito in quello nuovo. In caso di problemi nella visualizzazione, vi preghiamo di scusarci e di indicarci il problema al seguente indirizzo: tvsvizzera@swissinfo.ch

I commenti a questo articolo sono stati disattivati. Potete trovare una panoramica delle discussioni in corso con i nostri giornalisti qui.

Se volete iniziare una discussione su un argomento sollevato in questo articolo o volete segnalare errori fattuali, inviateci un'e-mail all'indirizzo tvsvizzera@swissinfo.ch.

Condividi questo articolo

Partecipa alla discussione!

Con un account SWI avete la possibilità di contribuire con commenti sul nostro sito web e sull'app SWI plus, disponibile prossimamente.

Effettuate il login o registratevi qui.