ETH: soia, palma e cocco più dannosi per biodiversità del previsto
La produzione di olio di palma, soia e noci di cocco ha un impatto maggiore sulla biodiversità di quanto stimato finora.
(Keystone-ATS) Secondo uno studio del Politecnico federale di Zurigo (ETH), pubblicato sulla rivista scientifica Nature Food, la coltivazione di piante oleaginose è responsabile dell’1,5% della perdita mondiale di specie animali e vegetali.
I ricercatori dell’istituto zurighese hanno rilevato che tra il 1995 e il 2020 gli effetti della produzione di oli vegetali sulla biodiversità sono aumentati dell’80%. L’analisi ha preso in esame 19 diverse colture sfruttate nell’industria alimentare e cosmetica o per la produzione di mangimi. Palme da olio, soia e cocco rappresentano da sole circa il 75% delle perdite di biodiversità attribuite a queste produzioni.
Lo studio evidenzia inoltre che circa il 70% degli impatti è legato all’utilizzo degli oli vegetali a scopi alimentari, mentre il restante 30% deriva da impieghi quali biocarburanti e bioplastiche.
Le conseguenze più gravi si osservano nelle regioni tropicali, dove l’espansione delle superfici coltivate avviene spesso a scapito di habitat naturali dove il numero di specie è particolarmente elevato.
Secondo i ricercatori, oltre la metà dei danni causati alla biodiversità mondiale è però da attribuire ai Paesi consumatori e non a quelli produttori. Cina, Unione europea e Nord America sarebbero responsabili complessivamente di quasi il 60% dell’impatto climatico.
Per ridurre i danni, gli autori dello studio chiedono una produzione più sostenibile, una diminuzione della deforestazione e maggiori investimenti nella tutela degli ecosistemi nei Paesi produttori, oltre a cambiamenti nelle abitudini di consumo.
“Un fattore chiave è investire nei paesi produttori per migliorare la produzione e proteggere gli ecosistemi”, afferma Stephan Pfister, responsabile dello studio.