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Esperto dopo tragedia Nepal, in Alpi svizzere “cocktail esplosivo”

Keystone-SDA

È ancora troppo presto per stabilire esattamente quanto accaduto in Nepal, certo è che anche nelle Alpi svizzere rischiamo di essere confrontati con eventi catastrofici.

(Keystone-ATS) È il monito di Christophe Ancey, professore di idraulica ambientale al Politecnico federale di Losanna (EPFL) ed esperto di rischi naturali.

“Il rapido riscaldamento climatico che stiamo vivendo attualmente dovrebbe portare a un aumento dell’intensità e della frequenza di tali eventi”, afferma il ricercatore in un’intervista pubblicata oggi sul sito dell’EPFL. “Infatti, lo scioglimento dei massicci rocciosi d’alta quota, il degrado del permafrost e il ritiro dei ghiacciai forniscono enormi quantità di materiale. Allo stesso tempo, l’aria più calda aumenta l’intensità delle precipitazioni estreme”.

“Ci troviamo quindi di fronte a una sorta di cocktail esplosivo”, prosegue l’esperto. “Da un lato, una maggiore quantità di materiale mobilizzabile e, dall’altro, un maggior numero di fenomeni meteorologici in grado di mettere in movimento queste masse di materiale”.

In Svizzera ci si prepara comunque ad affrontare la situazione. “Le tecnologie sono cambiate, molti dei nostri versanti montani o luoghi noti per essere a rischio sono dotati di sensori. Se percorrete spesso le strade di montagna, avrete sicuramente notato la presenza di semafori collegati a sensori che rilevano l’arrivo di una colata detritica o di una valanga. Per la protezione delle abitazioni, si preferisce costruire opere di ingegneria civile che servono a deviare il flusso o a contenerlo. Ci sono anche molti corsi d’acqua dotati di depositi, ovvero dighe filtranti: una fessura nella diga permette il passaggio dell’acqua, ma blocca le colate detritiche”. I laghi naturali, soprattutto quelli glaciali formatisi in seguito al ritiro dei ghiacciai, così come i ghiacciai stessi, sono pure monitorati.

Cosa dire di quanto successo in Nepal? “Innanzitutto, è importante ricordare che in molti media circolano numerosi termini e ipotesi, a volte un po’ fantasiosi. Quindi attenzione!”, mette in guardia l’accademico. “A questo punto, è molto difficile comprendere la causa esatta di questo evento distruttivo. Esistono fenomeni quali sacche glaciali, colate di fango o ondate di fango, ma per comprendere esattamente cosa sia accaduto potrebbero essere necessari diversi mesi di lavoro da parte di geomorfologi e glaciologi”.

Le prime ipotesi? “Se si analizzano le immagini o i video a nostra disposizione, si nota che l’arrivo dell’ondata si presenta sotto forma di un’onda alta oltre venti metri che si sposta rapidamente. Si tratta di un fenomeno tipico delle onde generate dalla rottura di una diga naturale formatasi dopo che una massa di ghiaccio e massi ha sbarrato il corso d’acqua. Nel corso del tempo, l’afflusso di materiale roccioso nel letto di un fiume può creare queste dighe sedimentarie, sia in modo graduale che improvviso, ad esempio con il crollo del versante di una montagna”.

Inoltre, può accadere che la concomitanza di diversi fenomeni, come un rapido scioglimento del manto nevoso, piogge intense o la rottura di una sacca glaciale, ovvero di una riserva d’acqua contenuta sotto un ghiacciaio, metta in movimento ingenti masse d’acqua e di sedimenti. “È un po’ ciò che accade quando si rompe una diga costruita dall’uomo: il volume d’acqua improvvisamente liberato trascina con sé una grande quantità di sedimenti e detriti”, conclude il docente.

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