Doha scopre i diamanti per sopravvivere al blocco di Hormuz
La chiusura dello stretto di Hormuz costringe le monarchie del Golfo ad accelerare le rispettive transizioni economiche ed energetiche. Il segnale più netto arriva dal Qatar, dove l'apertura di una borsa dei diamanti è pensata per schiudere un varco commerciale nuovo.
(Keystone-ATS) Questo mentre le esportazioni di gas naturale liquefatto (gnl), la vera rendita dell’emirato, restano quasi azzerate. È la prima volta che il maggiore esportatore mondiale di gas cerca riparo nelle pietre preziose per sostituire una ricchezza che dipende interamente dal mare.
Più della scommessa sui diamanti, ancora agli inizi e lontana dai numeri dei vicini e rivali Emirati Arabi Uniti, conta la necessità che ha spinto Doha verso questa scelta inedita: la potenza energetica sta scoprendo che la sua unica via d’uscita, quella marittima, è di fatto bloccata.
All’insegna dei “piani di diversificazione” della cosiddetta “Visione nazionale 2030”, l’iniziativa è stata affidata all’Autorità delle zone franche del Qatar e sarà ospitata nella zona di Ras Bufontas: la struttura dovrà collegare Doha ai mercati internazionali con una sala contrattazioni, caveau ad accesso biometrico e aste di pietre grezze e lavorate.
Il mercato globale dei diamanti vale oltre 100 miliardi di dollari, ma la filiera qatarina è ai primi vagiti: nella sola Dubai, hub mondiale del settore, nel 2025 sono transitate pietre per 41,7 miliardi, un record. Ed è proprio il vicino emiratino, con il suo centro per le materie prime e la sua borsa diamantifera, il modello che Doha punta ora a insidiare, entrando da ultima arrivata in un mercato che il confinante tratto di costa del Golfo domina da anni.
A rendere urgente la svolta è il quasi totale blocco dello stretto di Hormuz, unica via marittima di esportazione del Paese. Prima del nuovo round di guerra americana e israeliana contro l’Iran a fine febbraio, dallo stretto passava circa un quinto delle spedizioni mondiali di petrolio e gas. E il Qatar copriva da solo un quinto dell’export globale di gnl con 130-140 navi al giorno.
Dal primo marzo il traffico è ridotto quasi a zero e nel solo ultimo fine settimana, secondo società di intelligence marittima, meno di dieci mercantili hanno attraversato lo stretto ogni giorno.
Il gnl qatarino dipende dal mare più di ogni altra merce: circa il 93 per cento è passato l’anno scorso per Hormuz. E pur potendo viaggiare via terra o rotaia solo le rotte marittime consentono i grandi volumi. Il conto è già salatissimo: ancora a marzo, tre settimane dopo l’inizio di un conflitto ormai lungo cinque mesi, il ministro dell’energia Saad al-Kaabi stimava in circa 20 miliardi di dollari le mancate entrate annue dovute alla reazione iraniana all’aggressione americano-israeliana.
L’impatto diretto e indiretto del conflitto ha messo fuori uso il 17 per cento della capacità di esportazione di gnl, minacciando le forniture a Europa e Asia.
Più che un progetto industriale maturo e sostenibile, la nuova borsa dei diamanti del Qatar appare così come un messaggio politico: nemmeno la più solida delle rendite energetiche del Golfo può dirsi garantita finché il mare resta ostaggio della partita tra Washington e Teheran. La “diversificazione”, evocata per anni come slogan, sembra davvero diventata all’improvviso una questione di sopravvivenza.