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Dazi UE su acciaio: Guy Parmelin non apprezza

Keystone-SDA

Il presidente della Confederazione Guy Parmelin non apprezza i dazi sull'acciaio recentemente approvati dall'Unione europea.

(Keystone-ATS) Il capo del Dipartimento federale dell’economia, della formazione e della ricerca li ha definiti oggi “inaccettabili” ai microfoni della radio pubblica svizzero tedesca SRF.

Durante la trasmissione Samstagsrundschau, Parmelin ha dichiarato di aver messo in guardia la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen da un possibile “autogol”. Poiché la Svizzera è fortemente integrata nelle catene di approvvigionamento dell’acciaio, ad esempio nel settore aerospaziale, secondo lui questi dazi potrebbero rivelarsi controproducenti.

L’UE prevede di introdurre nuove misure di difesa del proprio settore siderurgico a partire dal primo luglio. Queste prevedono, tra l’altro, una riduzione di circa la metà dei contingenti di importazione esenti da dazi rispetto a quanto previsto finora, anche per i produttori svizzeri. Il Consiglio federale e la Commissione europea dovrebbero negoziare nuovi contingenti nell’ambito dell’Organizzazione mondiale del commercio.

Insoddisfazione anche per norme su frontalieri

Il ministro democentrista ha inoltre commentato il nuovo regolamento dell’UE relativo alle indennità di disoccupazione per i frontalieri. La Segreteria di Stato dell’economia (SECO) stima che i costi supplementari che ne derivano per la Svizzera possano arrivare fino a 900 milioni di franchi all’anno.

Dopo un decennio di discussioni, i rappresentanti dei 27 paesi membri dell’UE hanno dato il via libera definitivo alla riforma alla fine di aprile. Con il sistema attuale, risalente al 2004, i lavoratori versano i contributi di disoccupazione nel paese in cui sono occupati. Se perdono l’impiego, l’indennità viene loro pagata dallo Stato di residenza, il che può comportare ritardi nei pagamenti o addirittura discrepanze tra i contributi versati e le indennità percepite, poiché le casse di disoccupazione dei diversi paesi hanno talvolta difficoltà a comunicare tra loro.

Per porre fine a queste discrepanze a scapito dei cittadini, nel dicembre del 2016 la Commissione europea aveva proposto di riformare completamente il sistema: in futuro, sarà il paese in cui il lavoratore ha versato i contributi a erogargli direttamente l’indennità di disoccupazione. Ciò dovrebbe garantire un trattamento più rapido e affidabile delle richieste di indennizzo. Ventuno Stati membri hanno sostenuto questa modifica.

Le persone rimaste disoccupate potrebbero percepire prestazioni dallo Stato in cui lavoravano e secondo le regole di questi ultimi, a condizione di aver lavorato per almeno 22 settimane.

“Posso solo dire che questo non aiuta”, ha affermato il presidente della Confederazione ai microfoni di SRF, aggiungendo di essere “sorpreso” dal fatto che l’UE abbia sollevato ben due “questioni delicate” in così poco tempo, mentre il pacchetto di “stabilizzazione e sviluppo delle relazioni Svizzera-UE” è in fase di discussione in parlamento.

Il presidente della Confederazione ha fatto riferimento al “modus vivendi” negoziato da Berna e Bruxelles in relazione al pacchetto di accordi. In esso è stato concordato che andavano evitati eventuali problemi durante le discussioni alla Camere federali per non ostacolare il processo di ratifica.

Svizzera attende reazione da parte USA

Come noto, anche i negoziati con gli USA su un accordo commerciale si stanno rivelando difficili. L’incertezza legata alla sentenza della Corte suprema statunitense non aiuta, ha dichiarato Parmelin.

Berna attende una risposta degli Stati Uniti alle richieste scritte della Svizzera. Il presidente della Confederazione si è mostrato pragmatico, ma ha anche sottolineato che, in definitiva, la Confederazione non sa cosa potrebbero scegliere di fare gli Stati Uniti.

Attualmente Washington e Berna stanno conducendo negoziati su un accordo commerciale, che avrebbe dovuto giungere in porto lo scorso 31 marzo. La decisione della Corte suprema degli USA di fine febbraio, la quale aveva stabilito che il presidente ha abusato dei suoi poteri imponendo dazi doganali elevati ai partner commerciali, ha rimescolato le carte.

Dopo che Berna era riuscita a ottenere una riduzione delle tariffe doganali dal 39% (stabilite da Trump il primo agosto 2025) al 15% e subito dopo la decisione della Corte suprema, Trump ha imposto nuovi dazi del 10% – per un massimo di 150 giorni – sulla base di una disposizione di legge diversa da quella utilizzata per decretare le tasse doganali presentate il 2 aprile 2025 ai partner commerciali, in quello che l’inquilino della Casa Bianca aveva denominato il Giorno della liberazione (Liberation Day). In quel giorno di primavera i dazi sui beni svizzeri erano stati fissati al 31%.

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