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CSt: Bilaterali III necessari, no a un’intesa coloniale

Keystone-SDA

È in pieno svolgimento al Consiglio degli Stati il dibattito di entrata in materia sul pacchetto di accordi con l'Ue.

(Keystone-ATS) Se per i favorevoli, la maggioranza, si tratta di dare nuovo slancio alle relazioni con Bruxelles, per i contrari (essenzialmente UDC) queste intese hanno il sapore di un trattato coloniale.

Nonostante le voci critiche emerse durante la discussione da parte dei democentristi, sostenuti anche da alcuni esponenti del Centro e del PLR, l’entrata in materia dovrebbe essere cosa fatta.

Per i sostenitori degli accordi si tratta di stabilizzare le relazioni col nostro maggiore partner economico, in particolare in un frangente storico complicato dal punto di vista geopolitico. E ciò anche se ci sono aspetti delicati nella intese negoziate che toccano la libera circolazione delle persone (vedi direttive Ue sulla cittadinanza) o la ripresa dinamica del diritto. A tenere banco è stata anche la questione del referendum, ossia se esso debba essere facoltativo (maggioranza del popolo) oppure obbligatorio (maggioranza popolo e Cantoni).

Stabilizzare relazioni

A nome della commissione di politica estera, Carlo Sommaruga (PS/GE), ha ricordato che un “no” agli accordi rischia di erodere le attuali intese e la base della nostra prosperità. “È contrario alla realtà”, secondo Sommaruga, pensare che si possa rimanere allo statu quo e negoziare in futuro accordo per accordo laddove interessa solo alla Svizzera.

Sommaruga ha anche sottolineato che la Svizzera può anche derogare alla ripresa del diritto comunitario nei settori in cui esiste un’intesa; se non c’è accordo, è previsto un meccanismo per risolvere le vertenze. Eventuali misure compensatorie – leggi sanzioni – potranno essere adottate dall’Ue solo nel settore specifico dell’accordo interessato, ma dovranno essere proporzionate. Rispetto ai negoziati abortiti nel 2021, è prevista anche una clausola di salvaguardia in caso di gravi problemi di ordine economico e sociale in caso di forte immigrazione.

Per Tiana Angelina Moser (PVL/ZH), il pacchetto di accordi è “uno dei documenti fondamentali per le generazioni future. I Bilaterali III sono la continuazione degli accordi bilaterali I e II. Ormai, questi accordi sono diventati una “realtà concreta”: è normale, ad esempio, avere un’amica a Parigi o accettare un lavoro a Vienna.

A suo avviso, lo status quo non è una via praticabile, come dimostra la Brexit. Il Regno Unito ha perso l’accesso al mercato interno dell’UE, ciò che ha danneggiato le piccole e medie imprese. Per Franziska Roth (PS/SO), i trattati in discussione garantirebbero protezione dall’arbitrarietà e creerebbero trasparenza e controllo. Il caso di disaccordo sono previste chiare procedure giuridiche.

Pirmin Bischof (Centro/SO) e Benedickt Würth (Centro/SG) hanno insistito sull’importanza economica dei Bilaterali III, specie per l’economia dei rispettivi Cantoni, fortemente dipendenti dalle esportazioni nell’area Ue. A detta di Würth, un “no” agli accordi sarebbe un “salto nel buio”.

Petra Gössi (PLR/SZ) ha posto l’accento sulla questione referendaria, esprimendosi per la doppia maggioranza. Secondo la sua argomentazione, solo in questo modo si avrebbe la necessaria certezza giuridica per il pacchetto di accordi.

Democrazia sotto scacco

Per il “senatore” Marco Chiesa, espressosi a nome della minoranza che chiede la non entrata nel merito, “bisogna invece guardare in faccia alla realtà”. Questi accordi non stabilizzano le relazioni bilaterali, bensì modificano l’essenza stessa del rapporto fra la Svizzera e l’Ue a causa della ripresa dinamica della giurisprudenza di Bruxelles. Anche se potremo dire la nostra, i nostri interessi non verranno considerati prioritari rispetto a quelli degli Stati membri dell’Ue, ha sottolineato.

In caso di disaccordo, la Corte di giustizia dell’Ue avrà sempre l’ultima parola rispetto al Tribunale arbitrale. Certo, ha aggiunto, la popolazione potrà sempre votare, col rischio però di subire le cosiddette misure compensatorie, ossia sanzioni, ha precisato il “senatore” luganese. Le nostre istituzioni, in caso di accettazione degli accordi, “saranno sotto scacco dell’Unione europea”.

Ticino penalizzato

Quale rappresentante del Ticino, Chiesa ha poi spiegato che le decisioni dell’Ue non sono astratte, ma hanno un impatto concreto sulla vita di tutti i giorni, come sperimentano i Ticinesi con la libera circolazione delle persone e il numero di frontalieri sempre più numeroso, specie nel settore terziario, provenienti dalla Lombardia, regione con salari sensibilmente più bassi ai nostri.

“I nostri giovani sono in difficoltà”, ha affermato il consigliere agli Stati: secondo i dati dell’Organizzazione internazionale del lavoro, il 13% di loro è disoccupato, mentre i lavoratori sopra i 50 anni rischiano di venir sostituiti da uno straniero. Quanto alla clausola di salvaguardia che scatterebbe superata una certa soglia, quest’ultima rischia di venir applicata quando il “danno sarà irreparabile”. “Non solo non serve ma è un mero placebo”, secondo il consigliere agli stati luganese.

Referendum obbligatorio

Quanto al referendum, ha sottolineato Chiesa, tenuto conto degli effetti che tali intese avranno sui Cantoni, specie per quanto riguarda le nuove regole sugli aiuti di Stato e il pericolo di un aumento dei costi per l’aiuto sociale (vedi nuove direttive sulla cittadinanza che daranno diritto al soggiorno permanente dopo cinque anni anche a persone che lavorano parzialmente e poi sono finite in assistenza), il pacchetto di stabilizzazione andrebbe sottoposto a referendum obbligatorio.

Il municipale di Lugano ha parlato della necessità di preservare l’indipendenza della Svizzera e della difesa dei suoi interessi, non di quelli di Bruxelles. Indipendenza che il Ticinese considera a rischio a causa di un pacchetto di accordi che farebbe della Confederazione una colonia.

No a un trattato coloniale

Su quest’ultimo aspetto, Beat Rieder (Centro/VS) ha sostenuto che i Bilaterali III sono peggiori degli accordi che la Gran Bretagna siglava con le sue colonie: queste ultime potevano legiferare come volevano, purché non in contraddizione con la legislazione della madre patria.

A detta del “senatore” del Centro, la ripresa dinamica del diritto svuota la sovranità del Paese e rappresenta un costrutto “esotico” praticamente unico al mondo. Non firmerei mai un trattato che in futuro consentisse a un partner di apportare modifiche senza che la controparte possa avere voce in capitolo.

La democrazia svizzera verrebbe così distrutta nel corso degli anni. Il fatto di poter essere consultati da Bruxelles, non è uguale a partecipare all’elaborazione della futura legislazione comunitaria. Alla luce poi della nostra buona situazione economica e della bilancia commerciale deficitaria con l’Ue, “non abbiamo bisogno dei Bilaterali III”. Anche per Martin Schmid (PLR/GR) e Heidi Z’graggen (Centro/UR) il prezzo da pagare con i Bilaterali III è troppo elevato.

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