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BS: uomo condannato per incitazione a odio e diffamazione di Lévy

Keystone-SDA

Il Tribunale penale di Basilea ha condannato oggi un cittadino tedesco di 62 anni residente nella città renana per aver redatto numerosi messaggi di incitamento all'odio contro gli ebrei e per aver diffamato la direttrice dell'UFSP Anne Lévy.

(Keystone-ATS) All’uomo, affetto da schizofrenia paranoica e che era stato esonerato dall’obbligo di comparire in aula, è stata inflitta una pena pecuniaria di 75 aliquote giornaliere da 30 franchi l’una; la corte ha invece rinunciato a pronunciare una pena detentiva o una terapia stazionaria.

Il ministero pubblico accusava l’uomo di diversi capi d’imputazione, tra cui discriminazione, incitamento all’odio, diffamazione, ingiurie e abuso di impianti di telecomunicazione. Nel suo atto d’accusa di 40 pagine la procura parafrasa i contenuti penalmente rilevanti delle e-mail che l’uomo avrebbe inviato. In esso è elencato un ampio mix di teorie cospirative antisemite, tra cui la negazione dell’Olocausto, e attacchi a una serie di persone, in parte di origine ebraica.

In questo modo egli avrebbe incitato pubblicamente all’odio e alla discriminazione contro persone e gruppi di persone a causa della loro razza, etnia e religione, le avrebbe discriminate e denigrate in violazione della dignità umana, secondo il ministero pubblico. Quest’ultimo parla inoltre di negazione della Shoah e di diffusione pubblica di ideologie volte alla sistematica denigrazione o diffamazione di questi gruppi e individui.

Gli estratti dell’atto d’accusa delineano l’immagine di un uomo che ritiene di aver smascherato una presunta cospirazione sionista, motivo per cui sarebbe perseguitato da persone e organizzazioni ebraiche e da istituzioni svizzere che sarebbero state infiltrate da queste ultime. L’odio dell’imputato sarebbe rivolto in generale contro gli ebrei, ma anche in modo specifico contro la sinagoga di Basilea e la Comunità israelita di Basilea (IGB). Quest’ultima si è costituita accusatrice privata.

Il suo odio sembra poi rivolgersi, in relazione alle teorie complottistiche sul coronavirus, anche contro singole persone, come la direttrice dell’Ufficio federale della sanità pubblica (UFSP) Anne Lévy. Negli estratti sono inoltre rivolte accuse misogine ad Agota Lavoyer, consulente per le vittime ed esperta di violenza sessuale. Secondo l’atto d’accusa l’imputato avrebbe sospettato e accusato le due donne, contro ogni evidenza, di comportamenti disonorevoli e di presunti fatti che possono danneggiare la loro reputazione. E avrebbe leso l’onore di entrambe. Sia Lévy che Lavoyer si erano costituite accusatrici private nel processo.

Sempre secondo l’atto d’accusa, il 62enne avrebbe inviato le e-mail a diversi destinatari, tra cui l’Ufficio centrale di compensazione (UCC) della Confederazione, l’Assicurazione invalidità di Basilea Città, il ministero pubblico di Basilea Città, l’IGB e Lavoyer e molti altri, inclusi alcuni media. La procura accusava infine l’uomo di aver diffuso le sue tesi antisemite su due siti web e di aver omesso di cancellarle almeno fino al dicembre 2025.

Il ministero pubblico chiedeva una pena detentiva di 15 mesi, da sospendere a favore di una terapia stazionaria a causa della malattia psichica di cui soffre l’imputato, più una pena pecuniaria di 30 aliquote giornaliere. Inoltre, gli andava imposto un divieto di contatto e di avvicinamento nei confronti delle vittime.

Il difensore, invece, auspicava l’assoluzione completa del proprio assistito per incapacità di intendere e di volere, e ha definito sproporzionata una terapia forzata. Nella sua arringa ha affermato che le e-mail erano sì “inquietanti, assurde e socialmente inopportune”, ma che erano espressione di una “mania di spiegare”: il suo cliente ne era prigioniero ed era convinto di dover mettere in guardia le persone. La pandemia da coronavirus ha ulteriormente accentuato questa tendenza. Inoltre il 62enne non ha più commesso reati dal 2022. Contrariamente alla procura, la difesa non ravvisava alcun rischio di recidiva.

Secondo una perizia psichiatrica non è possibile stabilire con certezza se sia incapace di intendere e di volere. La sua capacità di controllo sarebbe invece limitata in maniera da moderata a grave. Nella perizia si raccomandava un trattamento stazionario di cinque anni iniziali.

Alla fine l’imputato è stato riconosciuto colpevole di ripetuta discriminazione e incitamento all’odio nonché ingiurie ripetute. Sebbene i giudici siano convinti che i fatti siano collegati alla malattia, hanno accolto la tesi della difesa e non hanno ritenuto proporzionata una terapia stazionaria, anche se i requisiti di legge erano “in linea di principio soddisfatti”, ha dichiarato il presidente della corte.

Contrariamente a quanto sostenuto dal legale dell’imputato in base al principio “in dubio pro reo”, il tribunale non ha invece negato ogni capacità di intendere e di volere al 62enne. L’uomo, da giovane, aveva completato una formazione professionale superiore ed era in grado di affrontare la vita quotidiana senza farmaci o terapia. Dev’esserci una certa capacità di comprensione e di autocontrollo, ha spiegato il magistrato. Ciononostante il tribunale ha ridotto la pena di due terzi a causa della capacità di imputabilità ridotta e ha imposto due anni di sospensione condizionale.

L’imputato è stato assolto su diversi punti: secondo il tribunale, infatti, per vari capi d’accusa relativi alla discriminazione e all’incitamento all’odio non sussisteva il requisito della pubblicità, come sostenuto dal ministero pubblico. Alcune delle e-mail incriminate, come aveva sottolineato anche la difesa, erano state inviate solo a singoli individui o a circoli ristretti di persone. In parte, su questi punti “non si può parlare di pubblicità”, ha osservato il presidente della corte.

Inoltre il procedimento ha dovuto essere archiviato per altri capi d’accusa poiché i reati erano già caduti in prescrizione. Secondo il giudice si trattava di sei reati di diffamazione e di abuso ripetuto di impianti di telecomunicazione.

Nonostante l’elevato rischio di recidiva attestato dalla perizia psichiatrica, il tribunale ha rinunciato anche a imporre un divieto di contatto e un divieto di avvicinamento alle parti lese: l’uomo non avrebbe più commesso reati dal settembre 2022 e le vittime non avrebbero richiesto tali divieti, ma solo la procura.

Di conseguenza, al 62enne è stato addebitato solo un quinto delle spese processuali, che ammontano così a 3’700 franchi. La sentenza non è ancora passata in giudicato; può ancora essere impugnata dinanzi alla Corte d’appello di Basilea Città.

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