Analisti avvertono, “non aspettatevi fiume petrolio dal Venezuela”
Mentre i mercati valutano le conseguenze dell'operazione militare americana in Venezuela gli esperti avvertono: non aspettatevi un fiume di petrolio a basso costo.
(Keystone-ATS) Le sfide tecniche, finanziarie e geopolitiche sono enormi e il ripristino della produzione richiederà anni.
La cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro da parte delle forze statunitensi riaccende i riflettori sulle enormi riserve petrolifere del paese, le più grandi al mondo secondo taluni stime, che le valutano a oltre 300 miliardi di barili. Gli analisti finanziari di fronte a questo scenario però avvertono: il percorso per riportare il Venezuela a essere un grande esportatore di greggio è lungo, costoso e irto di ostacoli.
Il riassestamento geopolitico ha un obiettivo economico chiaro. Christian Henke, analista capo di IG, afferma senza mezzi termini: “L’amministrazione di Washington non nasconde che la sua motivazione principale riguarda le riserve petrolifere del Venezuela. Queste devono ora passare sotto controllo americano, con l’obiettivo di aumentare i profitti di Chevron”.
Il confronto con l’Arabia Saudita, citato da Ipek Ozkardeskaya, analista di Swissquote, è impietoso. “Il Venezuela è noto per disporre delle più vaste riserve di petrolio del pianeta, eppure nel 2023 ha esportato solo 4,5 miliardi di dollari di greggio, una minuscola frazione dei 181 miliardi dell’Arabia Saudita”. Il divario abissale è il risultato di capacità di raffinazione obsolete, anni di investimenti insufficienti, sfide tecniche e, naturalmente, delle sanzioni internazionali.
La storia recente è piena di esempi che inducono alla prudenza. Stephen Dover, analista capo del Franklin Templeton Institute, osserva: “I mercati petroliferi sono poco inclini ad anticipare un rapido aumento della produzione di greggio venezuelano, viste le incertezze sulla futura governance del paese e la storia turbolenta dei ‘cambi di regime’ operati dagli Stati Uniti in stati petroliferi come Iraq o Libia”.
Giovanni Staunovo, specialista di UBS, pone una domanda cruciale. “Resta da osservare quali aziende sarebbero inclini a investire in Venezuela ai prezzi attuali del petrolio e soprattutto viste le incertezze politiche, di sicurezza e legali”. Anche ipotizzando un quadro politico stabile, gli ostacoli tecnici rimangono infatti formidabili. Staunovo ricorda che il petrolio venezuelano è “principalmente composto da greggio extra-pesante, altamente viscoso e con un’alta concentrazione di zolfo e metalli, il che ne limita la valorizzazione rispetto al greggio leggero non solforato”.
John Plassard di Cité Gestion quantifica lo sforzo necessario. “Un aumento della produzione di 500’000 barili al giorno è tecnicamente fattibile, ma richiederebbe circa 10 miliardi di dollari di investimenti e quasi due anni”. Un’eventuale nuova offerta aggiungerebbe una nuova fonte: in questo scenario il Brent “subirebbe una pressione al ribasso graduale, piuttosto che uno shock brutale”.