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‘Mai tante condanne a morte dal 1981, raddoppiate in Iran’

Keystone-SDA

Oltre 2700 esecuzioni in ben 17 stati nel 2025: il numero più alto dal 1981. Sono cifre inquietanti per la tenuta dei diritti umani quelle denunciate da Amnesty International nel rapporto annuale sulla pena di morte nel mondo.

(Keystone-ATS) Principali responsabili dell’impennata di esecuzioni, secondo il dossier, sono le autorità iraniane, che l’anno scorso “hanno messo a morte 2.159 persone, oltre il doppio rispetto al 2024”.

A Teheran la pena capitale è solo l’ultimo tassello nel dedalo di “processi gravemente iniqui” allestiti per “generare paura nella popolazione e punire coloro che contestano l’establishment della Repubblica Islamica”, come i due uomini giustiziati per le proteste successive alla morte di Mahsa Amini.

Al centro delle più recenti incriminazioni formulate dai tribunali degli ayatollah ci sono invece “il pretesto della sicurezza nazionale” e le conseguenti accuse di “spionaggio o collaborazione con Israele”, che hanno portato “all’impiccagione di almeno 11 uomini dall’inizio del conflitto”.

Fra questi anche Sasan Azadvar, campione di karate 21enne condannato per “moharabeh”, ovvero “guerra contro Dio”, dopo aver attaccato le forze di polizia durante le proteste di massa andate in scena a gennaio.

A seguire Teheran per il numero di pene di morte eseguite c’è l’Arabia Saudita. Nel 2025 a Riad sono state decapitate o fucilate 356 persone, soprattutto per “reati di droga e terrorismo”, soprattutto appartenenti alla minoranza sciita del paese, molti di loro accusati, come le vittime iraniane, di aver sostenuto proteste “anti-governative” fra il 2011 e il 2013.

Un trend mortifero che vede protagonisti anche Kuwait ed Egitto, dove le persone giustiziate sono rispettivamente raddoppiate e triplicate rispetto all’anno prima, insieme a Singapore e Stati Uniti, con metà delle esecuzioni avvenute in Florida.

A gettare un’ombra tetra sul futuro dei diritti umani sono anche le proposte di legge formulate sul tema oggetto del rapporto. Amnesty ricorda infatti che “Chad e Perù studiano la possibilità di reintrodurre la pena di morte”, mentre Israele ha presentato un disegno di legge discriminatorio, che prevede l’istituzione di un tribunale speciale, “per agevolare l’utilizzo delle esecuzioni nei confronti dei palestinesi” coinvolti nell’attacco del 7 ottobre.

Rimane fuori dal dossier il conteggio delle vittime silenziate nei paesi in cui questi dati sono classificati come segreti di stato. Fra questi, oltre a Corea del Nord, Bielorussia e Vietnam, spicca la Cina, da anni elefante nella stanza riguardo la pena di morte. Secondo Amnesty, infatti, “migliaia di esecuzioni continuano ad avere luogo in Cina, Stato che resta in testa alla classifica mondiale della pena di morte”. Ma Pechino, da sempre, non fornisce i dati ufficiali.

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