“Aumentare già il prezzo della benzina in Svizzera è opportunismo”
Il conflitto in Medio Oriente fa riemergere lo spettro di uno shock petrolifero globale: ma per Laurent Horvath, specialista in geopolitica dell'energia, il panico non è motivato, almeno per ora.
(Keystone-ATS) E non è nemmeno giustificato che in Svizzera il prezzo della benzina stia già salendo.
“Il carburante che si trova oggi nei serbatoi in Svizzera o in Francia è stato acquistato diverse settimane, se non mesi or sono, quindi a un costo precedente – e inferiore – all’impennata dei prezzi in Medio Oriente”, afferma l’esperto in un’intervista pubblicata oggi dal quotidiano neocastellano Arcinfo. “Si osserva uno schema piuttosto costante: quando i mercati salgono, le stazioni di servizio lo riflettono sui loro prezzi in circa tre giorni. E quando scendono, ci vuole invece una decina di giorni”.
Si è di fronte a una precisa strategia commerciale. “Non dimentichiamo che l’obiettivo principale di queste aziende, e delle compagnie petrolifere in generale, è quello di guadagnare denaro”, aggiunge. “Si tratta di opportunismo: approfittano dell’effetto di opportunità causato dal nervosismo geopolitico e non aspettano che il ‘nuovo petrolio’ più costoso venga consegnato per modificare i loro prezzi”.
Chi come automobilista sta in coda per fare il pieno agisce a suo avviso in modo irrazionale. “Si ripete uno scenario tipo ‘scorta di carta igienica’ che abbiamo conosciuto all’inizio della pandemia di Covid-19. C’è gente che a volte fa mezz’ora di coda per risparmi marginali. Se il litro aumenta di cinque centesimi, si guadagna un franco o due su un pieno, non di più”, afferma Horvath, che invita alla calma: “Non credo che vedremo una stazione a secco domani in Svizzera: non serve a niente farsi prendere dal panico”.
Sulle possibili previsioni di prezzo, l’economista raccomanda prudenza. “Dobbiamo essere franchi: oggi siamo in un limbo totale. Prevedere che il barile raggiungerà i 100 dollari a breve è pura speculazione. Così come dire che la benzina costerà 2 franchi al litro”, chiarisce. La sua stima è più moderata: “A breve termine, dovremmo vedere piuttosto il litro evolvere verso 1,70-1,80 franchi, ossia un aumento dell’ordine di 10-15 centesimi rispetto ai livelli recenti”.
A fare da ammortizzatore, ricorda, ci sono le tasse. “Una parte importante del prezzo alla pompa in Svizzera è costituita da tasse, dell’ordine di quasi il 50%, cioè 85 centesimi per litro. Questo dato ammortizza meccanicamente una parte delle variazioni del greggio”. Inoltre, “bisogna anche dire che l’aumento del prezzo del barile non è così spettacolare come si potrebbe pensare: valeva 73 dollari alla fine di gennaio e oggi è passato a circa 84 dollari”.
La durata della tensione sui prezzi dipenderà dall’evoluzione bellica. “Se la crisi si calma rapidamente, l’aumento può placarsi e poi rifluire. Ma anche in questo caso, il calo sarà lento, perché bisognerà smaltire le scorte acquistate a prezzo più alto”, spiega l’osservatore. “Se, al contrario, l’escalation si protrae nel tempo – oltre le due settimane – i mercati possono irrigidirsi notevolmente. E se, peggio ancora, le distruzioni dovessero colpire in larga misura le infrastrutture di produzione e logistica in Iran e nel Golfo Persico, i prezzi potrebbero salire molto più in alto”.
Quanto al rischio di una penuria globale, l’analista è rassicurante ma invita a guardare il quadro completo, sottolineando che prima della guerra c’era un eccesso di offerta. “Oggi ci sono tra i 200 e i 300 milioni di barili stoccati su petroliere che cercano di vendere le loro scorte, in particolare petrolio russo. Sono quantità stratosferiche”. A questi si aggiungono le riserve strategiche dei paesi, come i 2 miliardi di barili della Cina o i 4,5 mesi di fabbisogno coperti dalle riserve obbligatorie elvetiche.
La situazione può comunque diventare difficile. “Il mercato del petrolio è globale: se una parte dei flussi dal Golfo viene interrotta gli acquirenti asiatici si rivolgeranno altrove, entreranno in concorrenza con altri compratori e il prezzo di riferimento aumenterà per tutti, quindi anche per noi”. La Svizzera ha la stessa vulnerabilità di altri paesi, avverte. “Il denaro non garantisce un accesso prioritario in caso di tensione, come abbiamo visto in altre crisi: ricordiamo la difficoltà di procurarsi mascherine o vaccini durante la pandemia di Covid”.
Il vero campanello d’allarme, per l’esperto, è un altro. “Il diesel, e quindi anche il cherosene, è il nervo scoperto dell’economia reale: trasporto su strada, logistica, macchinari, riscaldamento a gasolio. Se aumenta, è tutta la catena a esserne coinvolta”, spiega. “E oggi assistiamo a una penuria di questo carburante, perché è prodotto da greggi di altissima qualità, meno disponibili di quello, meno buono, che si trova in sovrabbondanza, in particolare quello proveniente dallo scisto americano. Talli prodotti di alta gamma provengono proprio soprattutto dal Medio Oriente e dalla Russia”.
Quindi la Russia – chiede il giornalista della testata di Neuchâtel – trarrà vantaggio dalla situazione? “Sì, se i flussi dovessero riorganizzarsi, il greggio russo potrebbe tornare ad essere interessante per alcuni attori”, risponde l’intervistato.
“Bisogna capire che ciò che è in gioco oggi va ben oltre la questione del prezzo alla pompa. L’evento rimescola le carte in modo duraturo. Ciò potrebbe infatti avvicinare ancora di più la Cina e la Russia sul piano energetico, poiché Pechino dovrà trovare altri fornitori, con l’Iran sotto i bombardamenti e il Venezuela ormai sotto il controllo americano. L’intervento statunitense esercita anche una pressione sulle monarchie petrolifere del Golfo, che potrebbero scegliere, per motivi di sicurezza, di limitare le loro esportazioni verso la Cina o altre potenze. Ciò può accelerare la questione per l’Europa: può, a lungo termine, fare a meno del granaio energetico che è la Russia?”, chiede in conclusione l’esperto.