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Traffico d'organi, accuse controverse

Otto anni da procuratrice per la ex Jugoslavia: le memorie di Carla Del Ponte fanno discutere Keystone

Carla Del Ponte, ex procuratrice del tribunale internazionale dell'Aja, ha sollevato la questione; un'ex parlamentare svizzera chiede indagini approfondite sul presunto traffico di organi in Kosovo e Albania.

Questo contenuto è stato pubblicato il 18 aprile 2008 - 09:51

Nel suo libro «La caccia – Io e i criminali di guerra» Carla Del Ponte, basandosi su quelle che ritiene testimonianze credibili, parla di 300 serbi portati in Albania dai guerriglieri kosovari e lì uccisi e privati degli organi interni. Questi ultimi sarebbero poi stati venduti.

In seguito alla pubblicazione del libro della Del Ponte, Serbia e Russia hanno chiesto che il Tribunale per i crimini di guerra indaghi su questo episodio. Il governo del Kosovo – guidato dall'ex capo della guerriglia Hashim Thaci – respinge le accuse; altri rappresentanti del mondo politico internazionale hanno accolto il racconto di Carla Del Ponte con scetticismo.

Ruth-Gaby Vermot-Mangold, ex deputata socialista al parlamento elvetico che nel 2003 ha indagato sul traffico d'organi per il Consiglio d'Europa, ritiene che sia fondamentale far luce su quanto accaduto.

«Si sentono storie di traffico d'organi di questo tipo», dice a swissinfo, «ma abbiamo pochi casi concreti. È importante andare a fondo con le ricerche; per il Kosovo, per la Serbia e per la giustizia».

L'associazione Human Rights Watch – che ha sede a New York – chiede alle autorità del Kosovo di verificare la fondatezza delle accuse, perché nel libro della Del Ponte ci sarebbero «indizi sufficientemente gravi».

Ma il 16 aprile, Olga Karvan, portavoce del Tribunale internazionale per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia, ha dichiarato che gli investigatori delle Nazioni unite non hanno trovato «prove sostanziali» a sostegno della tesi del traffico d'organi.

E Florence Hartmann – che era portavoce di Carla Del Ponte all'Aja – si è spinta addirittura oltre e ha definito «irresponsabili» le dichiarazioni del suo ex capo.

«Mischiare i generi, giustapporre crimini che sono stati portati in tribunale e teorie non verificate di testimoni di cui lei non conosce niente, nemmeno l'identità, favorisce la confusione tra le chiacchiere e i fatti e rischia d'incoraggiare ogni tipo di revisionismo», ha scritto la Hartmann sulle pagine del quotidiano losannese Le Temps.

Dal canto suo, Carla Del Ponte tace. A chiedere il silenzio all'ex procuratrice, oggi ambasciatrice svizzera in Argentina, è stato il governo elvetico.

Clinica

Nel libro, pubblicato in Italia e in Svizzera, Carla Del Ponte descrive la visita dei suoi investigatori ad un edificio situato nella regione montagnosa dell'Albania. Nella clinica sarebbero stati rinchiusi 300 serbi catturati dall'esercito di liberazione del Kosovo e trasportati oltre il confine con l'Albania nel giugno del 1999.

Secondo i testimoni – tra i quali ci sono una persona che afferma di aver trasportato degli organi all'aeroporto di Tirana e un gruppo di giornalisti anonimi – le vittime sono state prima private dei reni e poi uccise per provvedere all'espianto di altri organi.

Nell'edificio, gli ispettori delle Nazioni unite hanno trovato degli strumenti medico chirurgici e tracce di sangue, ma non hanno potuto stabilire se si trattasse di sangue umano.

La maggioranza delle vittime sarebbero stati uomini serbi del Kosovo. Ma ci sarebbero state anche donne kosovare, albanesi, russe e provenienti da altri paesi slavi.

Altre fonti dicono che gli organi avrebbero preso il volo per la Turchia, dove sarebbero stati trapiantati a pazienti facoltosi.

Se le accuse sono fondate – dice Ruth-Gaby Vermot-Mangold – il ruolo della Turchia nel traffico d'organi non sarebbe affatto sorprendente. «Abbiamo le prove che delle persone si sono recate in Turchia per dei trapianti e che lì c'è un mercato per gli organi, soprattutto per i reni».

«Falsità»

È la prima volta che questo tipo di accuse arriva da una fonte autorevole come Carla Del Ponte. Molti però si sorprendono del fatto che l'ex procuratrice ne parli soltanto cinque anni dopo le indagini in loco dei suoi investigatori. La Del Ponte afferma che allora fu impossibile portare avanti indagini approfondite a causa della poca consistenza delle prove.

La ministra della giustizia kosovara Nekibe Kelmendi ha liquidato queste affermazioni come «falsità».

«Ho avuto quattro incontri personali con Carla Del Ponte e non ha mai menzionato accuse del genere», ha dichiarato la Kelmendi all'Associated Press. La ministra kosovara critica la Del Ponte per «aver scritto di cose che non sono mai sfociate in un procedimento ufficiale».

L'ex primo ministro albanese Pandeli Majko, in carica nel periodo del conflitto in Kosovo, definisce le accuse della magistrata elvetica «storie strane frutto della fantasia».

Il 15 aprile, il ministro slovacco degli affari esteri Jan Kubis ha riferito al Consiglio d'Europa che le accuse della Del Ponte rischiano di far perdere credibilità al Tribunale internazionale per la ex Jugoslavia.

Dall'altra parte, le famiglie dei desaparecidos serbi accusano il tribunale di non aver agito, nonostante loro avessero fornito i nomi di 300 persone che ritenevano coinvolte nei rapimenti di serbi.

swissinfo, Simon Bradley e agenzie
(traduzione, Doris Lucini)

Carla Del Ponte

Nasce nel 1947 a Bignasco (Valle Maggia), nel canton Ticino.

Studia diritto internazionale a Berna, a Ginevra e in Inghilterra.

Nel 1981 è nominata procuratrice del canton Ticino e dal 1994 al 1999 guida il Ministero pubblico della Confederazione.

Nel 1999 è nominata procuratrice generale del Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia (TPIY) dall'allora segretario generale delle Nazioni unite Kofi Annan.

Lascia l'incarico al TPIY alla fine del 2007 per assumere quello di ambasciatrice svizzera in Argentina.

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TPIY

Il Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia è stato creato in virtù della risoluzione 827 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

La risoluzione è stata adottata il 25 maggio 1993 in risposta alla minaccia per la pace e la sicurezza internazionale rappresentata dalle gravi violazioni del diritto internazionale umanitario commesse sul territorio dell'ex Jugoslavia dal 1991.

Inaugurato nel mese di febbraio del 2002, il processo contro Slobodan Milosevic – presidente della Jugoslavia e successivamente della Serbia – era stato seguito con molta attenzione. Milosevic è morto nel mese di marzo del 2006, poco prima della fine del processo.

Non sono ancora stati assicurati alla giustizie il leader dei serbi di Bosnia Radovan Karadzic e il generale Mladic, comandante della Repubblica serba di Bosnia.

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