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Test nelle scuole per scoprire i bambini violenti

Un test sistematico condotto nelle scuole potrebbe aiutare ad individuare i bambini potenzialmente violenti Keystone

L'aumento della violenza tra i bambini preoccupa lo psichiatra Hans-Christoph Steinhausen, per il quale la Svizzera deve trovare il modo di individuare e trattare precocemente i comportamenti a rischio.

Questo contenuto è stato pubblicato il 30 settembre 2008 - 11:47

L'idea di una ricerca sistematica, già nei primi anni scolastici, di possibili predisposizioni ad atteggiamenti violenti non fa l'unanimità. Molti colleghi di Steinhausen, professore emerito di psichiatria infantile dell'Università di Zurigo, hanno criticato la proposta. «Mi viene da dire: svegliatevi! È ora di cominciare a riflettere seriamente sul tema», si difende Steinhausen.

«Ci arrivano dei casi terribili per innumerevoli tipi di comportamento delinquente. Constatiamo che sono in aumento, soprattutto tra le ragazze», spiega il professore. A suo avviso, gli operatori del settore psichiatrico dovrebbero fare di più per individuare i bambini potenzialmente violenti. Una soluzione potrebbe essere quella di proporre nelle scuole un questionario in grado di far emergere la predisposizione all'aggressività dei bambini prima che questa sfoci in atti concreti.

«Sto solo dicendo che questo tipo di test potrebbe essere un'opzione», puntualizza il professore. «L'essenziale è che venga data importanza ad un intervento precoce. Al momento questo tipo di approccio non c'è e la sua assenza si fa sentire in modo drammatico».

Steinhausen ha criticato a più riprese la pratica attuale, che prevede di esaminare e sottoporre a trattamento i bambini in età scolastica solo se si sono già manifestati comportamenti problematici.

Profezia che si autoavvera?

Altri esperti si oppongono strenuamente all'idea di controlli sistematici. «È un modo di procedere estremamente problematico», ritiene ad esempio lo psicologo infantile Allan Guggenbühl. «C'è il rischio di etichettare un bambino come problematico e che in seguito questo cominci per davvero a comportarsi male».

«Lo si vede con i test che misurano il quoziente intellettivo. Se a un bambino si dice che ha un IQ di 130, inizia a pensare: "Sono intelligente e non ho bisogno d'impegnarmi", aggiunge Guggenbühl, che lavora per un istituto di gestione dei conflitti a Berna e a Zurigo. «I bambini integrano le informazioni che ricevono nella loro identità. È ingenuo pensare che non lo facciano».

Anche il Servizio psicologico scolastico di San Gallo ha espresso dubbi nei confronti delle proposte di Steinhausen. Il caposervizio, Hermann Blöchlinger, ha spiegato al quotidiano 20Minuten che test del genere non sono necessari. «Gli insegnanti sono in grado di individuare i pochi bambini dal comportamento particolare e di rispondere a queste situazioni con misure adeguate».

Dal canto suo, Hans-Christoph Steinhausen ribadisce che si dovrebbe almeno lanciare una discussione sulla possibilità di test nelle scuole, test che non avrebbero un effetto negativo sui bambini. «È sciocco pensare che ciò possa accadere. Sono in atto dei cambiamenti importanti e la Svizzera sta rimanendo indietro. Ci vorranno cinque anni prima che si svegli. Dobbiamo riflettere su questo tema».

Steinhausen ricorda uno studio del 1994 che indagava i comportamenti problematici attraverso un questionario di 150 domande proposto a 2'000 allievi del canton Zurigo. Due di queste domande riguardavano la paura della scuola e le assenze ingiustificate. «Abbiamo dimostrato che alcuni fattori di delinquenza sono misurabili anche con un questionario compilato dai ragazzi stessi», spiega il professore. «È la metodologia più indicata per degli studi nelle scuole. Applicarla è possibile».

Studio controverso

Steinhausen, che ha guidato per più di vent'anni l'Istituto di psichiatria dell'età infantile e adolescenziale dell'Università di Zurigo, non è nuovo a proposte controverse.

È stato uno dei ricercatori coinvolti in Sesam (Swiss Etiological Study of Adjustment and Mental Health), uno studio che prevedeva di utilizzare materiale genetico di bambini per studiare le origini dei disordini mentali e dei fenomeni di disadattamento. Lanciato nel 2005, Sesam è stato da subito al centro delle critiche, soprattutto perché prevedeva esami genetici che, a cominciare da un essere non ancora formato (un embrione di 12 settimane), si sarebbero protratti per 20 anni.

Alla fine, i ricercatori sono stati forzati ad abbandonare la parte genetica del progetto. Quest'ultimo – per il quale erano stati stanziati 10,2 milioni di franchi dal Fondo nazionale svizzero per la ricerca scientifica – è stato poi definitivamente messo in un cassetto nel marzo del 2008, perché non è stato possibile trovare un numero sufficiente di volontari.

Criminalità giovanile

Negli scorsi decenni, gli episodi di violenza che hanno coinvolto dei minorenni in Svizzera sono stati tutto sommato rari. Il caso più eclatante è stato l'arresto, nel 2006 a Zurigo, di 12 adolescenti accusati di aver violentato una tredicenne.

Stando ai dati dell'Ufficio federale di statistica, nel 2006 sono stati registrati 14'000 reati commessi da minorenni. In 3'300 casi, i responsabili avevano meno di 14 anni. Da notare che la popolazione svizzera nella fascia d'età 7-17 anni è composta di circa 938'000 individui.

Tra i reati commessi, i più frequenti sono quelli contro la proprietà (48% dei casi). Seguono poi le infrazioni alla legge sugli stupefacenti (28%). Le condanne per crimini violenti – 2'400 – rappresentano il 17% del totale. Nel 1999, la loro quota era del 10%.

Questo aumento preoccupa Steinhausen, per il quale si dovrebbe discutere dei test nelle scuole almeno come contributo alla prevenzione.

swissinfo, Tim Neville
(Traduzione, Doris Lucini)

Criminalità giovanile

Dati della polizia suggeriscono che nel corso dell'ultimo decennio i reati a sfondo violento commessi da minorenni sono raddoppiati. Uno studio dell'Università di Zurigo giunge alla conclusione che l'aumento reale è del 14%.

Per i ricercatori, i dati della polizia sono falsati da un cambiamento delle abitudini della popolazione, oggi molto più propensa che in passato a sporgere denuncia.

Anche se l'aumento dei casi di violenza è meno forte di quanto temuto, dalla pubblicazione dell'Università di Zurigo emerge un dato preoccupante: uno su quattro dei quasi 2'700 quattordicenni che hanno preso parte allo studio è stato vittima di episodi violenti nel corso dei due anni e mezzo precedenti l'inchiesta.

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