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Super franco: esportatori e sindacati sul chi vive

L'industria svizzera delle macchine soffre del rafforzamento del franco Keystone

Il franco svizzero si è apprezzato del 10% nei confronti dell'euro dall'inizio dell'anno. Ciò impensierisce esportatori e sindacati. Ma l'impatto di un franco forte per le imprese elvetiche non è omogeneo, osservano gli economisti.

Questo contenuto è stato pubblicato il 06 ottobre 2010 - 18:01
swissinfo.ch

Per i frontalieri che lavorano in Svizzera e sono pagati in franchi, l'indebolimento della moneta unica europea nei confronti di quella elvetica, inizialmente, è stato positivo. Ma per molti di loro la boccata d'ossigeno è stata di breve durata.

Il campanello d'allarme è suonato negli ultimi mesi, quando sono saliti alla ribalta delle cronache casi di aziende svizzere che hanno deciso di retribuire i dipendenti frontalieri in euro oppure di ridurre gli stipendi per far fronte agli effetti dell'apprezzamento del franco. Casi che non sono isolati, sottolineano i sindacati.

All'inizio di settembre la società svizzera di logistica Stöcklin, con sede nel comune solettese di Dornach, a sud di Basilea, ha scritto a 120 dipendenti frontalieri che vivono in Francia e in Germania per proporre un nuovo contratto di lavoro. Questo prevede un taglio salariale del 6%, pari a una riduzione mensile media di 300 franchi.

Nella lettera, la direzione argomentava che il personale in questione aveva beneficiato di un aumento del 12% del potere d'acquisto, dato che gli stipendi sono pagati in franchi svizzeri. Dieci lavoratori che hanno rifiutato di firmare il nuovo contratto sono stati licenziati.

La tipografia Karl Augustin è andata persino oltre. All'inizio di agosto, la società, con sede a Thayngen nel cantone Sciaffusa, ha deciso di pagare i suoi 15 lavoratori transfrontalieri in euro anziché in franchi. Lo ha fatto sulla base di un tasso di cambio di Frs 1.55 per 1 euro, allorché il corso si collocava sull'1.34.

"Esercitando pressioni, siamo riusciti a farlo attualizzare", spiega a swissinfo.ch il capo economista dell'Unione sindacale svizzera (USS) Daniel Lampart. L'USS sta vagliando la possibilità di adire le vie legali riguardo ai licenziamenti, ha aggiunto il sindacalista.

Oltre a questi due casi rivelati pubblicamente, la più grande confederazione sindacale della Svizzera afferma di avere indizi secondo cui altre aziende che versano salari in euro cercherebbero di "fare profitti sulle spalle dei lavoratori", soprattutto dei frontalieri, ha detto Lampart .

"Questo è illegale", avverte il sindacalista. "Quando abbiamo aperto il nostro mercato del lavoro alla libera circolazione delle persone dell'Unione europea abbiamo garantito al popolo elvetico che gli stipendi svizzeri sarebbero pagati in franchi. La legge è così."

Negli anni '90, i sindacati svizzeri avevano denunciato casi di dumping salariale analoghi da parte di industrie dell'abbigliamento in Ticino. Queste cercavano di rimunerare il proprio personale in lire italiane, dopo il crollo di quella moneta.

Minacce di delocalizzazione

Benché, negli ultimi mesi, le esportazioni di prodotti svizzeri siano aumentate, il franco forte erode i margini. In particolare per le aziende che vendono in maggioranza al mercato europeo.

La zona euro è il principale partner commerciale della Svizzera e le industrie hanno avvertito che l'apprezzamento del franco nei confronti dell'euro potrebbe spingere le imprese a trasferire la produzione all'estero.

"L'apprezzamento del franco ci danneggia perché produciamo quasi tutto in Svizzera", ha recentemente dichiarato al quotidiano "Blick" il presidente della direzione della Swatch Nick Hayek.

Sulla stessa onda si sono espressi i rappresentanti dell'organizzazione Swiss Export. In una conferenza stampa a Zurigo hanno affermato che le piccole e medie imprese (PMI) esportatrici svizzere continueranno ad essere sotto forte pressione nei prossimi anni.

I due terzi delle cento imprese intervistate dall'organizzazione hanno detto di aver subito un calo dei profitti di circa il 20% nell'ultimo anno. E la maggior parte ha detto di aspettarsi una stagnazione o solo una lieve crescita nei prossimi dodici mesi.

La pressione intanto è salita anche in campo politico. Durante la sessione parlamentare appena conclusasi, il deputato nazionale liberale radicale Otto Ineichen, un imprenditore lucernese, ha invitato il governo ad adottare misure speciali in favore delle PMI, per sei mesi, per evitare la perdita di posti di lavoro. Ineichen vorrebbe che la Confederazione fungesse da garante per una parte dei prestiti alle esportazioni concessi alle PMI.

Sfumature

Ma il quadro uscito da un sondaggio condotto presso 206 imprese in luglio e agosto, in preparazione della riunione annuale della Banca nazionale svizzera (BNS), è meno drammatico.

La BNS ha indicato la settimana scorsa che la forza del franco svizzero nuoce solo ad una minoranza delle aziende svizzere. Più della metà degli interpellati non ha subito alcun effetto negativo. Quasi un quinto ha persino registrato effetti positivi, mentre poco più di un quarto ha accusato da moderati a forti effetti negativi.

Le aziende più toccate dall'erosione dei margini e dal calo delle vendite sono attive nei settori della chimica, della produzione di materie plastiche, delle macchine, delle installazioni elettriche e della metallurgia.

Sul fronte opposto, le aziende che traggono i maggiori profitti, sono attive nella gestione patrimoniale, come pure nelle importazioni di automobili, materiali da costruzione e altri beni durevoli.

La situazione degli esportatori è complicata e deve essere esaminata più in dettaglio, commenta Daniel Kalt, responsabile della ricerca economica presso l'UBS. "Ci sono certamente preoccupazioni circa un franco forte, ma bisogna considerare ogni singola impresa di esportazione in modo diverso", ha spiegato l'esperto a swissinfo.ch.

"Quelle con un valore aggiunto elevato, che versano salari in franchi, hanno problemi. Ma negli ultimi 10-15 anni c'è stata un'enorme trasformazione dell'industria svizzera d'esportazione, con imprese che hanno insediato gli stabilimenti di produzione nella zona euro, per compensare i rischi legati alle fluttuazioni dei cambi".

Moneta rifugio

Il franco svizzero è tradizionalmente considerato una valuta di rifugio sicura durante i periodi di oscillazione dei cambi.

La stabilità economica e politica della Svizzera, il suo mercato immobiliare solido e il suo sistema finanziario ben gestito, contribuiscono a rendere attrattivo il franco, come via di fuga da condizioni più volatili nel resto del mondo.

Attualmente, la forza del franco è stata stimolata dalle condizioni economiche critiche in Europa e negli Stati Uniti, che hanno gravato sull'euro e sul dollaro.

Inoltre, la Svizzera è uscita relativamente bene dalla crisi finanziaria e dalla recessione, rispetto a molti paesi occidentali. In Svizzera la crisi è stata attenuata dai robusti consumi privati.

Durante il picco del boom economico, nel 2007, un euro superava ampiamente la soglia di Frs 1.60. Nei primi mesi del 2008, il cambio è crollato sotto Frs 1.50. Così è aumentata la forza relativa del franco.

L'intervento della Banca nazionale svizzera (BNS) ha consentito di contenere l'aumento del franco e tenerlo sotto controllo per tutto il 2009. Per questo il cambio per un euro è sceso sotto Frs 1.50 solo in dicembre.

Ma i timori legati all'incapacità di paesi della zona euro, come per esempio la Grecia, di far fronte al proprio indebitamento, hanno provocato un tracollo della moneta unica europea, che la BNS non ha potuto arrestare.

Alla metà di settembre 2010, la Banca nazionale svizzera ha rifiutato di lanciarsi nell'acquisto sfrenato di euro. L'istituto ha però detto di essere pronto a reagire se le condizioni dovessero ulteriormente peggiorare.

All'inizio di ottobre, 1 euro era scambiato contro Frs 1.34.

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Previsioni PIL

Nelle più recenti previsioni congiunturali, formulate in settembre:

La BNS calcola che il prodotto interno lordo (PIL) in Svizzera dovrebbe crescere del 2,5% nel 2010.

Per il 2011 l'istituto di emissione centrale non ha indicato una percentuale precisa, ma si attende un netto indebolimento del tasso di espansione.

Il Centro di ricerche congiunturali (KOF) del Politecnico federale di Zurigo pronostica invece una progressione del PIL del 2,7% per il 2010 e dell'1,8% per il 2011.

La Segreteria di Stato dell'economia (SECO) si aspetta un aumento del 2,7% per il 2010 e dell'1,2% per il 2011.

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