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Sul clima tante chiacchiere e pochi fatti

Thomas Kesselring "sperimenta" il cambiamento climatico durante una passeggiata nell'Oberland bernese. zVg

Nel 2006, grazie ad Al Gore, il cambiamento climatico è diventato un argomento di discussione a tutti i livelli. A conti fatti – sottolinea il professore di etica Thomas Kesselring – tutti nascondono però la testa sotto la sabbia.

Questo contenuto è stato pubblicato il 18 settembre 2011 - 17:17
Renat Kuenzi, Traduzione e adattamento: Andrea Clementi, swissinfo.ch

Anche se la Svizzera rappresenta soltanto una percentuale minima della popolazione del pianeta, in virtù delle sue risorse e delle sue conoscenze tecnologiche dovrebbe fornire un importante contributo alla diminuzione delle emissioni di CO2. È l'opinione di Thomas Kesselring, docente all'Università di Berna e autore di numerosi libri.

swissinfo.ch: Lei ha più volte sottolineato che molte persone non prendono abbastanza seriamente i problemi legati al clima. Questa critica è rivolta alla società in generale, ai politici, ai dirigenti d'azienda o ai giornalisti?

Thomas Kesselring: I giornalisti sono probabilmente i più attivi, segnatamente in Germania. In generale, tutti potrebbero fare di più: a livello politico ed economico ci si impegna troppo poco, e anche negli istituti di formazione la questione climatica è praticamente ignorata.

I cittadini hanno il dovere di informarsi, ma questo accade raramente. Per quanto concerne il cambiamento climatico, constato che c'è una certa saturazione: molte persone ritengono si tratti di cose note e arcinote. La maggioranza della gente si ritiene informata, ma in realtà lo è soltanto per metà. A titolo di esempio, da un sondaggio è risultato che soltanto una persona su venti sapeva di quanto è necessario ridurre le emissioni di CO2 se si vuole limitare a due gradi l'aumento globale della temperatura.

A ciò si aggiunge il fatto che i ghiacciai artici si stanno sciogliendo molto più rapidamente di quanto pronosticato dagli esperti dell'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC, Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici) quattro anni or sono. La conseguenza di questa situazione è l'aumento globale della temperatura, poiché la superficie acquatica riflette soltanto il 20% della luce solare, mentre il ghiaccio l'80%.

swissinfo.ch: Quale è la situazione per quanto concerne lo scioglimento dei ghiacciai dell'Himalaya? In merito si era scatenata una polemica…

T.K.: Si è discusso se questo processo durerà 35 oppure 350 anni. Secondo alcune stime, tra 50-60 anni rimarrà soltanto un terzo dell'attuale ghiaccio dell'Himalaya. Se si tiene conto che il 40%-50% della popolazione mondiale dipende dai fiumi di origine glaciale, ben si capisce quando sia preoccupante questo scenario.

swissinfo.ch: È corretto affermare che di fronte a questi rischi si tende – in generale – alla reazione tipica dello struzzo che nasconde la testa sotto la sabbia?

T.K.: Penso di sì. A un mio articolo sul tema pubblicato dalla Neue Zürcher Zeitung hanno reagito numerosi lettori, scrivendomi che non hanno intenzione di modificare il loro comportamento dal momento che chi abita negli altri paesi non intende farlo a sua volta. Inoltre, quando discuto con persone anziane, spesso mi sento dire che il tema è sgradito e fonte di stress. È vero, ma lo sarebbe molto meno se le persone se ne occupassero attivamente.

swissinfo.ch: Nel 2006 – grazie al film An Inconvenient Truth – l'ex vicepresidente americano Al Gore ha portato il tema del cambiamento climatico alla ribalta mondiale. Un anno più tardi gli è anche stato conferito il Premio Nobel per la pace. Per quale motivo l'opinione pubblica sembra essersi dimenticata così rapidamente della questione?

T.K.: Ho già menzionato la presunta conoscenza del tema, unita a un certo fastidio che esso suscita in molte persone. Non va poi dimenticato che è utopico immaginare che un film possa mutare in modo irreversibile i comportamenti umani.

Si deve poi tenere presente che oggigiorno siamo fortemente influenzati dal mercato, che lancia in continuazione nuovi prodotti e nuove mode. Quando un determinato tema ricorre ancora dopo due-tre anni, viene rapidamente percepito come noioso.

swissinfo.ch: I paesi emergenti – che costruiscono le loro industrie e loro infrastrutture nuove di zecca – tendono sempre di più a prediligere tecnologie a bassa emissione di CO2. Cosa si può dire in merito?

T.K.: La Cina si sta dando molto da fare in questo senso, visto che il paese è confrontato a seri problemi dal profilo ecologico, in particolare per quanto concerne le risorse idriche. I cinesi hanno capito l'importanza degli alberi e sostengono quindi i progetti di rimboscamento, ma nel contempo favoriscono l'abbattimento delle foreste in Africa.

La Cina è inoltre molto attiva nella ricerca di energie alternative e di forme di mobilità sostenibile, ad esempio le biciclette elettriche. Anche l'India figura tra i pionieri delle cosiddette cleantech, anche se i suoi problemi ecologici sono meno preoccupanti di quelli cinesi.

swissinfo.ch: Quale è la situazione da questo punto di vista in Brasile, uno dei paesi sudamericani più importanti per l'economia mondiale?

T.K.: Il Brasile è molto meno densamente popolato rispetto a Cina e India, ma le sue grandi aree naturali – la foresta amazzonica rappresenta i due terzi delle risorse di acqua dolce del pianeta – sono sempre più rapidamente distrutte e il trasporto individuale viene spinto a livelli elevatissimi. In città dalle dimensioni di Zurigo, ogni mese vengono autorizzate a circolare 3'000 nuove automobili: le conseguenze a livello di traffico sono estreme.

Il Brasile dispone comunque di un'importante falda freatica, oggi ancora poco sfruttata, mentre in Cina e in India queste risorse stanno drasticamente diminuendo.

swissinfo.ch: Concretamente, a cosa servirebbe se la Svizzera – con appena 8 milioni di abitanti – decidesse di puntare sulle tecnologie ecologiche, mentre paesi in vivino miliardi di persone non si interessano ai problemi climatici?

T.K.: Si ripete sempre che il contributo elvetico sarebbe inutile soltanto perché numericamente la sua popolazione è una piccolissima frazione di quella mondiale. L'argomento è però errato, perché impedisce ogni forma di cambiamento: qualsiasi piccola percentuale della popolazione planetaria potrebbe infatti nascondersi dietro la medesima affermazione.

Va inoltre ricordato che la Svizzera figura tra gli Stati economicamente meglio posizionati del pianeta. I salari sono elevati, il suolo è fertile, le risorse idriche abbondanti. Chi se non la Confederazione si trova nella condizione di compiere un passo da pioniere a favore dell'ecologia?

Abbiamo i mezzi, il know-how e siamo tra i paesi più informati sui cambiamenti climatici. Senza contare che profilarsi tempestivamente in questo settore sarebbe certamente positivo anche dal profilo economico.

Ridurre le emissioni

Protocollo: In vigore dal 2005, il Protocollo di Kyoto (sottoscritto nell’omonima città giapponese nel 1997) è un accordo aggiuntivo della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 1992, un trattato che punta a ridurre il riscaldamento climatico e a far fronte alle sue conseguenze.

Obiettivi: Kyoto è l’unico strumento giuridicamente vincolante in ambito climatico. Impegna 37 paesi industrializzati a ridurre entro il 2012 le emissioni del 5,2% rispetto ai valori del 1990. L’obiettivo per la Svizzera, che non sarà raggiunto, è una riduzione dell’8%.

Negoziati. Durante la 16. Conferenza sul clima delle Nazioni Unite, nel dicembre 2010 a Cancun, le parti hanno deciso di proseguire nel processo multilaterale di negoziati e di rimandare le trattative su Kyoto a quest’anno. Sarà tuttavia impossibile lanciare una seconda fase di riduzione entro la fine del 2012, ovvero al momento in cui scadrà il Protocollo di Kyoto.

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