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Scioglimento dei ghiacciai, un problema per molti

Attivista di Greenpeace sul ghiacciaio del Gorner, in Vallese. Keystone

Lo scioglimento dei ghiacciai alpini avrà ripercussioni sul flusso dei più grandi fiumi europei, tra cui il Reno, il Danubio e il Po. A subirne le conseguenze saranno soprattutto il trasporto navale, la produzione di energia idroelettrica e l'agricoltura.

Questo contenuto è stato pubblicato il 31 luglio 2011 - 16:31
Julia Slater, swissinfo.ch

La proporzione di acqua di origine glaciale presente nei grandi fiumi europei (Rodano, Reno, Danubio e Po) è più grande di quanto immaginato. Lo ha scoperto Matthias Huss, glaciologo dell’Università di Friburgo, secondo cui più di un quarto dell’acqua defluita nel Rodano in direzione del Mediterraneo nel mese di agosto proveniva dai ghiacciai alpini.

Alla foce del Reno nel Mare del Nord la proporzione era invece del 7%. Questo nonostante il fatto che i ghiacciai coprono soltanto i due millesimi del suo bacino idrico.

I ghiacciai si stanno però sciogliendo. E quando un ghiacciaio diventa troppo piccolo per alimentare un fiume, «non c’è modo di recuperarlo», afferma Huss a swissinfo.ch. La riduzione del flusso comporterà un effetto a catena sulla navigazione (il Reno e il Danubio sono tra le più importanti vie di comunicazione in Europa), sull’agricoltura e sulla produzione di energia idroelettrica. Circa il 25% della produzione svizzera di elettricità proviene infatti da centrali fluviali, mentre quasi il 30% dipende da centrali ad accumulazione.

In futuro l’acqua non sarà necessariamente più scarsa, ma non sarà sempre disponibile nei momenti di bisogno. Oggi, l’acqua che cade sulla Terra sotto forma di pioggia o neve viene immagazzinata nei ghiacciai durante l’inverno, per poi essere rilasciata in estate. Domani, invece, quest’acqua entrerà nel sistema fluviale più rapidamente.

Le conseguenze potrebbero essere delle inondazioni in primavera e delle penurie di acqua, o addirittura delle siccità, in estate.

Certezze e incertezze

Ci vorrà comunque ancora del tempo prima di essere confrontati a tale scenario. Le previsioni parlano del 2050. Fino ad allora, lo scioglimento dei ghiacciai produrrà una quantità crescente di acqua. Solamente a partire dalla seconda metà del secolo i ghiacciai saranno troppo piccoli per fornire abbastanza acqua durante l’estate.

Sulla velocità di scioglimento dei ghiacciai, riconosce Matthias Huss, sussistono ancora diverse incertezze. Nessun dubbio invece sulla riduzione progressiva delle loro superfici. «Lo scenario climatico che ho preso in considerazione prevede una riduzione dei ghiacciai del 90% nei prossimi 90 anni. È però possibile che [in questo lasso di tempo] spariscano completamente».

Quello di Huss è il “worst-case” scenario. Nella migliore delle ipotesi, rileva il glaciologo, il 30% dei ghiacciai sopravviverà.

Misurazioni da oltre 100 anni

Per la sua ricerca, Huss si è basato su numerosi dati storici. Le stazioni di rilevamento poste lungo i fiumi hanno infatti permesso di misurare la portata dei corsi d’acqua del secolo scorso. Paragonando queste informazioni con quelle relative allo spessore dei ghiacciai, ha potuto quantificare i metri cubi di acqua andati “persi”.

Matthias Huss ha poi condotto lavori sul terreno, misurando il tasso di scioglimento dei ghiacciai e confrontando l’acqua rilasciata dai ghiacciai con quella presente nei fiumi.

Il compito dei ricercatori, ritiene Huss, è di fornire le basi. Spetta poi ai politici e al mondo dell’economia pensare a come adattarsi ai nuovi scenari. «La situazione finanziaria in Europa è buona: abbiamo i mezzi per adattarci, per concepire qualcosa di nuovo e per cambiare le cose».

Conflitti di interesse

Per Pierluigi Calanca della Stazione di ricerca Agroscope Reckenholz-Tänikon, specializzata nell’agricoltura e nell’ambiente, la sfida maggiore consiste nel garantire «una sufficiente disponibilità di acqua su tutto l’arco dell’anno».

Le soluzioni tecniche devono innanzitutto focalizzarsi sulla distribuzione temporale delle risorse idriche, piuttosto che sulla quantità assoluta di acqua, ritiene Calanca. Un accresciuto utilizzo dell’acqua per la produzione idroelettrica - un’evoluzione più che probabile in Svizzera, dopo la decisione di abbandonare il nucleare - potrebbe ad esempio portare a conflitti di interesse.

«L’industria elettrica deve garantire una data produzione di corrente durante l’anno e quindi deve poter accumulare più acqua. Ciò è però problematico per l’agricoltura», spiega. Gli agricoltori necessitano infatti di acqua in momenti ben precisi, ma non possono chiedere ai produttori di elettricità di aprire le chiuse per poter irrigare i campi.

Non solo in Europa

Questi problemi emergeranno non soltanto in Europa, ma anche in altre zone del pianeta, prevede Matthias Huss. Ad esempio sull’Himalaya o sulle Ande.

A causa delle diverse condizioni topografiche sarà tuttavia difficile, probabilmente impossibile, esportare all’estero le soluzioni europee. Nelle Ande, caratterizzate da pendii ripidi e strette vallate, sarà ad esempio difficile costruire bacini di accumulazione supplementari, osserva Pierluigi Calanca.

«In quelle regioni - conclude Huss - la gente ha meno possibilità di adattamento. Questi problemi saranno ancor più accentuati in altre regioni del pianeta».

Sempre più piccoli

L’ultimo rapporto dell’Accademia svizzera di scienze naturali indica che tra i ghiacciai misurati nel 2010 (lunghezza) 86 si sono ridotti, sei sono rimasti pressoché uguali e tre sono leggermente cresciuti.

La riduzione più marcata (-196 metri) è stata registrata per il ghiacciaio del Gauli, nel canton Berna.

Il ghiacciaio del Trient, in Vallese, è al contrario cresciuto di 14 metri

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Energia idroelettrica

Grazie alla sua topografia e alle considerevoli quantità medie di precipitazioni, la Svizzera offre condizioni ideali per lo sfruttamento della forza idrica.

Nei primi anni ‘70 quasi il 90% della produzione indigena di energia elettrica proveniva dallo sfruttamento dell’acqua. In seguito all'entrata in servizio delle centrali nucleari svizzere, questa quota è scesa fino a circa il 60%.

Per la Svizzera, che ha deciso di abbandonare il nucleare entro il 2034, la forza idrica rappresenta la principale fonte indigena di energia rinnovabile.

In Svizzera vi sono attualmente 556 centrali idroelettriche (almeno 300 kW di potenza) che producono ogni anno circa 35'830 gigawattora (GWh) di energia elettrica.

Di questi, il 47% circa è prodotto in impianti ad acqua fluente, il 49% in impianti ad accumulazione e il 4% in impianti ad accumulazione con pompaggio.

Due terzi di quest'energia proviene dai Cantoni montani di Uri, Grigioni, Ticino e Vallese.

Lo sfruttamento della forza idrica genera un giro d'affari di circa 2 miliardi di franchi e costituisce quindi un importante ramo dell'economia energetica svizzera.

(fonte: Ufficio federale dell’energia)

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