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Banche, petrolio e tangenti Il ritorno di Eni nella “lavatrice” elvetica

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L’Eni, posseduta in parte dallo Stato italiano, intrattiene da molto tempo una relazione particolare con le banche svizzere. Già a partire dagli anni ’60 se ne è servita per accaparrarsi delle concessioni petrolifere nel mondo intero o per negoziare accordi con paesi in guerra o regimi dittatoriali. Due casi recenti, in Nigeria e in Algeria, nei quali delle bustarelle sono transitate dalla rete finanziaria elvetica, fanno riemergere i “ricordi” di un’epoca che si pensava finita. Vi proponiamo l’inchiesta della rivista ginevrina La Cité 



L'ENI, il petrolio e la piazza finanziaria elvetica: sin dagli anni '60 la multinazionale italiana utilizza la Svizzera per le sue operazioni. 

L'ENI, il petrolio e la piazza finanziaria elvetica: sin dagli anni '60 la multinazionale italiana utilizza la Svizzera per le sue operazioni. 

(Keystone)

È il 31 maggio del 2011. Alla BSI di Lugano c’è fibrillazione nell’aria. Un bonifico così non lo si vede certo tutti i giorni: 1,092 miliardi di dollari. L’ordine arriva da Londra, da un conto intestato al governo della Nigeria presso la JP Morgan Chase. Quel miliardo e “poco più” è atterrato alla Morgan solo da qualche giorno ed è quanto pagato dalla Eni con la partecipazione di Shell per la concessione del blocco Opl 245, un’immensa area petrolifera nel mare nigeriano. In riva al Ceresio il gruzzoletto ha un destinatario preciso: il conto A209798 intestato alla Petrol Service Co. Lp, sconosciuta società basata alle Isole Marshall.

La relazione bancaria è stata aperta da Gianfranco Falcioni, uomo d’affari nato a Domodossola, ma da anni stabilito in Nigeria dove è vice-console onorario italiano a Port Harcourt, nella regione petrolifera del Delta del Niger.

La transazione è sospetta. Come mai, poco dopo aver ricevuto i soldi dall’Eni, il Governo nigeriano ha trasferito l’intero ammontare della concessione ad una scatola vuota associata a un businessman italiano?

Se il dossier preparato dalla Procura di Milano verrà confermato dai giudici, si tratterebbe della bustarella più grossa della storia, un caso di corruzione senza precedenti.

Fine della citazione

Una domanda che forse si è posto anche il servizio di compliance (sorveglianza interna) della BSI e il 3 giugno 2011, infatti, i soldi vengono rimandati al mittente.

Rifiutata in Ticino, la colossale somma comincia a disperdersi in mille rivoli. Una parte, come vedremo, servirà a corrompere politici nigeriani, un’altra, secondo la procura di Milano che sta conducendo un’inchiesta su Eni e i suoi ultimi amministratori delegati, sarà invece destinata a tangenti per dirigenti e intermediari italiani e nigeriani. Un’ultima parte, infine, ritornerà in Svizzera dove sarà versata su dei conti appartenenti a due mediatori a Ginevra e a Lugano.

La richiesta di rinvio a giudizio è stata depositata lo scorso 8 febbraio. Se il dossier preparato dalla Procura di Milano verrà confermato dai giudici, si tratterebbe della bustarella più grossa della storia, un caso di corruzione senza precedenti.

La trattativa

La vicenda è una matassa monumentale e ingarbugliata che si srotola fino in Ticino ma il cui bandolo è in Nigeria, principale produttore petrolifero africano. Qui, più che una manna, l’oro nero è una maledizione: invece che favorire lo sviluppo, il petrolio crea distruzione e avvantaggia solo una piccola élite locale, foraggiata senza ritegno da multinazionali e trader occidentali. Una prassi ben nota in tutta l’Africa ma di cui il caso Opl 245 è forse l’esempio più emblematico.

Tutto comincia nel 1998. Al potere, in Nigeria, c’è lo spietato generale Abacha, uno che solo in Svizzera ha nascosto 700 milioni di dollari. È lui che assegna per 20 milioni il blocco Opl 245 a una società offshore, la Malabu Oil & Gas, dietro cui si nasconde l’allora ministro del petrolio Dan Etete.

Una volta che quest’ultimo ha in mano la concessione deve solo attendere. Lo sa, Dan Etete, che prima o poi una grossa major busserà alla sua porta e che quel pezzo di mare potrà rivenderlo cinquanta volte quanto gli è costato. È così che, nel 2009, alla porta di Etete (nel frattempo condannato per riciclaggio in Francia), bussano Eni e Shell. Comincia la trattativa ed entrano in gioco vari intermediari: il nigeriano Emeka Obi, titolare di Energy Venture Partners, società basata alle Isole Vergini britanniche, e i suoi sponsor italiani, Gianluca Di Nardo, faccendiere basato a Lugano, e il pregiudicato piduista Luigi Bisignani, considerato uno degli uomini più potenti d’Italia e vicino a Paolo Scaroni, allora amministratore delegato di Eni. Le parti s’incontrano in hotel di lusso, negoziano, cercano di ottenere il massimo dalla situazione. Le riunioni diventano sempre più tese. Ad un certo punto, però, la trattativa s’inceppa. Interviene così il governo nigeriano con il presidente Goodluck Jonathan, che mette (apparentemente) fuori gioco i mediatori e rilascia la licenza a Eni e a Shell per 1,092 miliardi di dollari. Il gruppo italiano potrà così dire: «Abbiamo trattato soltanto con lo Stato nigeriano».



Dan Etete (sulla destra, durante una riunione dell'OPEC) è stato ministro del petrolio della Nigeria dal 1995 al 1998. Nel 2009 è stato condannato dalla giustizia francese per riciclaggio.

Dan Etete (sulla destra, durante una riunione dell'OPEC) è stato ministro del petrolio della Nigeria dal 1995 al 1998. Nel 2009 è stato condannato dalla giustizia francese per riciclaggio.

(Keystone)

Delle indagini sveleranno l’esistenza di transazione sospette con Dan Etete, mentre la reputazione di quest’ultimo era già stata relativamente guastata dalla condanna francese un anno prima. Secondo gli inquirenti, le compagnie petrolifere sapevano che Dan Etete e altri politici nigeriani sarebbero stati i principali beneficiari dei soldi versati per la concessione.

Tutti rinviati a giudizio

Nel 2013, però, dopo un esposto fatto da tre Ong, (Global Witness, The Corner House e l’italiana Re:Common), la procura di Milano apre un procedimento penale.

La lunga inchiesta preliminare si è chiusa nel dicembre del 2016. L’8 febbraio 2017 è chiesto il rinvio a giudizio per complicità in un caso di corruzione internazionale per Paolo Scaroni, il suo successore Claudio Descalzi e due altri dirigenti di Eni, Roberto Casula e Vincenzo Armanna.

Anche Eni e Shell figurano sull’atto d’accusa così come Dan Etete che, a 72 anni, sperava probabilmente che con il tempo le turpitudini passate sarebbero state dimenticate.

Tra gli imputati compaiono anche i mediatori intervenuti nella trattativa, tra cui il “luganese” Di Nardo. Rinviato a giudizio anche Gianfranco Falcioni, accusato di aver accettato «il compito, in fase conclusiva della vicenda, di distribuire il denaro versato da Eni per la licenza». 

Proprio a tale scopo avrebbe costituito la Petrol Service e aperto il conto alla BSI di Lugano.

Su questo (mancato) bonifico in Ticino la procura milanese non si sbilancia. Per chi ha seguito da vicino la saga, l’ipotesi più accreditata è che esso sarebbe dovuto essere un primo passaggio per poi far perdere le tracce del denaro con una cascata di versamenti. In una trattativa nervosa, in cui non ci si fidava l’uno dell’altro, il ruolo di Falcioni potrebbe essere stato quello di garante tra “nigeriani” e “italiani”. Ma la fretta di spartirsi il miliardo non ha fatto i conti con l’ufficio compliance della BSI, lo stesso che da lì a pochi mesi non darà prova della stessa intransigenza per i miliardi sottratti al fondo malese 1Mbd.

Come mai la banca ticinese, che ha chiuso tutt’e due gli occhi sui bonifici malesi, è stata così attenta nel caso nigeriano?

Da verificare se la banca non sia stata imboccata da qualche sabotatore interno alla trattativa. Il Fatto quotidiano, infatti, ha riportato le deposizioni di un ex manager di Eni in Nigeria, secondo cui egli stesso avrebbe inviato missive anonime alla BSI preannunciando l'arrivo del denaro. Non per denunciare una malversazione ma per fermare la transazione. Secondo lui la scelta della banca ticinese era troppo rischiosa: BSI era allora controllata da Generali, nel cui cda sedeva l’amministratore delegato di Eni, Scaroni.



L'amministratore delegato di Eni ha accesso alle alte sfere dirigenziali del mondo. Nella foto del 2009, da destra a sinistra: Vladimir Putin, l'amministratore delegato di Gazprom Alexei Miller, Silvio Berlusconi e il CEO di Eni Paolo Scaroni. 

L'amministratore delegato di Eni ha accesso alle alte sfere dirigenziali del mondo. Nella foto del 2009, da destra a sinistra: Vladimir Putin, l'amministratore delegato di Gazprom Alexei Miller, Silvio Berlusconi e il CEO di Eni Paolo Scaroni. 

(Keystone)

Fatto sta che la tesi dei pm è che il denaro pagato per vedersi attribuiti «senza gara» l’Opl 245 è finito tutto in mazzette. Il Governo nigeriano si sarebbe prestato al ruolo ufficiale per permettere alla trattativa di andare in porto e garantire all’Eni un partner “credibile”. Ma la trattativa, nata corrotta, sarebbe stata marcia fino alla fine. Il percorso del denaro precedentemente respinto dalla BSI conferma infatti la spartizione delle prebende. La parte principale di quel miliardo, più di 800 milioni, è ritornata dapprima alla Malabu, sorta di schermo per far arrivare le presunte mazzette a vari politici nigeriani, tra cui il presidente Jonathan e Etete.

Ma non solo. Dal documento di chiusura delle indagini, di cui La Cité dispone una copia, emerge che circa 200 milioni di dollari sarebbero stati destinati «alle retrocessioni ad amministratori Eni».

Una parte, 120 milioni di dollari, sono ritornati in Svizzera, dal Regno Unito, e depositati su conti della società offshore Energy Venture Partners presso la banca Lgt di Ginevra. Da lì, nel maggio del 2014, 21,2 milioni di franchi sono trasferiti alla Banca Sarasin di Lugano su un conto di una società appartenente all’intermediario italiano Gianluca di Nardo. Questo denaro è attualmente sotto confisca da parte del Ministero pubblico della Confederazione (MPC) su richiesta delle autorità italiane.

A Milano i procuratori hanno anche indagato sulle condizioni nelle quali Eni e la sua ex filiale Saipem hanno ottenuto delle commesse pubbliche in diversi paesi africani. Fra questi, l’Algeria, dove contratti pubblici per un valore di 8 miliardi di euro – come la costruzione di gasdotti, fabbriche e contratti petroliferi – sarebbero stati conclusi grazie alla corruzione di funzionari e politici algerini, tra cui l’ex ministro dell’energia Chakib Khelil.

Secondo la procura milanese, la filiale di Eni avrebbe versato 198 milioni di euro a una società di Hong Kong, la Pearl Partners Ltd, il cui titolare è il finanziere franco-algerino Farid Bedjaoui, prestanome, in questo caso, per Chakib Khelil. In svizzera il nome di Farid Bedjaoui era emerso nell’ambito dell’affare che ha portato alla condanna, nell’ottobre del 2014, di Riadh Ben Aïssa, ex quadro della multinazionale canadese SNC-Lavalin.

Letto nei Panama Papers

In Italia Farid Bedjaoui è perseguito per corruzione e riciclaggio di denaro. Nel 2012 Roma trasmette a Berna una domanda di collaborazione. L’MPC entra in materia nel marzo del 2015 e decide d’inviare a Milano le informazioni raccolte. I documenti giudiziari in possesso di La Cité confermano che la richiesta milanese concerneva il dossier bancario dell’ex amministratore delegato di Eni, Paolo Scaroni. Altre richieste di collaborazione sono giunte a Berna dall’Algeria, dove un’inchiesta è in corso su commesse attribuite dall’impresa pubblica di idrocarburi Sonatrach a diverse società, tra le quali figura la Saipem.

“Il ruolo di intermediario svolto da H. (Farid Bedjaoui, ndr) nello schema corruttivo evocato dall’inchiesta algerina sarebbe stato imposto dalla società C. (Saipem, ndr) da A. (il ministro Chakib Khelil, ndr)”, indica il tribunale penale federale il 14 gennaio del 2015, sollecitato dagli avvocati di Khelil per evitare la consegna di dati bancari alla giustizia algerina. Le autorità elvetiche avevano infatti sequestrato dei documenti legati a conti bancari che l’ex ministro e la moglie possedevano in due banche in Svizzera.

Nel luglio del 2016, i Panama Papers riveleranno quello che da anni i procuratori hanno tentato di mettere in luce. È una fiduciaria con sede a Losanna e a Montreux, Multi Group Finance, che ha tessuto la rete di conti e di compagnie offshore che dissimulavano i fondi di Farid Bedjaoui e di Najat Arafat, la moglie del ministro Khelil, cervello di un vero e proprio sistema di corruzione che ha incancrenito il settore energetico del suo paese. In questo modo, secondo i Panama Papers, tre società panamensi hanno ricevuto, da Farid Bedjaoui, decine di milioni provenienti da Saipem. Quasi tutte le strutture offshore dietro le quali è stato nascosto il denaro seguito dalla giustizia italiana (e algerina), sono stati messi in piedi dalla fiduciaria losannese.

Ai vertici di Eni, il caso si chiude con l’esclusione di Paolo Scaroni, non rieletto alla testa del gruppo petrolifero italiano, e dalle dimissioni di Pietro Tali, amministratore delegato di Saipem. Assolto a sorpresa nel 2015, Scaroni è riacciuffato nel luglio del 2016, dopo una decisione della Corte di Cassazione che annulla l’assoluzione e trasmette il dossier a un altro giudice milanese che ordina l’apertura di un nuovo processo, attualmente in corso.

"Gestendo affari miliardari e contribuendo in modo autonomo a consolidare le alleanze internazionali e gli interessi geopolitici dell’Italia, talvolta pro-russi talvolta pro-arabi, il suo amministratore è sicuramente più influente che il ministro degli affari esteri"

Giuseppe Oddo, giornalista e autore di Lo Stato parallelo, libro inchiesta su Eni

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Una vecchia storia

Dalla sua creazione nel 1953, la compagnia Eni, oggi controllata al 30,1% dallo Stato italiano, ha sempre avuto un ruolo chiave, e spesso ambiguo, nella politica del Bel Paese: “Gestendo affari miliardari e contribuendo in modo autonomo a consolidare le alleanze internazionali e gli interessi geopolitici dell’Italia, talvolta pro-russi talvolta pro-arabi, il suo amministratore è sicuramente più influente che il ministro degli affari esteri”, spiega il giornalista italiano Giuseppe Oddo, coautore di un libro inchiesta su Eni, intitolato Lo Stato parallelo. La storia della compagnia è attraversata da molti scandali e misteri: il suo fondatore, Enrico Mattei, ha perso la vita nel 1962 in un incidente aereo provocato da un sabotaggio; un suo ex presidente, Gabriele Cagliari, si è suicidato in prigione in seguito al caso Mani Pulite.

A più riprese, la multinazionale italiana ha utilizzato la Svizzera per le sue operazioni occulte. Già a partire dagli anni ’60, il gruppo si è servito di banche e società elvetiche per accaparrarsi concessioni petrolifere nel mondo intero, per negoziare degli accordi con paesi in guerra o regimi dittatoriali.

Ma non è tutto. In Svizzera, Eni gestiva i suoi fondi neri.

Nel 1963, i suoi dirigenti creano a Zurigo la Hydrocarbons International Holding Company. Questa società prenderà il controllo del 70% della Banque de commerce et de placement (BCP) di Ginevra, tramite la quale, fino alla vendita nel 1975, Eni effettuava delle speculazioni sulle valute. I profitti di queste operazioni erano fraudolentemente trasferiti su conti esteri appartenenti a partiti politici italiani.

Quasi 20 anni più tardi, nel 1981, il banchiere Francesco Pacini Battaglia fonda a Ginevra la società finanziaria Karfinco. Sei anni dopo, nel 1987, questa ottiene l’autorizzazione per diventare una banca e prende il nome di Banque de patrimoines privés Genève. Questo istituto diventa intermediario finanziario tra i partner stranieri e Eni, ricevendo e gestendo somme enormi di denaro non dichiarato che era in seguito ripartito fra i manager della società e rappresentanti politici italiani, a seconda del loro peso elettorale: “Attraverso Karfinco, delle società di Eni, come il suo ramo d’ingegneria, versavano denaro a diverse società offshore che emettevano in cambio delle false fatture per servizi di consulting che, in realtà, non erano mai stati fatti. Tutta la contabilità fasulla era custodita in una cassaforte nel seminterrato della Saipem AG di Zurigo”, aggiunge Giuseppe Oddo.

Il 10 marzo del 1993, quando si costituisce alla giustizia italiana, Francesco Pacini Battaglia ammette di aver gestito, tramite la società Karfinco, circa 500 miliardi di vecchie lire non dichiarate appartenenti a Eni (circa 250 milioni di euro). Oggi il seguito della storia si può leggere attraverso le disavventure attraversate in Svizzera dal gruppo italiano.


Traduzione dal francese di Zeno Zoccatelli


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