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Ripensare il modo di abitare la frontiera

La frontiera è solo una "barriera da attraversare"? L'architetta Katia Accossato propone di andare oltre questa visione limitante, ridando al territorio di confine le sue lettere di nobiltà in quanto luogo di scambio culturale ed economico.

Questo contenuto è stato pubblicato il 22 luglio 2021 - 15:06

Sediamoci intorno a un grande tavolo a forma di ferro di cavallo, srotoliamo la mappa con la fascia di confine fra il Ticino, il Piemonte e la Lombardia e prendiamo ago e filo. Come sappiamo il confine effettivamente segue, tagliando a est e a ovest il lago di Lugano, in modo molto irregolare, la forma di un cono a testa in giù che punta sulla pianura.

Iniziamo quindi a ricucire quei territori storicamente e culturalmente omogenei tra i quali la frontiera, in diversi punti, ha incuneato i suoi ampi spazi tecnici, aridi e “burocratici”.

Il Monte San Giorgio, patrimonio Unesco, riguarda i due versanti, il museo Vela di Ligornetto ha molto in comune con il Museo Butti di Viggiù, Chiasso e Ponte Chiasso potrebbero avere al posto della dogana commerciale un parco, Ponte Tresa Italia e ponte Tresa Svizzera potrebbero avere una piazza in comune. Tanti altri paesi, borghi e città potrebbero dialogare con maggiore determinazione per perseguire obbiettivi comuni e organizzare veri e propri gemellaggi.

Il confine tra Italia e Svizzera che comprende il Ticino, il Piemonte e la Lombardia ha, infatti, la forma di un ferro di cavallo e un andamento fortemente irregolare: un cuneo che sembra indicare la pianura ma radicato a nord nei rilievi montuosi.

L’idea della frontiera, intesa come confine giuridico e politico, ha disegnato lungo questa linea complessa spazi di natura tecnica e burocratica: le dogane, gli spazi logistici, le aree di parcheggio e controllo delle merci.

In continuità con l’evento organizzato con il Max Museo di Chiasso lo scorso 25 settembre, con l’Associazione A&K (Architektur und Kultur) della SIA abbiamo recentemente promosso, con il patrocinio di Regio Insubrica e della città di Lugano, un nuovo tavolo di lavoro interdisciplinare presso il Museo delle Culture di Lugano, che ha visto in qualità di relatrici e relatori: due architette, uno storico e un antropologo. Tra il pubblico diversi Sindaci di città di confine di entrambi i lati, operatori, tecnici ed esperti del territorio.

È possibile abitare la frontiera? Si può estendere il significato di abitare in modo da andare oltre al semplice concetto di “risiedere”, stimolando una partecipazione attiva ai luoghi e una dimensione pubblica degli spazi?

L’idea di abitare la frontiera, ben inquadrata da diverse correnti filosofiche e diffuse da tempo anche nelle scuole di architettura, nasce dal fatto di riconoscere un preciso carattere di alcune aree di confine come quella della Regione dei Laghi.

Un grande senso di radicamento ha sempre caratterizzato le zone di confine, come ci ha ricordato l’antropologo Franco La Cecla: la consapevolezza di appartenere a un luogo ben individuato ha permesso alla popolazione dell’area che oggi corrisponde alla Regio Insubrica di partire verso lidi lontani - come fecero i Maestri Comacini nel loro peregrinare seguendo il lavoro dei costruttori - ma conservando un senso di orientamento legato alla propria origine.

La cultura architettonica e urbanistica ha riconosciuto la specificità di aree come queste, lette attraverso categorie come quelle del regionalismo critico (Kenneth Frampton) o dedicando studi specifici a momenti particolari dello sviluppo della teoria architettonica legata al luogo (gli studi di Peter Eisenman su Giuseppe Terragni e il razionalismo comasco). L’economia ha parlato, fra altri concetti, di zone filtro, mentre l’antropologia ha adottato il concetto di bioregione per descrivere il fenomeno.

I recenti lockdown ci hanno fatto percepire la città e il territorio in cui viviamo in modo molto diverso. L’epoca pandemica ha riportato l’accento sull’aspetto tecnico e burocratico del confine, inteso come limite, inasprendo radicalmente il suo carattere di separazione tra Stati. Una cultura dell’abitare basata su una visione più complessa della situazione deve portare a ripensare in altri termini il “rito di passaggio” tra un luogo e l’altro, ripensando lo spazio di connessione come spazio pubblico e partendo da un’idea qualitativa dell’architettura di confine.

La statua raffigurante Italia e Svizzera, alla stazione di Chiasso. "Das Werk : Architektur und Kunst = L'oeuvre : architecture et art Band (Jahr): 21 (1934)" Gruppe im neuen Bahnhof Chiasso von Margherita Osswald-Toppi

Proviamo a immaginare nuove dinamiche della terra di confine, a partire da alcuni interrogativi.

Quale sfida e occasione si presenta oggi in ambito globale e nell’ambito della Regio Insubrica? C’è uno sguardo rivolto Oltralpe ma si aprono anche nuovi scenari verso Sud. Quali? Che ruolo giocano le grandi infrastrutture le cui trasformazioni sono ancora in corso? Come integrare una nuova filosofia di mobilità lenta e sostenibile? Quali altri vantaggi possiamo immaginare con la creazione di nuovi spazi condivisi lungo la frontiera? Cosa accomuna la Regio Insubrica ad altre macro-regioni europee?

L’accelerazione del processo di integrazione europea e della globalizzazione in generale ha portato a cambiamenti profondi già a partire dagli anni ’90 del secolo scorso anche sul territorio svizzero. È il momento di riprendere il dibattito sul tema dell’identità locale e internazionale nell’ambito delle forti trasformazioni sociali ed economiche e sullo sfondo della battaglia contro i cambiamenti climatici (comprese le conseguenze in campo sanitario e migratorio), fenomeno per definizione globale. Il paesaggio dei laghi è il patrimonio comune dell’area di frontiera e deve essere inteso come principale strumento di rigenerazione di alcune aree fortemente compromesse.

È proprio in questo quadro dinamico e in trasformazione, che abbiamo imparato a conoscere durante la recente epoca pandemica, che l’architetto, il geografo, lo storico e l’economista, insieme a tante altre figure disciplinari devono tornare ad esplorare nuove possibilità di organizzare il territorio di frontiera. L’identità dei luoghi è forte ma, nello stesso tempo, molto “fluida”, nei nostri studi non è mai incasellata in interpretazioni rigide e schematiche.

La Svizzera, ad esempio, ha gestito il periodo della crisi pandemica volgendo lo sguardo verso i paesi confinanti. Si è compreso come fosse importante, per i processi decisionali, riferirsi ai quadri normativi e agli accordi con gli Stati limitrofi.

In conclusione l’idea di base, attorno a cui organizzare la progettualità, è quella di pensare alla frontiera andando oltre al suo significato limitante di “barriera da attraversare”: il confine deve tornare ad essere luogo di scambio culturale ed economico, deve riprendere coscienza della sua potenzialità in campo architettonico in grado di produrre nuovi spazi da abitare nella pienezza del senso del termine.

Si crede nelle potenzialità delle aree di confine in senso ampio, proprio in virtù delle differenze presenti sul territorio. Differenze preziose, da preservare e da studiare. Differenze sempre in evoluzione, che si modificano nello spazio e nel tempo, necessarie al mantenimento di quel dinamismo, proprio dei luoghi altamente civilizzati, che negli ultimi anni è stato seriamente minacciato da visioni politiche troppo provinciali e conservatrici.

L'architetta Katia Accossato, insieme ad altri ospiti, è intervenuta in una conferenza organizzata alla fine del mese di giugno a Lugano, incentrata proprio sul tema "Abitare la frontiera". L'incontro può essere rivisto nel video sottostante.

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