Navigazione

Saltare la navigazione

Sotto-siti

Funzionalità principali

Suicidio assistito Italiani che scelgono di «morire in esilio»

In un'immagine d'archivio, la casa di Dignitas nei pressi di Zurigo.

In un'immagine d'archivio, la casa di Dignitas nei pressi di Zurigo.

(Keystone)

Ha suscitato clamore il caso di Fabiano Antoniani, quarantenne milanese morto lunedì a Zurigo, dove ha scelto di ricorrere al suicidio assistito tre anni dopo un incidente che lo ha lasciato cieco e tetraplegico. Fabo -così era conosciuto quando lavorava come dj- ha reso pubblico il suo gesto perché lottava per l'approvazione in Italia di leggi sul testamento biologico e l'eutanasia. Come lui, però, sono almeno una cinquantina ogni anno, gli italiani che compiono l'ultimo viaggio in direzione della Svizzera.

“Riceviamo novanta telefonate la settimana, la maggior parte di persone disperate che chiedono aiuto”, rivela Emilio Coveri, presidente e fondatore di Exit ItaliaLink esterno. “Noi indichiamo loro le associazioni svizzere nostre consorelle, che si battono come noi per il diritto a una morte dignitosa. Solo una piccola parte dei malati che ci chiamano intraprende poi il viaggio. Ma di questi, che io sappia, nessuno torna indietro”.

Exit Italia nacque nel 1996 come Centro di studi e documentazione: “Il nostro scopo era promuovere il dibattito sull'eutanasia”, spiega Coveri, “fino ad allora totalmente assente nel nostro Paese”. Al contempo, l'associazione ha allestito e divulgato un modello di 'testamento biologico' che aiuta a mettere per iscritto le disposizioni anticipate sulla fine della propria vita, “una fine che tutti vogliamo senza inutili e atroci sofferenze”.

Per regolare il testamento biologico, tuttavia, in Italia manca una legge. Una proposta sarebbe dovuta approdare in Parlamento in febbraio, ma la discussione è stata rinviata al 6 marzo. La normativa sull'eutanasia, invece, è ferma da mesi in commissione.


Cosa è consentito in Svizzera

Per il Codice penale svizzeroLink esterno, chi presta aiuto al suicidio non è punibile, purché non sia mosso da motivi egoistici e purché a compiere l'ultimo gesto sia, appunto, il paziente.

In concreto, le associazioni come Exit o Dignitas valutano il quadro clinico, il grado di sofferenza, la convinzione della persona che chiede di essere accompagnata alla morte. Se ci sono le condizioni, le fanno prescrivere da un medico il farmaco letale e mettono a disposizione volontari appositamente formati per assisterla negli ultimi istanti di vita.

I pazienti che non sono in grado di compiere in autonomia l’ultimo atto -bevendo da un bicchiere, o azionando in qualche modo l’infusione- devono rinunciare alla “dolce morte”, poiché l'eutanasia attiva, in Svizzera, è proibita. Non è possibile, in altre parole, praticare un'iniezione a chi chiede di morire.

L'eutanasia passiva -ovvero la rinuncia a un trattamento- e quella attiva indiretta -come la somministrazione di morfina, che allevia le sofferenze ma come effetto secondario può abbreviare la vita- non sono regolate dalla legge, ma presuppongono che una persona sia già in cura in Svizzera.

Le principali associazioni a confronto

La più longeva è stata fondata nel 1982 e conta oltre 90 mila membri. ExitLink esterno, che in primo luogo sorveglia sul rispetto del testamento biologico dei propri associati, fornisce gratuitamente il servizio di assistenza al suicidio a chi è iscritto da almeno tre anni. Assiste, però, solo svizzeri o residenti. Tra le ragioniLink esterno, la necessità di verificare scrupolosamente le premesse, e la convinzione che dare agli stranieri una “via d'uscita” indebolirebbe nei loro Paesi la lotta per l'ottenimento del diritto a morire senza soffrire.

Dignitas, per contro, accoglie anche stranieri residenti all'estero, purché si assumano interamente le spese dell’accompagnamento alla morte, circa 10 mila euro. Per chi viene da fuori –e non può quindi morire a casa propria- ha allestito nei pressi di Zurigo una villettaLink esterno, quella che i media italiani chiamano, impropriamente, “clinica”.

L'associazione ritiene inoltre che anche “le persone con malattie mentali” siano “normalmente in grado di giudicare se preferiscono vivere o morire” e quindi “hanno diritto di essere accompagnate al suicidio”, così come “le persone sane” che “per ragioni di età avanzata vogliono porre fine alla loro vita”.

PosizioniLink esterno controverse, sulle quali chiediamo lumi a Emilio Coveri, che le condivide: “Noi vogliamo evitare che la gente si butti da un ponte, dall’ottavo piano, o sotto un treno.” Il solo fatto di avere l'opzione di una morte volontaria medicalmente assistita, secondo i fautori, evita suicidi cruenti poiché allevia la paura del futuro. 

“Turismo della morte”?

Dal 2003, si registra in Svizzera un costante incremento del numero di suicidi assistiti. I datiLink esterno dell’Ufficio federale di statistica, però, contemplano solo le persone residenti nel Paese, e non esistono dati complessivi ufficiali su quanti vengano dall’estero a compiere il gesto.

(2)

In un grafico, la statistica dei suicidi assistiti dal 2003 al 2014 (solo persone residenti in Svizzera)

Nel 2014, uno studioLink esterno dell’Istituto di medicina legale dell’Università di Zurigo ha cercato di tracciare un quadro del turismo del suicidio assistito, basandosi sui soli casi evasi dall’Istituto stesso e sugli anni 2008-2012. Una metodologia contestataLink esterno da Dignitas.

(1)

Il seguente contenuto proviene da partner esterni. Non possiamo dunque garantire che sia accessibile per tutti gli utenti.

Ne emerge, comunque, che a raggiungere la Svizzera per morire sono stati cittadini di almeno 31 Stati diversi, con una predominanza di quelli confinanti e del Regno Unito. Analogamente alle statistiche nazionali, risulta che a ricorrere al suicidio assistito sono più donne che uomini. L’età media, nei casi censiti dall’Istituto, è di 69 anni e le principali malattie concomitanti sono quelle neurologiche e il cancro.

Svizzera italiana, il nuovo “sbocco”

In Ticino, si è registrato negli ultimi anni un repentino aumento dei suicidi assistiti. Nel 2013 e 2014, si evince dai rapportiLink esterno di Polizia cantonale, sono stati meno di 20. Nel 2015 il numero è salito a 50, con 24 persone provenienti dall'Italia e 3 da altri Paesi. Nel 2016, a novembre, si contavano 51 casi (33 dall'estero).

Suicidi assistiti in Ticino

2013     12
2014     17
2015     50
2016     51

L'incremento -ha confermato al quotidiano Le Temps il consigliere di Stato ticinese Paolo Beltraminelli, direttore del Dipartimento sanità e socialità- è riconducibile all'attività di Liberty Life, associazione che ha nel frattempo cambiato nome in LL Exit e più volte, in comuni diversi, ha dovuto interrompere l’attività a causa di permessi non concessi o revocati.

Difficile stabilire se questa presenza a sud delle Alpi abbia portato a un incremento degli italiani che trovano la “dolce morte” in Svizzera, o se queste persone hanno soltanto beneficiato della prossimità geografica e della lingua comune (recandosi in Ticino anziché a Zurigo o Basilea, dove opera un’altra struttura aperta agli stranieri, LifecircleLink esterno).

Il presidente di Exit Italia, che fino a pochi mesi fa indirizzava i suoi affiliati proprio alla Liberty Life, parla di “flusso abbastanza regolare”. I casi di cui è a conoscenza sono una cinquantina l’anno. 

Le associazioni cui si rivolgono gli italiani

Dignitas, Zurigo (dal 2004)
Lifecircle-Eternal life, Basilea (dal 2012)
Liberty Life, poi LL Exit (dal 2015)
Carpe Diem (dal 2016)

La crescente preoccupazione

La presidente di LL Mariangela Gasperini, interpellata da Le Temps, ha confermato che dopo aver lasciato la sede di Melano, nel settembre 2016, l’associazione ha cambiato nome ed è diventata “itinerante”. I suicidi assistiti sono continuati in luoghi “non sempre ideali, come appartamenti privati”.

È in effetti spuntato il nome di LL Exit anche a San Vittore, nel Grigioni italiano, dove in ottobre l’accompagnamento alla morte di un 90enne italiano è stata oggetto di un’indagine della procura di Coira.

Gasperini, infermiera in cure generali cui è stata revocata nel 2015 l’autorizzazione a operare in Ticino, negli ultimi due anni è stata chiamata in causa da quattro interrogazioni al Parlamento cantonale. La prima chiedeva lumi su una “galassia” di società a lei riconducibili, attive nella cura dei malati, l’immobiliare, l’abbigliamento, la gestione patrimoniale. L’ultima, inoltrata in febbraio, chiede dati precisi sulle attività recenti di LL Exit.

Sempre in febbraio, il municipio di Chiasso ha ingiunto la sospensione dell’attività alle associazioni di accompagnamento al suicidio attive nel comune. Ne figura peraltro una nuova, fondata dall’ex vice-presidente di Liberty Life e chiamata Carpe Diem, che ha presentato un progetto di “casa della dolce morte”.

Un'attività che dovrebbe sorgere, questa volta, fuori dalle zone residenziali. Ma che, come l’aumento del numero di stranieri che chiedono il suicidio assistito, ha fatto evocare da più parti la necessità di sorvegliare il settore, per assicurarsi che le pratiche siano sempre conformi al diritto svizzero e non sfocino in un “business della morte”.

subscription form

Il seguente contenuto proviene da partner esterni. Non possiamo dunque garantire che sia accessibile per tutti gli utenti.

Abbonamento alla newsletter

Abbonatevi alla nostra newsletter gratuita per ricevere i nostri articoli.


×