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Viaggio a Herat 3: le donne soldato

Nel contingente italiano in Afghanistan sono poche decine; indispensabili per interagire con le donne afgane, ma non dispensate dalle operazioni pericolose

Questo contenuto è stato pubblicato il 24 dicembre 2014 - 10:42

Sono in minoranza, ma si notano subito. Parliamo delle donne soldato italiane in missione in Afghanistan, nella base di Herat –a guida italiana- che in questi anni hanno affiancato i loro colleghi uomini anche in operazioni delicate o pericolose, a seguito delle quali ci sono state finora una cinquantina di vittime, ma nessuna donna.

Non perdono mai il sorriso e si sanno adattare alla vita nella base, dalla quale per motivi di sicurezza non si può uscire se non in pattuglia, e durante le operazioni.

Sono solo poche decine ma sono considerate indispensabili per interagire con le donne afghane e la popolazione femminile in generale.

Consapevoli dei rischi che corrono, seppur giovanissime, sono loro a tranquillizzare i famigliari che le aspettano a casa. Come Francesca, caporalmaggiore dell'Esercito, o Ilenia, tenente, che si è sposata due anni fa, ed è già alla sua seconda missione qui ma viene incoraggiata da suo marito a continuare questo cammino.

La loro vita si svolge all'interno della base militare, o all'esterno, durante i pattugliamenti e le attività cosiddette CIMIC, di cooperazione civile e militare.

Le abbiamo incontrate per farci raccontare che cosa significa per una donna soldato andare in missione.

Il reportage è di Paola Nurnberg.

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