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Tamponi ai frontalieri, "misura vessatoria e inefficace"

Tampone prelevato a un autista sulla strada in Svizzera. Keystone / Laurent Gillieron

Malumori in Italia per la proposta di testare ogni tre giorni i lavoratori frontalieri. I tamponi vanno estesi a tutti i lavoratori, affermano politici e associazioni locali, altrimenti è una misura discriminatoria.

Questo contenuto è stato pubblicato il 26 gennaio 2021 - 16:48

"Ho già chiesto al ministero degli esteri un'iniziativa formale verso la diplomazia elvetica per evitare l'introduzione di simili misure".

La reazione del senatore dem Alessandro Alfieri testimonia l'irritazione che sta maturando al di là del confine in merito alla proposta di sottoporre i lavoratori frontalieri attivi nella Confederazione al test anti-Covid ogni tre giorni.

Invito alla prudenza indirizzato a Berna

L'obbligo del tampone ogni tre giorni sarebbe una misura vessatoria e nemmeno risolutiva nella lotta al contagio"

Alessandro Alfieri, senatore dem

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L'obbligo, contenuto nel pacchetto di misure sottoscritto dai presidenti di tutti i partiti svizzeri nel fine settimana - che ha lo scopo di intensificare i controlli alle frontiere - sarà con ogni probabilità esaminato dal governo federale nella sua seduta ordinaria di mercoledì.

Ma intanto, in vista di questo appuntamento, il segretario della commissione Affari Esteri di Palazzo Madama, ha invitato le autorità elvetiche "alla massima prudenza" poiché, a suo dire, l'obbligo del tampone ogni tre giorni per i frontalieri "sarebbe senza dubbio una misura vessatoria e, come ha già fatto notare l'Ats Insubria (Agenzia di tutela della salute, ndr), nemmeno risolutiva nella lotta al contagio". Una lotta che, sempre per Alessandro Alfieri, si può vincere solo assieme "con iniziative coordinate, proporzionali e bilaterali".

Timori analoghi vengono espressi anche da organizzazioni locali che guardano con preoccupazione alle possibili mosse di Berna. "Le attuali disposizioni consentono gli spostamenti internazionali per motivi di lavoro, salute e necessità e introdurre norme di questo tipo significherebbe complicare un regime che ha funzionato bene fino ad oggi", dissente Massimo Mastromarino, presidente dell'Associazione comuni italiani di frontiera (Aicf).

Misura inefficace e discriminatoria

"Sarebbe più semplice applicare in modo rigoroso e tassativo i protocolli sanitari che prevedono distanziamento sociale, uso della mascherina e igiene continua delle mani", precisa il sindaco di Lavena Ponte Tresa, per il quale si potrebbe immaginare l'obbligo del tampone limitatamente ai settori in cui il personale è più esposto al virus, come quello sanitario. "Ma questo non deve valere solo per i frontalieri", altrimenti si tratta di una "misura inefficace e discriminatoria".

Concetti evocati anche da Mirko Dolzadelli, responsabile nazionale della Cisl Frontalieri, per il quale, pur "nel massimo rispetto per le decisioni che prenderà la Confederazione", le regole in materia sanitaria devono valere indistintamente per tutti i lavoratori, altrimenti si producono ingiustificate discriminazioni nei confronti di una specifica categoria di salariati.

Per il segretario lombardo della Cisl, che teme "l'ennesima boutade anti-frontalieri", bisogna assolutamente evitare strumentalizzazioni politiche e limitarsi all'aspetto sanitario. In quest'ottica "saremo in contatto costante con le organizzazioni sindacali svizzere" per seguire da vicino l'evoluzione di questa vicenda.

Ritorno del turismo della spesa? Proprio una settimana fa Massimo Mastromarino, presidente dell'Associazione comuni italiani di frontiera (Aicf) aveva sollecitato per iscritto un intervento di Roma per agevolare i passaggi alle dogane dei cittadini in regola con le disposizioni di profilassi sanitaria (test molecolare o vaccino anti-Covid), in particolare per gli acquisti oltre frontiera, la cui assenza sta mettendo in ginocchio le regioni di confine.

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Una marea di tamponi

Non va poi dimenticato che si sta parlando di parecchie decine di migliaia di persone, osserva Eros Sebastiani dell'Associazione frontalieri Ticino (341'000 in SvizzeraLink esterno, di cui 80'000 provenienti dall'Italia, ndr). Più precisamente "chi li dovrà effettuare, dove, con quali modalità e chi li paga?'", si interroga il portavoce dei pendolari italiani.

"Solo in Ticino sono 70'000 le persone che dovrebbero essere sottoposte al test ogni tre giorni: quanti medici occorrono e quali costi accolliamo ai privati? Li facciamo sul posto di lavoro o alla dogana, creando così code chilometriche sulle strade e tempi d'attesa interminabili ai valichi?", insiste Eros Sebastiani, che ipotizza finalità propagandistiche piuttosto che sanitarie insite in questa proposta.

Sull'aspetto finanziario è chiaro il pensiero dell'associazione dei comuni di frontiera. "Nel diritto del lavoro qualsiasi intervento di questa natura è a carico del datore di lavoro - spiega Massimo Mastromarino -. Le associazioni di categoria sono al corrente del fatto che dovranno assumersi questo onere?".

Telelavoro incentivato

Ma vi sono altre possibili ricadute che potrebbero derivare da una simile prescrizione. Le aziende e gli stessi lavoratori, per evitare di dover eseguire di continuo test molecolari (o eventualmente antigenici rapidi) potrebbero essere incentivate a intensificare il telelavoro, che per questa particolare categoria di dipendenti comporterebbe problematiche particolari. Per questo periodo di pandemia Italia e Svizzera hanno concordato in giugno un'intesa che deroga ai vincoli fiscali e contributivi che limitano l'adozione di questa modalità di lavoro.

"I datori di lavoro sono al corrente del fatto che dovranno assumersi questo onere?".

Massimo Mastromarino, Associazione comuni italiani di frontiera

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"Non abbiamo pregiudiziali su questo punto", indica Mirko Dolzadelli (Cisl), sottolineando l'impatto positivo dell'accordo che ha garantito il mantenimento dell'occupazione. Il lavoro a distanza deve però a suo avviso essere "regolato in modo tale da tutelare effettivamente la salute dei collaboratori e garantire i livelli abituali di produttività delle imprese".

Vi sono semmai questioni di ordine pratico che andranno risolte, rileva Eros Sebastiani (Aft). La maggior parte dei frontalieri è ormai impiegata nel settore terziario e si pone quindi il problema del trasferimento dei dati aziendali sensibili all'estero. La Svizzera infatti, essendo un paese extra Ue, non è assoggettata alle disposizioni GDPR (Regolamento generale sulla protezione dei dati personali) e i datori di lavoro, per prevenire complicazioni, potrebbero essere indotti a restringere le possibilità di telelavoro.

Ma tutto questo scenario è in continua evoluzione e sono attesi sviluppi già nei prossimi giorni.

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