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Prudenza svizzera sulle piante transgeniche

Piantine di frumento transgenico sono state coltivate in un campo sperimentale vicino a Zurigo. Keystone

Le piante geneticamente modificate non possono essere considerate sicure. Una commissione federale di etica raccomanda quindi di valutare attentamente i rischi prima di autorizzare coltivazioni transgeniche a fini commerciali.

Questo contenuto è stato pubblicato il 13 dicembre 2011 - 18:25
swissinfo.ch

La Svizzera, paese pioniere nell’agricoltura biologica, torna a interrogarsi sulle coltivazioni transgeniche.

La legislazione elvetica vieta la disseminazione di piante ogm a fini commerciali. Ciononostante, frutta e verdura indigene geneticamente modificate potrebbero finire nei piatti dei consumatori tra meno di due anni.

Nel novembre 2013 scadrà in effetti la moratoria sulle coltivazioni transgeniche voluta dal popolo svizzero nel 2005 (vedi dettagli a fianco).

Per la Commissione federale di etica per l’ingegneria genetica nel settore non umano (CENU), che il 12 dicembre ha presentato una serie di raccomandazioni, «le conoscenze sono ancora insufficienti per valutare ragionevolmente i rischi legati a una disseminazione commerciale». Affermare che una pianta ogm è assolutamente sicura, sottolinea, è impossibile.

Le uniche cose che si possono stabilire sono gli scenari probabilistici sugli eventuali danni arrecati dagli ogm, afferma Martine Jotterand, membro della CENU e professoressa di genetica all’Università di Losanna.

Rischi «accettabili»

L’introduzione di piante transgeniche nell’agricoltura svizzera non è comunque, a priori, da escludere. La maggioranza della CENU è dell’avviso che queste coltivazioni sono ipotizzabili se i rischi per ambiente e consumatori saranno definiti «accettabili».

«“Accettabile” significa che disponiamo di validi motivi per appoggiare una data cosa. Si tratta di un concetto centrale: ciò che conta non è l’essere favorevole o contrario, bensì le ragioni di una posizione», spiega a swissinfo.ch Klaus Peter Rippe, presidente della commissione.

L’invito è di procedere con prudenza, adottando un approccio a tappe. Prima di passare a una coltivazione a fini commerciali, ritiene la CENU, è imperativo procedere a valutazioni in laboratorio e, in un secondo tempo, a colture di prova in condizioni controllate.

Per la CENU, gli esperimenti all’aperto non devono quindi servire a validare i risultati ottenuti in laboratorio. Devono invece permettere di analizzare parametri nuovi, ad esempio l’interazione tra pianta e ambiente.

In quest’ottica, la CENU raccomanda di monitorare permanentemente tutte le tappe della messa in coltura di ogm. Soltanto quando i rischi della fase successiva verranno definiti accettabili, ribadisce, si potrà procedere.

Questa sorveglianza va mantenuta anche dopo aver autorizzato una coltivazione a fini commerciali. «È l’unico modo per osservare gli effetti che si producono a lungo termine», si legge nel rapporto della commissione.

Favorire la ricerca indipendente

Per rendere più sicura una tecnologia ancora incerta, la commissione propone poi di aprire una breccia nel monopolio dell’industria genetica. E in particolare nel campo della proprietà intellettuale.

Il materiale genetico delle aziende produttrici di semi e di piante transgeniche deve essere accessibile anche per i ricercatori indipendenti, ritiene Georg Pfleiderer, membro della CENU e professore di teologia ed etica sistematica all’Università di Basilea.

Nell’ambito dell’ingegneria genetica, aggiunge Pfleiderer, «anche i risultati più scomodi devono poter essere pubblicati». Se ce ne sarà bisogno, aggiunge, si dovranno creare le basi legali per garantire tale accesso.

Una coabitazione possibile?

Gli obblighi dell’industria genetica non si limiterebbero al settore della ricerca e dello sviluppo. Secondo la commissione, chi chiederà un’autorizzazione per una coltura sperimentale o commerciale dovrà pure garantire, a sue spese, l’integrità della produzione convenzionale e biologica.

Ad esempio assicurando una distanza minima tra le coltivazioni ed evitando ogni possibile contaminazione durante il flusso delle merci. Condizioni, queste, indispensabili per garantire la libertà di scelta dei consumatori, osserva Klaus Peter Rippe.

Altro aspetto da non sottovalutare: la topografia e la dimensione ridotta dei terreni agricoli. Le ricerche attualmente in corso diranno se sarà possibile far coabitare prodotti convenzionali e ogm in un paese piccolo e montagnoso come la Svizzera.

A due anni dalla fine della moratoria, il dibattito sugli ogm è dunque lanciato. Alla politica il difficile compito di mediare tra i timori condivisi da contadini e consumatori e le opportunità vantate dall’industria genetica.

Svizzera e piante ogm

La Legge federale sull’ingegneria genetica nel settore non umano autorizza l’impiego di ogm a condizione che sia garantita la protezione dell’uomo, della fauna, dell’ambiente e della diversità biologica.

Nel novembre 2005 l’elettorato svizzero ha approvato l’iniziativa popolare che chiedeva l’introduzione di una moratoria di cinque anni sulla coltivazione e la commercializzazione di piante ogm.

Nel 2009 il governo svizzero ha deciso di prolungare la moratoria di altri tre anni, ovvero fino al 28 novembre 2013. Una decisione motivata dalla mancanza di certezze scientifiche e dalla resistenza manifestata dalle associazioni di contadini e di consumatori.

Il governo baserà la sua decisione definitiva sul rapporto finale del programma di ricerca PNR59 (“Vantaggi e rischi dell’emissione di piante geneticamente modificate”) previsto per il 2012.

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Cos’è una pianta transgenica?

La scienza parla di pianta transgenica quando si modifica il DNA di una specie con tecniche di ingegneria genetica.

Dal punto di vista etico si possono invece individuare due definizioni principali.

Il primo modello considera la pianta transgenica come la somma tra la pianta originale e le proprietà aggiunte attraverso l’ingegneria genetica.

In questo caso si ritiene che i parametri delle proprietà biochimiche e tossicologiche dell’ogm siano sostanzialmente uguali a quelli del prodotto originale.

Il secondo modello, adottato dalla Commissione federale di etica per l’ingegneria genetica nel settore non umano, presuppone invece la possibilità che una pianta transgenica manifesti effetti inattesi.

In base a questa definizione, l’espressione di un gene esterno (ad esempio la produzione di una nuova proteina) potrebbe modificare lo stato fisiologico della pianta o il modo in cui interferisce con l’ambiente.

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