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Ginevra mostra il film che la Cina vuole che nessuno veda

Persona non grata nel suo paese d'origine, la Cina, Ai Weiwei ora vive in Portogallo e non vede un futuro luminoso per l'umanità. © Camera Press

Questo fine settimana, il film ‘Coronation’ di Ai Weiwei è stato proiettato al Festival del film e forum internazionale sui diritti umani di Ginevra, dopo essere stato rifiutato da tutti i principali festival e piattaforme di streaming in Occidente a causa delle pressioni cinesi. Esiliato in Portogallo, racconta a swissinfo.ch come è riuscito a girare a Wuhan e le sue fosche prospettive per la democrazia, i diritti umani e la libertà d'espressione. 

Questo contenuto è stato pubblicato il 12 marzo 2021 - 03:00
Jamil Chade

Il mondo probabilmente non saprà mai cosa sia veramente successo a Wuhan poco più di un anno fa. L'avvertimento viene da Ai Weiwei, un artista cinese che ora vive in Portogallo.

"Questo è probabilmente il film più importante sulla pandemia e sulla Cina."

Ai Weiwei

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Il suo film ‘Coronation’ (2020) è una rara finestra aperta sulla crisi sanitaria cinese. Ma ha presto scoperto che la censura non è limitata al Partito Comunista Cinese. I principali festival cinematografici in Europa e Nord America si sono rifiutati di proiettare il film, né è stato possibile distribuirlo attraverso le principali piattaforme come Netflix e Amazon.

Gli svizzeri, tuttavia, non si sono piegati alle pressioni cinesi. Questo fine settimana, il film di Weiwei sarà proiettato al Festival del film e forum internazionale sui diritti umani di GinevraLink esterno. Si tratta solo di un gesto simbolico, perché l'artista in esilio non crede che la Svizzera possa esercitare alcun tipo di influenza. "Le sanzioni svizzere non avrebbero alcun effetto sulla Cina", ha dichiarato al quotidiano zurighese Tages Anzeiger.

Nell'intervista a swissinfo, Weiwei non si fa illusioni: l'onda democratica degli ultimi 40 anni sta per finire e la censura sarà la regola nel mondo post-pandemico.

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swissinfo.ch: Lei non è il benvenuto in Cina. Come ha fatto a girare a Wuhan?

Ai Weiwei: Ho filmato la prima pandemia, nel 2003, quando la Sars è apparsa in Cina, quindi non è la prima volta che affronto questo argomento. Giro film d'inchiesta in Cina da molto tempo, il che mi ha spesso messo in difficoltà. So come filmare e cosa filmare. Avevamo colleghi e artisti in isolamento a Wuhan. Sapevamo che sarebbe stata una storia drammaticamente triste. Ma non avrei mai previsto che sarebbe stata un'esplosione globale e che saremmo ancora oggi nella stessa situazione, un anno dopo, con migliaia di persone che muoiono ogni giorno, e nessun segno che la pandemia scomparirà.

Ho contattato le persone che conosco e di cui mi fido. Ho dato loro indicazioni ogni giorno dopo che le immagini mi venivano inviate. È stato incredibilmente difficile a causa della situazione di isolamento. La gente non poteva muoversi. Ma avevamo persone in sei ospedali e anche in caserme temporaneamente allestite per occuparsi dei pazienti.

Cosa voleva mostrare?

Abbiamo cercato di mostrare i diversi punti di vista. Non solo degli ospedali e dei medici, ma anche delle persone, quelle abbandonate e dimenticate.  La grande maggioranza della gente è senza voce. Quando non hai voce, non conti. O sei solo un numero. Le emozioni e i valori non sono più rilevanti.

Il suo film sarà proiettato al Festival del film di Ginevra, questo fine settimana. Ma abbiamo visto che le piattaforme globali non hanno trasmesso il film. Cosa ci fa capire tutto ciò sull'influenza della Cina?

Sono molto orgoglioso di quello che abbiamo fatto. Questo è probabilmente il film più importante sulla pandemia e sulla Cina. Quello che volevo mostrare è come la Cina si muove nel mondo politico. E come il mondo capisce la Cina.

Ironicamente, la prima lezione che ho ricevuto non è stata dalla Cina, ma dall'Occidente. Tutti i maggiori festival cinematografici del mondo dove abbiamo cercato di presentare il film, Toronto, New York e i maggiori distributori online come Netflix e Amazon, all'inizio hanno tutti amato il film. Ma alla fine, la risposta che abbiamo ricevuto è sempre stata la stessa: non possiamo accettare il vostro film.

Come ha reagito?

Capisco la situazione. Il mercato cinematografico è ormai cinese. Proprio il mese scorso la Cina ha superato gli Stati Uniti e ora è il più grande mercato cinematografico del mondo. Per quanto riguarda i festival, o sono sotto autocensura o sotto la pressione della Cina. Possono presentare solo film che hanno il "Sigillo del dragone", riconosciuto dal dipartimento di propaganda comunista cinese.

"L'ondata di 30 o 40 anni di democratizzazione sta finendo."

Ai Weiwei

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Ottenere questo sigillo è praticamente impossibile. Molti dei miei colleghi in Cina non lo otterranno mai, sebbene ci provino da anni.

Quindi, anche se non critico la Cina, loro [i festival e le piattaforme cinematografiche] non possono essere associati al mio nome. Questo influenzerebbe il loro potenziale commerciale in Cina, dove lo stato è l'unico acquirente.

Ma anche l'industria cinematografica privata occidentale ha rifiutato di proiettare il mio film a Berlino. Ho capito che hanno una solida presenza in Cina e semplicemente non possono farlo. Non possono permettersi di perdere i loro affari. Non è qualcosa di giusto o sbagliato. L'Occidente ha rinunciato alle sue libertà a favore del capitale e del profitto.

Un'immagine colta dal film 'Coronation" di Ai Weiwei. screenshot/DW.com

Quello che lei sta dicendo è che la questione della libertà di espressione affronta sfide non solo in Cina ma anche in Occidente. Come pensa che il mondo uscirà dalla pandemia su questo tema?

Quando si parla di libertà di espressione, sappiamo tutti che vivremo in condizioni molto peggiori. Ovunque. In Cina, siamo sotto stretto controllo e sorveglianza, come in un film di fantascienza, solo che è tutto molto reale.

In Occidente, abbiamo appena sentito come le grandi aziende hanno venduto informazioni sugli utenti alle aziende cinesi. Tutto in Cina è sotto il controllo del governo. Così le autorità possono controllare le informazioni sugli individui anche in Occidente.

Pensa che sarà così per sempre?  

Questa è la nuova realtà. A causa della globalizzazione, le grandi aziende sono profondamente coinvolte con la Cina e non c'è confine, ideologia o qualsiasi tipo di argomento che tenga. Si parla solo di profitti. I cinesi stanno strategicamente vincendo.

L'ondata di 30 o 40 anni di democratizzazione sta finendo. Se si guarda a quello che sta succedendo negli Stati Uniti o in Brasile e in tanti altri stati, capiamo che la democrazia e lo Stato liberale hanno subito un brutto contraccolpo. Molti di questi Paesi stanno vivendo una forte crisi interna, dando così un grande vantaggio agli stati autoritari.

Leader come Bolsonaro, Vladimir Putin o il cinese Xi Jinping sono uomini forti che sono riusciti abilmente a ottenere ciò che volevano. Dureranno ancora a lungo e non c’è modo di fermarli.

Il lavoro di Ai Weiwei è sempre stato legato a pressanti questioni politiche e sociali, come la condizione dei rifugiati. 'Law of the Journey' (2017) è stato originariamente commissionato ed esposto dal Museo nazionale di Praga (Repubblica Ceca) e portato in un magazzino a Cockatoo Island, in Australia, come parte della mostra della Biennale di Sydney (nella foto). Zan Wimberley

Come valuta la reazione dell'Occidente?

A.W.: L'Occidente non ha valori chiari. Quando un giornalista del Washington Post viene ucciso in un'ambasciata, il governo americano fa finta di niente. Se l'Occidente può accettare questo, non ha una posizione morale da sostenere. Julian Assange è ancora in prigione. Ha solo fornito una piattaforma per rivelare alcuni segreti di Stato. Ma se cose come questa sono permesse, la cosiddetta libertà di parola è uno scherzo. Ti è permesso di parlare solo di qualcosa che loro accetteranno. Non ti permetteranno mai di parlare di qualcosa di veramente cruciale o di mettere in discussione l'establishment.

L'Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha inviato una missione a Wuhan. Ma pensa davvero che un giorno sapremo davvero cosa è successo un anno fa con la pandemia?

No, non lo credo. Il regime comunista è molto potente e forte e mantenere questo segreto è in cima alla loro agenda. L'OMS ha fatto una visita molto superficiale. Anche loro (l'OMS) sono responsabili, poiché all'inizio della crisi hanno indicato che la malattia non era trasmissibile tra gli esseri umani. Questo è assurdo. Siamo di fronte a un mostro molto più grande.   

In termini geopolitici, cosa pensa succederà sul pianeta nel periodo post-pandemia?

Stiamo vivendo un momento di fragilità. Non credo che la pandemia possa allarmare la gente in modo da farle elaborare una strategia chiara per affrontare ciò che la società umana si troverà ad affrontare in futuro. Per molti versi, abbiamo a che fare con realtà che non hanno precedenti per l’umanità. La tecnologia, gli stati potenti come la Cina e l'incapacità dell'Occidente di affrontare quello stato autoritario, più gli enormi problemi climatici. Tutto questo mette in forte discussione il nostro futuro.

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