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Occhi puntati sul libro di Carla Del Ponte

Le copie del libro "La caccia", stipate in due casse, che Carla Del Ponte avrebbe dovuto firmare alla libreria Melisa a Lugano swissinfo.ch

"La caccia. Io e i criminali di guerra" ha fatto la sua apparizione nelle librerie italiane e svizzere. Un libro atteso, che fa discutere, e non solo perché all'autrice è stata vietata la promozione.

Questo contenuto è stato pubblicato il 09 aprile 2008 - 09:05

Il divieto, come noto, viene direttamente dal Dipartimento federale degli Affari esteri (DFAE): il suo nuovo ruolo di ambasciatrice in Argentina le impone di rappresentare gli interessi della Confederazione e di mostrare il massimo equilibrio nelle sue funzioni diplomatiche.

A Berna si ritiene infatti che alcune affermazioni contenute nel libro dell'ex procuratrice del Tribunale penale internazionale (TPI) per la ex Jugoslavia, non possono essere fatte proprie dal governo svizzero che Del Ponte ora rappresenta.

E' chiaro che le 412 pagine in cui Carla Del Ponte ripercorre otto anni di caccia ai criminali di guerra, contengono passaggi ed informazioni che possono infastidire. Del resto le reazioni, anche da Belgrado, non sono mancate. Proprio Belgrado, come riporta il quotidiano italiano La Repubblica del 12 marzo scorso, ha cercato in ogni modo di bloccare la diffusione del libro con una lettera indirizzata al segretario generale dell'ONU e al Tribunale penale dell'Aja.

Un atto di fede nella giustizia

"Il messaggio che ho voluto trasmettere con questo libro – dice a swissinfo Carla Del Ponte, pochi giorni prima che il Dipartimento degli Affari esteri le imponesse il silenzio – è la grande fiducia nella giustizia internazionale. Perché si può ottenere giustizia per le migliaia di vittime di questi crimini, anche con tutte le difficoltà che intralciano il cammino della giustizia. Mi rivolgo soprattutto ai giovani, affinché in un modo o nell'altro, siano attivi in questa direzione".

Come non chiederle, allora, di reagire alla sentenza del Tribunale penale (mercoledì 2 aprile) che ha dichiarato estraneo ai fatti l'ex primo ministro del Kosovo Ramush Haradinaj, accusato di aver ucciso e torturato un numero imprecisato di serbi durante la guerra del 1998-99? La giustizia internazionale ha dunque un limite?

Carla Del Ponte, che abbiamo avvicinato venerdì sera a Lugano, sbotta, ma misura attentamente le parole: "La giustizia internazionale ha dei limiti, certo. Come hanno anche dei limiti la giustizia nazionale e la giustizia terrena. Sappiamo benissimo che le difficoltà sono tante, ma la direzione intrapresa è quella giusta".

Gli insanguinati anni Novanta

Alla libreria Melisa di Lugano, dove Carla Del Ponte era attesa martedì mattina per la presentazione del suo libro, c'è parecchia delusione. "Impedirle di parlare? Ma è una vergogna. La Svizzera deve essere fiera di avere un'ambasciatrice così" dice una signora dando un'occhiata a due casse in cui sono stipate le copie di "La caccia".

Appena fuori dal negozio un'altra donna avanza spedita. Le chiediamo: "Viene per il libro di Carla Del Ponte"? "Si – risponde – è una donna coraggiosa, un modello di determinazione per le donne che lottano. Spero di riuscire a farmi firmare il libro". Non sa ancora che ad attenderla sarà la delusione di non incontrare l'ex procuratrice.

Resta però il libro di Carla Del Ponte, dedicato a sua madre Angela, che in tredici capitoli rivela ostacoli e difficoltà con cui ha dovuto confrontarsi per assicurare alla giustizia i peggiori criminali delle guerre civili nella ex Jugoslavia e nel Ruanda.

In interviste rilasciate prima dell'uscita di "La caccia", Del Ponte ha sempre ripetuto che il libro altro non è che la cronaca dei suoi viaggi della speranza che si chiudevano tutti con una conferenza stampa. Di fatto il libro è un pugno nello stomaco di Belgrado, perché riferisce delle trattative disperate, e fallite, per ottenere i latitanti Radovan Karadzic e Ratko Mladic.

Nelle pagine dedicate al Kosovo (capitolo 11), l'ex procuratrice parla anche dell'attuale primo ministro, Hashim Thaçi, ai tempi ai vertici dell'Uck, l'esercito di liberazione del Kosovo. Ricorda che in occasione di una tavola rotonda, Thaçi l'aveva provocata con commenti impropri. "Lo guardo negli occhi - leggiamo alle pagine 293 e 294 - e gli dico che ho aperto le indagini su crimini commessi dagli albanesi del Kosovo. Non parlo mai di un'incriminazione contro di lui, ma sicuramente Thaçi arriva a questa conclusione, perché il suo volto si fa di marmo".

Una donna scomoda

La rivelazione di drammatici e imbarazzanti retroscena, il suo stile diretto, getta nuove luce su alcuni degli episodi più bui della storia recente del Vecchio continente. Nel suo libro Carla Del Ponte, rimanendo fedele a se stessa, non fa sconti a nessuno. E certamente alcuni passaggi non piaceranno ai politici. Già quando era all'Aja, c'è chi l'ha rimproverata per essere stata troppo intransigente e per aver ostacolato i buoni rapporti tra le nazioni.

Il rapporto di un procuratore con la politica è difficile. Lo sa bene e lo ha sempre saputo Carla del Ponte, ora al centro delle critiche delle Commissioni Affari esteri dei due rami del Parlamento, tanto che alcuni deputati chiedono già le sue dimissioni. Del Ponte, dicevamo, è sempre stata consapevole delle complesse relazioni tra la ragion di Stato e la giustizia. Nel prologo del suo libro, a pagina 13, spiega appunto che nella sua carriera si è scontrata con il muro di gomma, quello dei personaggi potenti, finanzieri, banchieri e politici.

Nel secondo capitolo, a pagina 45, Del Ponte ricorda Baruch Spinoza "il gigante della filosofia che, campione della ragione e dello scetticismo, individuò la forza che sta alla base di tanti crimini di guerra: la capacità dei potenti leader di manipolare e sfruttare la credulità del popolo [...])". E contro questo scoglio immateriale, ma profondamente reale, lei si è dovuta confrontare per otto lunghi anni. Senza mai disarmare.

"Per quasi otto anni – scrive l'attuale ambasciatrice - ho vissuto in un appartamento blindato, le cui finestre davano sull'acciottolato di una strada del centro dell'Aja". Ora vive nel paese dove le Madri della Plaza de Mayo hanno lottato, e come lei lottano, per la giustizia.

swissinfo, Françoise Gehring, Lugano

il libro

"La caccia. Io e i criminali di guerra". Pubblicato presso le edizioni Giangiacomo Feltrinelli, i diritti sono già stati venduti in diversi paesi del mondo.

Carla Del Ponte, procuratrice generale del Tribunale dell'Aja fino alla fine del 2007, ripercorre gli otto anni di caccia a persone che si sono macchiate di delitti orrendi, con accuse che sono arrivate fino a quella estrema di genocidio.

Il suo lavoro presso ha permesso l'arresto e la conduzione in giudizio di decine di persone accusate di genocidio e altri crimini di guerra. Tra questi Slobodan Milošević, presidente della Serbia, morto l'11 marzo 2006 in cella all'Aja, prima che potesse arrivare alla fine del processo e in circostanze non ancora del tutto chiarite.

Alla testa della procura dell'Aja, Carla Del Ponte istruisce prove contro due tra i ricercati più importanti al mondo: Radovan Karadžić e il generale Ratko Mladić, accusato del massacro di Srebenica, ancora latitanti.

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Biografia

Carla Del Ponte nasce nel 1947 a Bignasco (Valle Maggia), nel canton Ticino.

Studia diritto internazionale a Berna, a Ginevra e in Inghilterra.

Nel 1981 è nominata procuratrice del canton Ticino e dal 1994 al 1999 guida il Ministero pubblico della Confederazione.

Nel 1999 è nominata procuratrice generale del Tribunale penale internazionale (TPI) per la ex Jugoslavia dall'allora segretario generale delle Nazioni unite Kofi Annan.

Lascia l'incarico al TPI alla fine del 2007 per assumere quello di ambasciatrice svizzera in Argentina.

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