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Minareti, l'indignazione continua

Il premier turco Erdogan ha esortato la Svizzer a tornare sui suoi passi. Keystone

A due giorni dalla messa al bando di nuovi minareti in Svizzera, si moltiplicano le reazioni di condanna e incredulità nel mondo. Turchia e Pakistan chiedono alla Svizzera di fare un passo indietro, mentre l'ONU giudica il voto «chiaramente discriminatorio».

Questo contenuto è stato pubblicato il 01 dicembre 2009 - 18:25

Probabilmente mai prima d'ora una votazione popolare in Svizzera ha avuto così tanta risonanza all'estero. La scelta del popolo di vietare la costruzione di nuovi minareti continua a scatenare critiche tra i paesi mussulmani e le istituzioni internazionali, non senza qualche preoccupazione da parte del governo elvetico.

Particolarmente dura è stata la reazione della Turchia che, per bocca del presidente Abdullah Gül, ha definito il risultato «vergognoso». Dal canto suo, il premier Tayyip Erdogan ha parlato di un «atteggiamento sempre più razzista e fascista dell'Europa». Ricordando che l'islamofobia, come l'antisemitismo, è un crimine contro l'umanità, Erdogan ha invitato il Governo svizzero a «porre rimedio a questo sbaglio».

Un passo indietro chiesto anche dal ministro pakistano degli affari esteri, Shah Mahmood Qureshi e dal segretario generale della Lega Araba Amr Moussa, mentre il portavoce del Ministero degli esteri iraniano Ramin Mehmanparast ha definito il voto «discriminatorio», in contrasto con la libertà di religione caldeggiata dall'Occidente.

In Giordania, il Fronte d'azione islamica, ramo politico dei Fratelli musulmani e principale partito di opposizione del paese, ha percepito il voto come un «insulto ai mussulmani e una chiara violazione dei diritti umani». Per il capo religioso bosniaco Mustafa Ceric, infine, la Svizzera ha dato prova di una «incapacità a far rispettare i diritti umani sui quali si fondano i valori europei».

L'ONU denuncia un voto «discriminatorio»

Mentre l'ONU sta valutando la conformità del voto svizzero di domenica col diritto internazionale, l'alta commissaria per i diritti umani Navi Pillay ha definito l'iniziativa popolare un «chiaro atto discriminatorio, infelice, che divide profondamente il paese» e rischia di metterlo in «contrapposizione con i suoi impegni internazionali».

«Esito a condannare un voto democratico, ha aggiunto la Pillay, ma non indugio di certo a condannare delle campagne allarmiste contro gli stranieri, che toccano diversi paesi – inclusa la Svizzera – e contribuiscono a produrre questi risultati».

«Le politiche fondate sulla xenofobia e l'intolleranza sono estremamente preoccupanti, ovunque si sviluppino», ha continuato la Pillay denunciando «i manifesti apertamente xenofobi utilizzati in Svizzera per questa iniziativa e per altre campagne contro i richiedenti l'asilo, i migranti o gli stranieri in generale».

Anche la Commissione europea contro il razzismo e l'intolleranza (ECRI) ha invitato il Consiglio federale a trovare una soluzione affinché non vengano violati gli obblighi internazionali sottoscritti dalla Svizzera, mentre il ministro degli esteri svedese Carl Bildt – il cui paese detiene la presidenza semestrale dell'UE – ha ipotizzato che in seguito al voto le Nazioni Unite potrebbero perfino spostare alcune attività fuori dal territorio elvetico.

Quanto al Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR), ha chiesto alle sue delegazioni di osservare le reazioni e il clima nei diversi paesi musulmani, pur ricordando che la gente è «cosciente che il CICR è un'entità indipendente dagli Stati e non dovrebbero dunque sorgere problemi».

S'infiamma il dibattito in Italia

Il divieto di costruire nuovi minareti sancito dal popolo svizzero continua ad animare il dibattito anche in Italia, con la Lega favorevole a un'iniziativa simile e la Chiesa che si oppone in nome della libertà religiosa. Martedì il ministro degli esteri Franco Frattini ha ricordato che proibire i minareti non è utile al dialogo interreligioso» e può essere una «scelta pericolosa».

L'Italia, ha detto Frattini, «difende il diritto di esporre il crocifisso nelle scuole, quindi guardiamo con preoccupazione a certi messaggi di diffidenza o addirittura proibizione verso un'altra religione».

Ma c'è anche chi, come il ministro dell'interno Roberto Maroni, ha espresso valutazioni positive sull'esito dell'iniziativa e sulla proposta di introdurre un simile divieto anche in Italia. «Fossi stato in Svizzera, avrei votato come la maggioranza del popolo. E sono convinto che se la stessa iniziativa la si facesse in Italia, la percentuale di vittoria sarebbe ancora più alta». E Maroni ha poi aggiunto: «Considero il referendum - prosegue Maroni - lo strumento principe della sovranità popolare, quindi si potrebbe fare con una legge, ma questo mi sembra meno importante; l'importante è riconoscere che quando il popolo decide bisogna tener conto della sua volontà».

La complessa via del ricorso

Navy Pillay ha poi ricordato che il Comitato dei diritti umani ha chiaramente indicato il 3 novembre che se il popolo avesse accolto l'iniziativa lanciata dall'Unione democratica di centro (UDC, destra conservatrice) e dall'Unione democratica federale (UDF, destra ispirata alla Bibbia), la Svizzera sarebbe entrata in contraddizione con gli articoli 2, 18 e 20 del Patto dell'ONU sui diritti civili e politici.

Dal canto suo, il presidente della Corte europea dei diritti umani, Jean-Paul Costa, dubita che il divieto di costruire nuovi minareti in Svizzera finisca davanti alla Corte di Strasburgo.

Prima di appellarsi alla Corte, i ricorrenti devono esaurire tutte le vie di ricorso nel proprio paese. In Svizzera, tuttavia, non è possibile «ricorrere al Tribunale federale contro un voto popolare». Inoltre, continua Costa, «il caso può essere portato alla Corte solo da qualcuno direttamente colpito della decisione», come ad esempio «un'associazione svizzera di musulmani che si è vista negare il permesso di costruire un edificio religioso».

Queste disposizioni escludono dunque di fatto i partiti politici che potrebbero però sostenere la Comunità islamica di Langenthal intenzionata ad andare fino a Strasburgo per difendere il suo diritto di esercitare la propria religione se le autorità locali dovessero prendere spunto dall'iniziativa per respingere la loro domanda di costruire un minareto, che risale al 2006.

Stefania Summermatter, swissinfo.ch e agenzie

Sicurezza a rischio?

Qualunque pregiudizio arrecato alla coesistenza pacifica delle culture e delle religioni «mette in pericolo la nostra sicurezza»: ad affermarlo è stata una preoccupata Micheline Calmy-Rey, durante una riunione ministeriale ad Atene dell'OSCE.

«La provocazione rischia di portare ad altre provocazioni, l'offesa di attizzare l'estremismo», ha affermato la ministra degli esteri svizzera invitando tutti gli stati, europei e no, a risolvere la questione della coesistenza fra le varie culture e religioni. Il risultato del voto elvetico «ci spinge a proseguire nella ricerca di una maggiore apertura e collaborazione con i paesi musulmani», ha aggiunto.

Ribadendo concetti già espressi in questi giorni, Calmy-Rey ha sottolineato che la decisione popolare rappresenta una «reazione di ripiegamento» in un contesto di crisi economica e di profondo malessere. A suo avviso, dunque, il voto non è diretto contro i musulmani svizzeri.

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Contesto

Il 29 novembre l'elettorato svizzero ha votato su tre temi.

- Iniziativa popolare "Contro l'edificazione di minareti" accolta con il 57,5% di voti favorevoli.

- Iniziativa popolare "Per il divieto di esportare materiale bellico" respinta con il 68,2% dei voti.

- Decreto federale concernente la creazione di un sistema di finanziamento speciale per compiti connessi al traffico aereo accolta con il 65% dei voti favorevoli.

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