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Michel Mayor, l’astronomo superpremiato

Michel Mayor, una stella nel firmamento degli astronomi

(Keystone Archive)

Il premio 2005 della «Fondation pour Genève» è stato attribuito all'astrofisico ginevrino Michel Mayor, scopritore di pianeti extrasolari.

In un intervista a swissinfo, lo scienziato spiega perché l’osservazione di questi mondi gravitanti attorno a stelle lontane rappresenta una sfida importante per il XXI secolo.

Con la scoperta, nel 1995, del primo pianeta esterno al sistema solare, Michel Mayor fa un’entrata da star nella storia dell’astronomia.

Da allora lo scienziato continua, con i suoi collaboratori dell’Osservatorio di Ginevra, a scrutare l’universo alla ricerca di nuovi exopianeti. Un’obiettivo perseguito da numerosi astronomi di tutto il mondo.

swissinfo: Quanti exopianeti sono stati scoperti dal 1995?

Michel Mayor: Attualmente ne sono stati rilevati 150. Un numero ancora piuttosto esiguo. Infatti, i sistemi exoplanetari rappresentano una diversità e una ricchezza enorme quanto alla composizione chimica delle stelle, della massa dei pianeti o alla forma delle loro orbite.

Tenendo conto dell’insieme di questi parametri, 150 pianeti sono ancora troppo pochi per rispondere a tutte le domande che i ricercatori si pongono.

swissinfo: In quale direzione vanno attualmente le vostre ricerche?

M.M.: Uno dei temi più attuali è la ricerca di pianeti con una massa molto piccola. In futuro, avremo a disposizione degli strumenti che ci permetteranno di rivelarli.

Quando questo sarà possibile, potremo probabilmente scoprire una nuova famiglia di corpi celesti: dei pianeti rocciosi simili alla Terra o a Marte. Si tratta di un campo di investigazione che in futuro assumerà un’importanza fondamentale.

Gli exopianeti scoperti orbitano molto vicino alle loro stelle. Sono quindi dei mondi molto caldi. Ma con il tempo potremo osservare dei pianeti più lontani dai loro soli. Essendo più freddi, su di essi potrebbero esistere forme di vita.

swissinfo: Com’è il calendario delle vostre ricerche?

M.M.: La tecnica delle velocità radiali utilizzata al giorno d’oggi non ci permetterà, ancora per molto tempo, di scoprire astri simili alla Terra.

Tuttavia, durante i prossimi anni, saranno lanciate numerose missioni spaziali, che dovrebbero permettere di rivelare dei pianeti molto piccoli. Ad esempio, la missione spaziale francese Corot o quella statunitense Kepler.

Si tratta però di un’osservazione indiretta. Non si vedrà il pianeta, ma si misurerà semplicemente il leggerissimo abbassamento della luminosità della stella durante il passaggio del pianeta fra la stella e il telescopio.

Prima di poter passare alla tappa seguente, ossia all’osservazione diretta del pianeta, ci vorrà molto tempo. Quando ciò sarà possibile, si potrà allora analizzare la composizione chimica delle atmosfere di tutti questi piccoli mondi.

Sono previste delle ricerche nell’ambito di grandi missioni spaziali quali l’europea Darwin e l’americana TPF.

Entro una decina d’anni, è inoltre in programma la costruzione sulla Terra di enormi telescopi (da 50 a 100 metri di diametro), che renderanno possibile l’osservazione di questi piccoli pianeti e l’analisi della loro composizione chimica.

swissinfo: Questi programmi non rischiano di fare concorrenza a quelli sullo studio del nostro sistema solare?

M.M.: Credo che i differenti programmi possano benissimo continuare a coesistere. L’obiettivo finale è sempre lo stesso: la ricerca della vita nell’universo. Le vie da seguire per effettuare questi studi sono molteplici. Ad esempio, si può esplorare il sottosuolo di Marte per tentare di scoprire le tracce di una vita passata.

La ricerca fuori dal nostro sistema solare è più complicata e necessita di tempi molto più lunghi.

Non sarà possibile rispondere alla domanda fondamentale sull’esistenza di una vita extraterrestre prima di una quindicina d’anni.

swissinfo: I finanziamenti elvetici alle vostre ricerche sono sufficienti?

M.M.: Abbiamo potuto contare su un’ottimo sostegno da parte del Fondo nazionale svizzero per la ricerca scientifica (FNRS) come pure dell’Università di Ginevra.

Un aiuto che ci ha permesso ad esempio di costruire dei nuovi strumenti di ricerca, quale lo spectografo Chili (HARPS), finanziato dal FNRS e in servizio da un anno e mezzo.

swissinfo: Quale posizione occupa la Svizzera nella ricerca mondiale in campo astronomico?

M.M.: Il nostro gruppo di lavoro ha scoperto all’incirca la metà degli exopianeti. Ma anche altri centri di ricerca elvetici svolgono un lavoro eccellente in questo settore. Le analisi sulle formazioni dei pianeti condotte all’università di Berna dall’equipe del professor Willy Benz, ad esempio, sono riconosciute sul piano internazionale.

swissinfo: Quale importanza assumono le vostre ricerche nella storia dell’astronomia?

M.M.: La scoperta degli exopianeti, delle loro caratteristiche e delle loro diversità ci permette innanzitutto di conoscere il nostro sistema solare e la sua formazione.

Durante il XX secolo abbiamo compiuto enormi progressi nell’ambito della fisica delle stelle. Abbiamo capito l’origine dell’energia solare, il ciclo di vita delle stelle e l’origine degli elementi chimici.

Oggigiorno, la scoperta degli exopianeti ha ampliato notevolmente il nostro campo di ricerca. È un settore vastissimo, dove c’è ancora tutto da fare e che a lungo termine ci permetterà di affrontare l’immensa questione della pluralità della vita nell’universo.

Intervista swissinfo: Frédéric Burnand, Ginevra
(traduzione: Anna Passera)

In breve

La «Fondation pour Genève» è un organismo privato il cui scopo è quello di sviluppare i rapporti fra la Ginevra internazionale e la popolazione locale.

Ogni anno attribuisce un premio a personalità o istituzioni che hanno contribuito a trasmettere un’immagine positiva di Ginevra a livello internazionale.

Nel corso della sua carriera, Michel Mayor ha ricevuto numerose distinzioni, dal Premio Balzan, alla medaglia Albert Einstein, fino al titolo di Cavaliere della Legion d’Onore.

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