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Little Odessa, dove convivono russi e ucraini

Un eroe anche tra i connazionali nella Grande Mela RSI-SWI

Il conflitto ucraino visto da New York si trova la più grande diaspora russofona fuori dall'Europa e da Israele.

Questo contenuto è stato pubblicato il 19 marzo 2022 - 22:26
Massimiliano Herber (RSI)

A Brooklyn, non lontano da Coney Island c’è Brighton Beach ma tutti la conoscono come Little Odessa. La “Piccola Odessa” è l’approdo dove dalla metà degli Anni Settanta del Novecento si è stabilita la diaspora sovietica, l’emigrazione russofona ebraica non esattamente benestante.

A Brighton Beach si arriva in metropolitana e basta scendere dal viadotto per rendersi conto quanto Manhattan sia lontana. E non solo geograficamente. I visi e la fisionomia dei passanti (soprattutto anziani), la lingua costantemente udita in sottofondo e le scritte in cirillico tradiscono l’origine di chi abita qui. Il microcosmo all’ombra della sopraelevata pare ricostruire il modello di mondo da cui queste persone sono scappate: c’è l’erboristeria uzbeka, il caffè con il barista bielorusso, il fruttivendolo ucraino.

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Per oltre trent’anni il negozio di alimentari si chiamava "Sapori di Russia", ma dopo l’invasione russa il proprietario ha deciso di cambiare nome e insegna. “Non era più opportuno… visto quanto sta accadendo nel mondo”, mi dice lui – russo nato in Ucraina – un po’ infastidito, quasi imbarazzato.

A una bancarella poco distante incontro Irina. Quando mi racconta della sua città d’origine, Zaporizhzhya in Ucraina, le brillano gli occhi e nonostante il suo inglese stentato mi racconta la sua vita. Dell’arrivo negli Stati Uniti nel 1996, della figlia Natasha cresciuta a New York e che ora insegna inglese a Kyiv, delle due nipotine e dei suoi timori e apprensioni: la figlia non è riuscita a lasciare la capitale ucraina. Prima di salutarla mi ripete accorata “Close skies”, “Chiudete i cieli”, auspicando che Stati Uniti e Nato si decidano ad assicurare una No Fly Zone.

Mi aspettavo di vedere maggiori segnali di solidarietà all’Ucraina. Poche le attestazioni di patriottismo, rare le bandiere gialloblù esposte. Nel quartiere russi e ucraini sono cresciuti e hanno sempre vissuto fianco a fianco: li accomunava la fuga dall’Unione Sovietica, la distinzione tra le ex repubbliche non li divideva.

Poco distante, l’officina di un gommista, pare contraddire la prima impressione. Accanto alla bandiera ucraina e alla scritta “Support Ukraine” c’è una gigantografia di Putin con la scritta “criminale di guerra” in inglese e un insulto in russo. Levan, il proprietario è georgiano sposato con un’ucraina. “Voglio far sapere che razza di tiranno è Putin, mi dice, perché quello che sta facendo in Ucraina, l’aveva già fatto nel mio Paese, in Georgia, nel 2008”. Racconta che aveva già appeso due cartelloni anti Putin, ma durante la notte qualcuno li aveva strappati, “per questo – sorride – ho deciso di appendere il terzo sul tetto”.

Marina è un’avvocata esperta di immigrazione. La sua famiglia è arrivata negli Stati Uniti nel 1989 da un paesino tra Kyiv e Chernobyl. “Non abbiamo più parenti in Ucraina, spiega, ma mio padre non fa che piangere guardando la televisione”. Il marito è russo, “mi dice che l’unica cosa che possiamo fare è preoccuparci delle conseguenze economiche, - racconta appassionata – dell’aumento del prezzo della benzina, ma io non sono d’accordo, dobbiamo aiutarli".

 Con dei video su YouTubeLink esterno, Marina cerca di informare gli ucraini come raggiungere gli Stati Uniti: “Riceviamo migliaia di telefonate – dice senza nascondere un senso di impotenza –, migliaia di richieste di aiuto, dall’Ucraina o da chi l’ha appena lasciata. E poi dai cittadini americani qui, preoccupati per i loro famigliari in Ucraina, parenti nascosti negli scantinati”.

Dietro al luna park, vicino al capolinea ferroviario, in un garage prestato da una carrozzeria si raccolgono aiuti da inviare in Ucraina. Si lavora notte e giorno per dividere e impacchettare quanto ucraini e locali continuano a portare: vestiti, cibo, giocattoli per bambini. Anche materiale paramilitare, mi mostra Olga, giubbotti antiproiettile, indumenti mimetici, bisacce e borracce. “Raccogliamo anche munizioni e piccole armi, dice un po’ sfuggente, ma per spedire quelle ci vogliono autorizzazioni speciali”.

Il viavai è continuo. La solidarietà sembra inesauribile. Nelle pause del lavoro moltissimi vengono a dare una mano, i volontari sono soprattutto giovani. Molti non vivono a Brooklyn, ma a Manhattan – nell’East Village, dove risiede il resto della comunità ucraina newyorkese. Si stima che a New York abitino oltre 600'000 russofoni; gli ucraini sono tra i 60 e gli 80'000. Chiedo come sia cambiato il rapporto con gli amici russi dopo l’inizio del conflitto e il volto di Olga si rabbuia: “dicono che il problema è la russofobia, ammette amara, non quanto avviene in Ucraina. Non so se posso ancora dire che sono miei amici”.

Tra chi aiuta c’è Andriy, ha trent’anni, ma ne dimostra molti meno. È arrivato negli USA dieci anni fa, è fotografo Link esternoma sta pensando di ritornare in Ucraina. “Hanno detto che arruolano tutti quelli disponibili, mi spiega, anche senza esperienza di combattimento, bisogna resistere e combattere, non ci arrenderemo, è casa nostra!”  – strabuzzo gli occhi e penso di aver capito male, “Andresti a combattere?”, gli chiedo, e lui senza esitazione mi dice: “Certo! con il primo volo”. La dedizione e l’attaccamento alla patria dei giovani ucraini sorprende e interroga.

Prima di lasciare la Grande Mela, ci fermiamo da Veselka il più noto ristorante ucraino della metropoli. È stato aperto nel 1954 e da ormai oltre tre settimane è divenuto il luogo di incontro della comunità ucraina e di tutti coloro che vogliono manifestarle vicinanza. “Veselka”, mi dice Jason, il proprietario, “significa piccolo arcobaleno” e guardando la lunga coda all’ingresso gli chiedo se abbia intravvisto o intravvede un segnale di pace, di speranza. La risposta è velata di tristezza: “La nostra clientela è incredibile, ma è tutto molto cupo, terribile, triste. Possiamo solo cercare di tener viva la speranza e di fare il nostro meglio qui”. Raccogliendo offerte per un piatto di zuppa tipica, il “Borscht”, qui hanno già raccolto oltre cinquantamila dollari in solidarietà. Un piatto caldo e condiviso per unirsi, sentirsi parte di una comunità più grande. Per riscaldare un po’ il cuore.

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