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«Ennahda non vuole una società retrograda»

«Il nostro partito crede in un islam tollerante e aperto al dialogo», sostiene Badreddine Abdelkefi, vicepresidente dell’Assemblea nazionale costituente tunisina e esponente di Ennahda. Andrea Tognina / swissinfo.ch

Ennahda non ha nessuna intenzione di rimettere in discussione la libertà d’espressione, a patto che la legge sia rispettata, afferma Badreddine Abdelkefi, membro dell’Assemblea nazionale costituente tunisina, respingendo le critiche di oscurantismo indirizzate al suo partito.

Questo contenuto è stato pubblicato il 15 aprile 2013 - 11:00
Daniele Mariani, di ritorno da Tunisi, swissinfo.ch

Vincitore delle elezioni organizzate nell’ottobre 2011 per formare l’Assemblea nazionale costituente (con circa il 37% dei voti), Ennahda è il più importante dei tre partiti della cosiddetta troika che sta traghettando la Tunisia durante la fase di transizione post-rivoluzionaria (gli altri due partiti di governo sono il Congresso per la Repubblica e Ettakatol).

Per l’opposizione laica, il partito islamico di Rached Gannouchi ha tradito gli ideali della rivoluzione e vuole imporre una visione retrograda dell’islam e contraria al modello di società liberale che si è imposto in Tunisia. Tutt’altro, «crediamo in un islam tollerante e aperto al dialogo», risponde Badreddine Abdelkefi, vicepresidente aggiunto dell’Assemblea nazionale costituente e responsabile delle relazioni con la società civile.

Doppio linguaggio?

Il Movimento della Rinascita – Ennahda – è stato fondato nel 1981 con il nome di Movimento della tendenza islamica. Il suo principale leader è Rached Gannouchi, che ha vissuto in esilio a Londra dall’inizio degli anni ’90 fino alla rivoluzione tunisina del gennaio 2011.

I suoi militanti hanno subito una pesante repressione durante il regime di Ben Ali. Badreddine Abdelkefi, ad esempio, ha trascorso 11 anni nelle prigioni tunisine.

Il partito occupa 89 dei 217 seggi dell’Assemblea nazionale costituente eletta nell’ottobre 2011.

L’opposizione laica accusa Ennahda di utilizzare spesso e volentieri un doppio linguaggio: moderato e aperto davanti ai microfoni, specialmente dei media occidentali, ultraconservatore lontano dalle telecamere.

Qualche mese fa, è stato ad esempio reso pubblico un video nel quale Rached Gannouchi incoraggiava i salafiti a fondare radio, tv, scuole coraniche e associazioni per diffondere l’islam e applicare la sharia (la legge coranica) a piccole dosi e tappa dopo tappa. Gannouchi si è poi difeso affermando che il video era stato truccato.

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swissinfo.ch: Quali sono i problemi più urgenti da risolvere in Tunisia?

Badreddine Abdelkefi: In questo periodo transitorio sono principalmente due. Il primo è quello della sicurezza, il secondo è quello sociale. Penso che tutti gli altri problemi derivino da questi due.

Oggi vi sono molte persone che soffrono, che sono marginalizzate. È urgente trovare una soluzione, affinché non si installi la convinzione che questa rivoluzione non ha portato nulla. Per quanto concerne la sicurezza, il problema è molto acuto e va risolto affinché la gente possa lavorare in pace. Oggi abbiamo molte libertà, tutti possono dire quello che pensano. A volte però si va oltre la legge.

In seguito bisognerà lasciar tempo al futuro governo, che avrà cinque anni di tempo per fissare le priorità e cominciare a costruire una nuova Tunisia. Stiamo costruendo passo dopo passo uno stato democratico, rispettoso dei diritti dell’uomo e della nostra storia, che speriamo possa rappresentare un’esperienza nuova per tutto il mondo arabo.

swissinfo.ch: Ha parlato di libertà di espressione. Bisogna limitarla?

B.A.: No, si deve semplicemente applicare la legge. Ciò non vuol dire che bisogna rimettere in discussione la libertà d’espressione o il diritto allo sciopero.

Quello che non vogliamo è che si sbarrino le strade o si cerchi di chiudere delle fabbriche con la violenza. Non è accettabile. La legge deve essere fatta rispettare senza guardare i colori politici delle persone che compiono queste azioni.

swissinfo.ch: Cosa risponde a coloro che dicono che Ennahda vuole una società retrograda?

B.A.: Sono critiche ricorrenti, ma ingiustificate. Crediamo in un islam tollerante, aperto al dialogo. Il problema della donna, ad esempio, per noi non si pone. Contrariamente ad altri partiti islamisti non vogliamo confinare le donne a casa. Siamo favorevoli, ad esempio, a una legge elettorale che preveda una parità uomo-donna. Del resto, quasi la metà dei nostri rappresentanti nei gruppi parlamentari sono donne.

swissinfo.ch: Vi distanziate quindi da altri partiti islamisti?

B.A.: Sì, prima di tutto da quei partiti che credono nella violenza.

swissinfo.ch: Da più parti si teme che il paese possa appunto sprofondare nella violenza. Qual è la sua analisi?

B.A.: Dopo l’assassinio di Chokri Belaïd [ndr: il leader del fronte popolare ucciso il 6 febbraio 2013], alcuni membri della sinistra hanno accusato un po’ troppo velocemente Ennahda di essere dietro all’attentato. Ma è logico che un partito che è al governo voglia destabilizzare il paese?

Dopo questo fatto di sangue, alcuni dei nostri uffici sono stati dati alle fiamme. Abbiamo però detto ai nostri militanti di non reagire. Ennahda non crede nella violenza e penso che abbia le capacità per evitare che il paese sprofondi nel caos. Si può gridare a voce alta, ma non usare la violenza.

Spero che l’assassinio di Chokri Belaïd sia solo un episodio e che riusciremo a superarlo. Tutte le rivoluzioni passano per un periodo transitorio. Insistiamo sul fatto che siamo tutti tunisini, che abbiamo bisogno delle elezioni e che il risultato delle urne va rispettato. Purtroppo ci sono persone che credono che la violenza sia necessaria per indebolire Ennahda o cambiare la vita politica del paese. Per fortuna la maggioranza dei politici tunisini ha finora saputo dare prova di saggezza.

swissinfo.ch: Si dice spesso che ‘non c’è pace senza giustizia’. Il vostro partito non ha interesse a far pressione affinché l’inchiesta sull’assassinio di Chokri Belaïd avanzi velocemente?

B.A.: È stato nominato un nuovo ministro dell’interno, Lofti Ben Jeddou, un indipendente nel quale quasi tutti hanno fiducia. Dobbiamo però lasciare il tempo necessario alla polizia e al ministero dell’interno per fare piena luce su questo assassinio. In tutto il mondo ci sono stati omicidi politici che ancora oggi sono irrisolti. Alla Tunisia si chiede invece di scoprire subito la verità. È insensato.

swissinfo.ch: In materia economica, durante il regime di Ben Ali, una delle pratiche più in voga era di cercare di attirare imprese straniere esentandole dalle imposte. Qual è la vostra posizione?

B.A.: È una risposta che dovrà dare il prossimo governo. Ritengo però che la Tunisia non possa vivere come se fosse un’isola. Siamo aperti sul piano culturale ed economico, a condizione che vengano rispettate le nostre leggi e la specificità del nostro paese. Per avere un’economia solida dobbiamo dare una chance agli investitori tunisini e stranieri.

swissinfo.ch: Alcune voci, soprattutto a sinistra, ritengono che bisognerebbe rivedere la questione del debito estero, eventualmente sospendendone il rimborso. Cosa ne pensa?

B.A.: Il nostro partito crede nella continuità dello Stato. Il messaggio che abbiamo voluto inviare è che anche in questo periodo transitorio la Tunisia è capace di rispettare i suoi impegni. Nello stesso tempo abbiamo chiesto degli aiuti. Riteniamo sia il metodo migliore. Mandare segnali secondo cui non siamo più in grado di adempiere ai nostri doveri, sarebbe controproducente.

swissinfo.ch: Anche per quanto riguarda il cosiddetto ‘debito odioso’, ossia quei prestiti concessi al paese e che sono serviti ad arricchire il clan Ben Ali?

B.A.: Sì, perché i debiti sono stati fatti a nome dello stato tunisino e non della famiglia Ben Ali. Il discorso è diverso per quanto concerne i soldi rubati dalla famiglia Ben Ali. Abbiamo appena adottato una legge che ci aiuta ad accelerare la restituzione di questi fondi.

swissinfo.ch: Dopo la rivoluzione, sono entrati in scena altri investitori stranieri, in particolare il Qatar. La Tunisia si sta allontanando dall’area mediterranea?

B.A.: La storia del nostro paese si iscrive in quella mediterranea. Non abbiamo intenzione di indebolire le relazioni con l’Europa. Ciò però non ci impedisce di guardare altrove e di diversificare le nostre relazioni, con ad esempio altri paesi arabi o con il continente americano.

swissinfo.ch: Per la Tunisia, il prossimo grande passo sarà l’adozione di una nuova costituzione. A che punto sono i lavori dell’Assemblea nazionale costituente?

B.A.: Il 27 aprile dovremo presentare la nuova costituzione. Due settimane dopo inizierà la discussione articolo per articolo. Bisognerà finire al più tardi l’8 luglio per adottare la costituzione in prima lettura. Se necessario, ci sarà a disposizione un mese supplementare per adottarla in seconda lettura. Se non si troverà un accordo, si andrà al referendum.

Siamo comunque fiduciosi, non crediamo che si arriverà al referendum poiché vi è un consenso quasi totale. Rimangono pochi punti da regolare. Manca ancora un accordo sul futuro regime politico – presidenziale o parlamentare – e quindi sui poteri attribuiti al presidente. Credo che la maggior parte dei membri dell’ANC sia d’accordo sul fatto che il paese ha bisogno al più presto di una costituzione. Non si può andare avanti ancora a lungo con questa transizione.

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