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La passione americana per la Svizzera italiana

L'architetto Mario Botta, presente alla conferenza, ha illustrato alcune sue opere: in immagine, il Casinò di Campione d'Italia swissinfo.ch

L'identità della Svizzera italiana è stata al centro di una conferenza organizzata a fine aprile 2008 da uno dei più prestigiosi atenei statunitensi, la «Pennsylvania University» di Filadelfia.

Questo contenuto è stato pubblicato il 02 maggio 2008 - 07:52

Perché proprio a Filadelfia? La ragione è strettamente a due fattori: la grande passione per la Svizzera italiana del professore di storia europea Jonathan Steinberg, che insegna nella locale università, e la presenza nella medesima struttura dell'italiano Fabio Finotti, direttore del Centro di studi italiani.

Steinberg conosce bene la Confederazione, anche poiché ha sposato in prime nozze una donna originaria di Lucerna. Da più di trent'anni, lo storico visita regolarmente il paese e ne segue con attenzione le vicissitudini politiche.

Nel 1976, Jonathan Steinberg ha pubblicato un libro intitolato «Why Switzerland?», in cui si è interrogato in merito all'esistenza stessa della Confederazione, e ai motivi per i quali anche gli stranieri dovrebbero interessarsi alla sua storia. L'opera è stata aggiornata nel 1996; una nuova edizione riveduta è prevista per il 2009.

Il ponte di Ponte Tresa

Quali motivi hanno spinto Steinberg a organizzare una conferenza concernente la Svizzera italiana? «Questa regione mi affascina sin dal 1972», spiega a swissinfo il professore. «In occasione della mia prima visita, appena varcato la galleria del Gottardo, rimasi incantato da questo angolo tropicale della Confederazione»

In seguito, Steinberg si è recato per una gita domenicale alla cittadina di Ponte Tresa, utilizzando il caratteristico trenino che parte da Lugano. Una volta giunto a destinazione, ha percorso a piedi il ponte che conduce alla frontiera italo-svizzera. In questa circostanza, lo storico racconta di essere rimasto colpito dalla grande differenza tra i due mondi.

Da una parte del ponte, la Svizzera: i negozi chiusi, le strade pulite e ordinate; dall'altra, l'Italia: un'atmosfera movimentata, caotica, quasi anarchica. Questa istantanea ha suscitato in Steinberg un grande interesse, diventato poi passione. Egli è comunque ben cosciente del fatto che molte cose sono cambiate dalla sua prima visita, e che quanto si legge e sente sulla regione è influenzato da luoghi comuni.

Microcosmo interessante

Per anni, Jonathan Steinberg ha cullato l'idea di organizzare una conferenza sul tema. A suo parere, la storia, la cultura e la struttura politica di questa regione elvetica – il cantone Ticino e parte di quello dei Grigioni – in cui si parla italiano meritano di essere oggetto di una riflessione approfondita.

Secondo il ricercatore statunitense, nell'era della globalizzazione la Svizzera italiana costituisce un microcosmo interessante, le cui frontiere linguistiche e culturali non coincidono con quelle nazionali. Una caratteristica che potrebbe costituire un esempio interessante per l'Unione europea, segnatamente per quanto concerne i rapporti con le lingue e le minoranze.

Nonostante il suo entusiasmo, Steinberg non perde di vista la realtà: è ben cosciente delle divisioni politiche in Ticino, e delle relazioni sovente complesse con la capitale Berna.

Secondo lo storico, il federalismo elvetico – che coinvolge i cittadini a livello regionale e nazionale – costituisce comunque un eccellente esempio per quanto concerne la maniera di affrontare i conflitti nella società moderna.

Ampio programma

Con l'arrivo del professor Fabio Finotti all'università della Pennsylvania, Steinberg ha trovato un appoggio importante per organizzare la sospirata conferenza. Il collega proveniente dalla Penisola – attualmente direttore del locale Centro di studi italiani – è infatti un convinto sostenitore di un'italianità che oltrepassa i confini geografici del Belpaese.

La conferenza internazionale sulla Svizzera italiana, organizzata in collaborazione con l'«Associazione internazionale per gli studi di lingua e letteratura italiana», s'inserisce in un progetto di ampio respiro sull'italianità. Nel 2009, avrà luogo un congresso sulla lingua, la cultura e l'identità italiana.

Gli interventi in occasione degli incontri di Filadelfia – inerenti ad aspetti storici, politici, economici, linguistici e architettonici – saranno prossimamente resi accessibili al pubblico sotto forma di pubblicazioni.

Amore per la letteratura

Oltre all'interesse per la storia e le strutture politiche della Svizzera italiana, Steinberg è profondamente affascinato dalla sua letteratura: alla conferenza di fine aprile hanno infatti partecipato anche alcuni scrittori.

Giovanni Orelli si è per esempio espresso in merito al dialetto della Valle Bedretto, fortemente minacciato. Egli ha quindi parlato della traduzione, in dialetto, di alcune poesie di Dylan Thomas o Emily Dickinson. «È stato fantastico», ha commentato Jonathan Steinberg: «La Svizzera italiana è ancora più sottile e complessa di quanto pensassi, ed è incredibilmente interessante dal profilo culturale».

swissinfo, Rita Emch, Philadelphia
(traduzione e adattamento: Andrea Clementi)

In breve

All'incontro «Why Switzerland?» di Filadelfia hanno partecipato rappresentanti statunitensi e svizzeri del mondo politico, culturale, economico e scientifico. Dalla Svizzera sono giunti tra gli altri la consigliera di stato ticinese Patrizia Pesenti, il senatore Filippo Lombardi, l'ex direttore della radiotelevisione svizzera di lingua italiana Remigio Ratti, gli storici Georg Kreis e Carlo Moos.

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Terra di architetti

Alla conferenza ha partecipato pure il celebre architetto ticinese Mario Botta. Nel suo intervento, egli ha parlato della propria filosofia architettonica e del cammino che ha condotto alla fondazione, nel 1996, dell'Università della Svizzera italiana.

Botta ha poi presentato le opere di alcuni famosi architetti ticinesi del passato: Domenico Fontana (obelisco di Piazza San Pietro, Roma), Domenico Trezzini (cattedrale dei Santi Pietro e Paolo, San Pietroburgo), Francesco Borromini (San Carlino, Roma) e il padre dell'architettura ticinese moderna, Rino Tami (1908-1994).

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