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La 'Ndrangheta teme l'informazione libera più della magistratura

Polizia al porto di Gioia Tauro in Calabria, uno dei porti che la 'ndragnheta usa per il traffico di cocaina. Keystone / Adriana Sapone

Intervista a Michele Albanese, giornalista calabrese che vive sotto scorta per aver denunciato la ‘ndrangheta. “Sono uno stato parallelo; la loro base è in Italia ma fanno affari ovunque, anche in Svizzera”.

Questo contenuto è stato pubblicato il 21 luglio 2022 - 10:43
Ludovico Camposampiero, RSI News

L’appuntamento è per le 19, poco fuori Gioia Tauro davanti a una tenuta sequestrata alla famiglia Piromalli, una delle più potenti cosche della ‘ndrangheta. Polo nera e occhiali da sole calati sul viso, Michele Albanese, dopo una lunga giornata di lavoro, scende da un’anonima berlina scura. È un’auto della polizia di Stato. Giornalista del Quotidiano del Sud, i suoi articoli e le sue inchieste hanno dato fastidio, molto fastidio, ai clan calabresi. Una microspia piazzata sull’auto di due mafiosi ha permesso alla magistratura di intercettare la sua condanna a morte: una bomba sarebbe stata confezionata e piazza da lì a poco sotto la sua auto. Da 8 anni vive sotto scorta. 

Lo abbiamo incontrato per ottenere informazioni sui traffici che hanno ricondotto il porto della cittadina a essere una delle principali porte d’accesso per il fiume di cocaina che sta inondando l’Europa. Abbiamo colto l’occasione anche per farci raccontare la sua storia, per farci spiegare cos’è la mafia e di quale pericolo rappresenta per la società:

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“Perché la ‘ndrangheta vuole uccidermi? Sicuramente perché ho dato fastidio con la mia attività giornalistica. Davo e continuo a dare fastidio perché mi occupo di questi temi, perché denuncio come la criminalità organizzata costituisca il primo impedimento all’occupazione e allo sviluppo della Calabria”.

Qual è la data che ti ha cambiato la vita?

“Il 17 luglio del 2014, quando, in prefettura, sono stato informato che alcuni mafiosi volevano farmi saltare in aria. Da allora è iniziata questa esperienza di giornalista sotto scorta, che mi ha cambiato completamente la vita e l’orizzonte, anche professionale”.

Cosa significa per te, e per la tua famiglia, vivere sotto scorta?

“Non posso uscire di casa se non accompagnato da due ragazzi della polizia di Stato, che sono diventati miei amici, miei fratelli. Evito di fare molte cose. Potrei anche farle, da uomo scortato, ma non le faccio per dare una testimonianza di serietà e di correttezza. Cerco di vivere la mia vita rispettando dei canoni non scritti, ma cercando di offrire il meno possibile opportunità e possibilità a chi vuole farmi del male”.

Con il tuo lavoro hai denunciato e continui a denunciare la mafia. È servito? Possono gli articoli di stampa contribuire a un cambio di mentalità?

“Assolutamente sì. Paradossalmente la ‘ndrangheta ha più paura dell'informazione libera, che racconta i suoi misfatti, che non della stessa magistratura, dei carabinieri o della polizia. Loro sanno che per la loro attività illegale rischiano di andare in galera. Però la cosa che non accettano è di essere dipinti come criminali. Le inchieste, gli approfondimenti e anche gli articoli di cronaca danno fastidio agli indagati. Ecco perché ogni tanto c’è qualcuno che vuole attaccare la libera informazione”.

Michele Albanese, cos’è la ‘ndrangheta?

“Vorrei che i cittadini europei capissero innanzitutto cos’è una mafia. Una mafia non è una criminalità organizzata normale, fatta di gruppi di persone che insieme si armano e si dedicano ad attività illegali. Le mafie sono uno stato parallelo: hanno i loro tribunali, i loro capi e le loro regole; hanno la loro ritualità d’affiliazione, di battesimo e di vita. Sono uno stato illegale in quello di diritto. E questo costituisce un pericolo per le democrazie, per la libertà degli individui e la collettività. Per questo dobbiamo raccontare come operano, non solo in Calabria: la ‘ndrangheta ha la testa qui, ma fa affari ovunque, anche in Svizzera, riciclando le ingenti somme di denaro frutto del traffico di stupefacenti”.

Come è cambiata, come si è evoluta la ‘ndrangheta?

“Molte cose sono cambiate rispetto a trent’anni fa. La Calabria è un territorio devastato dalla presenza della ‘ndrangheta. Nel passato c’erano anche fino a sette omicidi al giorno, oggi non si spara più perché girano talmente tanti soldi che farsi la guerra non conviene. I soldi si fanno soprattutto con il traffico di cocaina: i proventi vengono reinvestiti nel gioco d’azzardo e soprattutto nella compravendita immobiliare. A causa della crisi provocata anche dal Covid, molti locali, alberghi e ristoranti hanno chiuso: gli uomini delle cosche si sono presentati con mazzette di soldi e hanno comprato tutto. Hanno comprato mezza Europa. Hanno talmente tanti soldi che se vogliono possono comprarsi il Paese, ma stanno anche in Germania e in Svizzera. Stanno in Olanda, in Lussemburgo, in Slovacchia, dove il collega Ján Kuciak è stato assassinato a causa di un’inchiesta che stava conducendo sulla collusione tra potere politico e criminalità organizzata calabrese.

Sono stati sviluppati i giusti anticorpi contro la mafia?

L’Italia ha subito terribili attacchi da parte delle mafie, basti pensare a cosa è accaduto a PalermoLink esterno agli inizi degli anni Novanta. Si è però sviluppata una legislazione di contrasto pesantissima e imponente, perciò le mafie si sono dovute spostare in altri posti, in nazione dove non c’è una legislazione di contrasto così pesante. In Italia, il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso ha delle caratteristiche come in nessun altro paese. In Svizzera, in Germania, in Olanda e in altri paesi europei non esiste questo reato.  Bisogna far capire che queste tipologie di reati, che si sono allargati a tutto il continente, devono essere affrontati uniformando il contrasto e quindi la legislazione antimafia. La ‘ndrangheta ha saputo mutare pelle adeguandosi ai tempi: da pastori, gli ‘ndranghetisti sono diventati professionisti plurilaureati. Ora investono in borsa, si infiltrano, si nascondono, sono liquide: sono un pericolo per la democrazia. Ma possono sconfiggere, con la cultura della legalità.

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