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Kosovo: «Dopo l'euforia, la disillusione»

Un manifesto elettorale a Pristina raffigurante il capo di governo e presidente del PDK Hashim Thaci. Keystone

Per la prima volta dalla dichiarazione d'indipendenza del 2008, domenica il Kosovo sarà chiamato a rinnovare il parlamento. L'ambasciatore svizzero a Pristina, Lukas Beglinger, crede che il paese dipenderà anche in futuro dal sostegno internazionale.

Questo contenuto è stato pubblicato il 10 dicembre 2010 - 17:05
swissinfo.ch

swissinfo.ch: Com'è il clima prima delle elezioni parlamentari?

Lukas Beglinger: Dopo l'euforia iniziale del 2008, si sta diffondendo una certa disillusione poiché le speranze legate all'indipendenza, in parte irrealistiche, sono state realizzate solo in parte. Soprattutto la situazione economica e sociale rimane precaria.

La maggior parte della popolazione è comunque consapevole dell'importanza politica e futura delle prime elezioni nazionali del Kosovo in quanto stato indipendente.

swissinfo.ch: La Svizzera è stato uno dei primi paesi a riconoscere l'indipendenza del Kosovo. La stabilità del paese è anche nell'interesse della Confederazione poiché circa 170 000 kosovari vivono qui. La emigrazione dal Kosovo ha subito cambiamenti dalla dichiarazione di indipendenza?

L.B.: Confermando le nostre aspettative, i flussi migratori non hanno subito importanti cambiamenti, né in una, né nell'altra direzione.

Gli importanti aiuti svizzeri per la ricostruzione dopo la guerra del Kosovo hanno permesso a decine di migliaia di rifugiati kosovari di rientrare. La maggior parte della comunità kosovare che vive attualmente in Svizzera non ha però intenzione di ritornare. Il numero di rientri, alcune centinaia di persone all'anno, è rimasto stabile negli ultimi anni.

Affinché i kosovari residenti all'estero considerino l'idea di rientrare, occorre un miglioramento tangibile delle condizioni economiche e sociali. Finora, purtroppo, non è stato il caso.

Il ricongiungimento familiare è il motivo principale per l'emigrazione in Svizzera. Poiché in Kosovo le possibilità economiche e sociali sono tuttora limitate, molti giovani kosovari sono disposti ad emigrare. In ragione dell'importante presenza kosovara, la Svizzera è uno dei paesi preferiti. Ciononostante, non si registra un aumento significativo dell'immigrazione nel nostro paese.

swissinfo.ch: Il Kosovo è uno dei paesi più poveri d'Europa e il suo tasso di disoccupazione è particolarmente elevato. A causa della mancanza di certezza del diritto e della corruzione serpeggiante, molte aziende straniere decidono di non stabilirsi in Kosovo. Cosa fa la Svizzera per invertire questa tendenza?

L.B.: In primo luogo spetta alla popolazione e alle istituzioni kosovare il compito di garantire uno stato di diritto funzionante, di fronteggiare la corruzione e di sostenere lo sviluppo economico e sociale.

La Svizzera, in quanto importante partner, concentra gli aiuti in particolare nei seguenti ambiti: riforma dell'esecuzione penale, notariato, formazione, polizia e autorità locali, formazione professionale, modernizzazione dell'agricoltura, programmi occupazionali, reti idriche ed elettriche.

Inoltre, collabora con la missione giuridica EULEX impegnata attualmente a concludere un accordo per la protezione degli investimenti con il Kosovo.

swissinfo.ch: La Svizzera è uno dei più importanti paesi donatori. Dalla fine del 1990 ha investito oltre 600 milioni di franchi per lo sviluppo e la stabilità politica ed economica in Kosovo. Quali sono i risultati concreti di questi contributi?

L.B.: La Svizzera rappresenta un modello che la società kosovara vorrebbe raggiungere.

Il nostro sostegno infrastrutturale ha portato a diversi risultati concreti, per esempio la ricostruzione di edifici, l'accesso all'acqua potabile per circa 300 000 persone e la fornitura di elettricità per la città Gjilan.

Altri importanti frutti della nostra attività sono stati raggiunti nei cosiddetti settori 'software'. Grazie all'aiuto elvetico, per esempio, circa 4000 giovani possono seguire una formazione professionale e vengono trasmesse competenze alle autorità comunali.

Inoltre, promuoviamo la convivenza pacifica di diversi gruppi etnici tramite basi legali adeguate, decentralizzazione politica e altri progetti. Sosteniamo pure il censimento previsto per il 2011 e finanziamo una piattaforma online volta a mobilitare la diaspora a favore dello sviluppo del Kosovo.

swissinfo.ch: Quali sono attualmente gli ambiti prioritari?

L.B.: Il Kosovo è confrontato a grandi sfide di politica interna ed estera. In primo luogo si tratta di ricostruire uno stato di diritto funzionante per tutti i cittadini e le comunità del paese, istituire un'economia competitiva e creare abbastanza posti di lavoro per una popolazione in continua crescita.

Occorre poi superare l'isolamento rispetto agli altri paesi. Innanzitutto bisogna normalizzare i rapporti con la Serbia.

swissinfo.ch: Alla luce della mancanza di consenso sul riconoscimento dello stato kosovaro, viene meno la coordinazione delle organizzazioni internazionali. I progetti svizzeri sono armonizzati con quelli di altri paesi e organizzazioni?

L.B.: Sì, la Svizzera coordina gli aiuti con gli altri partner internazionali e con il governo kosovaro e partecipa a progetti comuni.

Il Kosovo dipende in grande misura dal sostegno estero. I nostri aiuti seguono il motto, 'aiuto per sostenere l'auto-aiuto'. Perciò per noi è molto importante la ricostruzione delle capacità e delle competenze del paese. Nel settore delle forniture idriche, per esempio, promoviamo e sosteniamo una gestione professionale e sostenibile anche in materia di manutenzione.

swissinfo.ch: Quanta speranza ripone nei colloqui preannunciati dalla Commissione UE che si terranno dopo le elezioni?

L.B.: Il dialogo previsto tra la Serbia e il Kosovo è oltremodo necessario. Sarà così possibile discutere di diversi problemi che condizionano la vita in entrambi i paesi e affrontare una nuova fase costruttiva e cooperativa.

È un passo indispensabile anche tenendo in considerazione l'intenzione di entrambi i paesi di far parte dell'UE.

Diaspora ed elezioni parlamentari

Solo una minoranza dei kosovari residenti in Svizzera ha potuto partecipare alle elezioni parlamentari anticipate. Il motivo: per partecipare, ai kosovari all'estero sono stati dati dei termini troppo brevi.

«Ho l'impressione che in Kosovo manchi la volontà politica per far partecipare la diaspora alle elezioni» dice Bashkim Isen, direttore del sito internet di informazioni per gli albanesi del Kosovo e dell'Albania albinfo.ch. 

I kosovari intenzionati a partecipare alla prime elezioni parlamentari anticipate avevano solo due settimane per iscriversi all'ambasciata di Berna. Le elezioni anticipate sono state annunciate il 2 novembre e il termie d'iscrizione scadeva il 16 novembre.

Fra i candidati alle elezioni legislative che si svolgono domenica in Kosovo figurano anche Begjet Pacolli, che ha il passaporto elvetico, e altri due kosovari residenti in Svizzera.

Behgjet Pacolli, 58 anni, ha creato il suo partito, l'Alleanza per un nuovo Kosovo (AKR), nel 2006 e nel 2007 è entrato in Parlamento. Pacolli è considerato l'uomo più ricco del Kosovo: il suo patrimonio è valutato a circa 440 milioni di euro.

Zize Pepshi, residente nel canton Berna, è una dei 110 candidati presentati dalla Lega democratica della Dardania (LDD). Faton Topalli è in lizza per il partito Autodeterminazione ("Vetëvendosje"). Secondo diverse fonti kosovare, vi erano altri due candidati che poi hanno desistito.

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Il Kosovo e la Svizzera

Il 17 febbraio 2008, la ex provincia serba del Kosovo ha dichiarato l'indipendenza.

La Svizzera è stato uno dei primi paesi al mondo a riconoscere l'indipendenza kosovara il 27 febbraio 2008. In Svizzera vivono circa 170 000 kosovari.  

La Confederazione è uno dei più importanti paesi donatori. Tra il 1996 e il 2007 ha investito circa 600 mio di franchi per lo sviluppo e la stabilità politica ed economica del Kosovo.

Dal 1999, Swisscoy fa parte della KFOR multinazionale. In novembre 2010, il Consiglio federale ha deciso di prolungare l'intervento fino al 31.12.2014.

Inoltre, la Svizzera fa parte della Commissione UE per lo Stato di diritto EULEX.

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