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Il contrabbando nei ricordi dei finanzieri

La repressione del contrabbando dopo la Seconda Guerra mondiale è stata svolta quasi esclusivamente dalla Guardia di finanza italiana. Le storie di alcuni di loro.

Questo contenuto è stato pubblicato il 18 novembre 2021 - 08:49
Guido Mariani e Vince Cammarata, The Italy Diaries

Con la ricostituzione delle istituzioni in Italia e la rapida ripresa economica, la conflittualità politica, il disagio sociale e il clima di violenza lasciati in eredità dalla guerra vennero meno. Gli episodi di sangue legati ai traffici di frodo si fecero rari e al confine ritornò a regnare la tranquillità. 

Il fenomeno del contrabbando non cessò, e anzi, visse una fase di grande sviluppo, soprattutto grazie al traffico delle sigarette. Quest’epoca è rimasta nella storia come la "tratta delle bionde", un’espressione, ormai di sapore antico, che si riferiva al colore chiaro del tabacco lavorato, simile per sfumature ai capelli delle ragazze bionde.

Il regime di monopolio italiano e il tasso di cambio, rendevano particolarmente vantaggiosa l’esportazione clandestina delle stecche di sigarette. Si creò in questo periodo una particolare asimmetria. Il contrabbando verso l’Italia, infatti, non era un danno per l’erario e per il mercato svizzero, le autorità della Confederazione non avevano così alcun interesse a reprimere o contenere questa attività. 

Anzi, il contrabbando rappresentò uno sbocco commerciale supplementare per le aree svizzere di confine, sostenendo una vera e propria filiera produttiva e generando una fonte di entrate e un notevole indotto per l'economia locale.

A ridosso del confine si moltiplicarono così i commercianti del tabacco, che confezionavano la merce con imballaggi ridotti al minimo, ideati specificamente per soddisfare le esigenze di trasporto dei contrabbandieri. I cosiddetti "spalloni" in Svizzera erano tenuti a presentare la merce al più vicino posto di confine e a versare un modestissimo tributo per "diritti di statistica", potevano poi tranquillamente proseguire verso l’Italia. Il tabacco era la merce più preziosa, ma spesso nel sacco dei contrabbandieri c’erano anche caffè, cioccolata, zucchero, sale e dadi.

L’opera di repressione dei traffici di frodo fu quindi svolta esclusivamente a sud del confine dalle autorità italiane e in particolare dai militari della Guardia di Finanza. Molti di questi erano giovani, alcuni in servizio di leva, che provenivano da regioni del centro o meridione d’Italia, con nessuna conoscenza dei territori dove prestavano servizio.

Uno di questi era Sergio Scipioni, originario di Rocca Sinibalda, in provincia di Rieti, arruolatosi a 18 anni nella Guardia di Finanzia e poi assegnato col grado di Maresciallo alla caserma di Ponte Tresa. Dopo trent’anni di lavoro in divisa, venti dei quali sul Lago di Lugano, Scipioni ha fatto di quei luoghi la sua dimora definitiva. Da quando è in pensione, raccoglie i ricordi dei suoi colleghi o dei contrabbandieri a cui, anni fa, dava la caccia. Le loro storie sono documentate in diversi libri che l’ex finanziere pubblica dal 2012.
 

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