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Il commercio equo e i suoi effetti

Anche nelle cooperative certificate chi raccoglie il caffè è pagato male

Il commercio equo contribuisce ad una maggiore giustizia sociale. Lo dimostra uno studio realizzato in Bolivia da Swisspeace, su incarico della SECO.

Questo contenuto è stato pubblicato il 21 luglio 2007 - 09:01

Lo studio sui coltivatori di caffè è inoltre arrivato alla conclusione che del Fair Trade approfittano anche i produttori che non vi sono direttamente coinvolti.

Lo studio ha analizzato due cooperative per il commercio equo che raggruppano complessivamente 500 produttori. Inoltre ha preso in cosiderazione due aziende private che danno lavoro a 1500 produttori, impiegando i metodi tradizionali .

La principale differenza tra i due gruppi consiste nei premi per progetti comunitari, che i produttori nell'ambito del commercio equo ricevono oltre al salario minimo.

Nella maggior parte dei casi sono le donne che decidono sul loro impiego. Spesso investono i premi in progetti legati alla salute o alla formazione.

Le famiglie che approfittano di questi progetti sono generalmente più sane di quelle dei produttori convenzionali e dispongono di maggiori conoscenze sulla produzione di caffè organico.

Queste conoscenze vengono sfruttate anche per la coltivazione di frutta e verdura, contribuendo a migliorare le loro condizioni di vita.

Base per la riduzione della povertà

«Nello spazio protetto della cooperativa il commercio equo aumenta progressivamente le capacità dei produttori. Ciò costituisce la base per una riduzione a lungo termine dalla povertà», afferma Sandra Imhof, sociologa presso Swisspeace e coautrice dello studio.

In questo modo diminuiscono anche i potenziali conflitti. In Bolivia vi sono forti tensioni fra indios e bianchi, come hanno mostrato una volta di più i disordini dello scorso anno. I produttori di caffè sono quasi tutti indios e vivono generalmente in condizioni di estrema povertà.

La concorrenza fa lievitare i prezzi

Del commercio equo non approfittano però solo i produttori che vi partecipano direttamente. Dopo l'ingresso sul mercato locale di acquirenti di prodotti «fair trade», i prezzi di vendita nella regione analizzata sono cresciuti generalmente più di quelli sul mercato globale.

Si tratta con ogni probabilità dell'effetto della concorrenza tra acquirenti che garantiscono i prezzi minimi e acquirenti convenzionali, che vengono messi sotto pressione.

«Il commercio equo può perciò far migliorare il reddito anche di quei produttori che non
ne fanno parte», fa notare Andrew Lee, economista all'istituto europeo dell'Università di Basilea e coautore dello studio.

Scoperti degli abusi

Accanto ai molti aspetti positivi, lo studio realizzato nel 2006 ha portato però alla luce anche alcuni abusi: i braccianti impiegati dalle cooperative equo-solidali durante il raccolto sono pagati altrettanto male di quelli impiegati dai produttori convenzionali.

Il problema è ora riconosciuto, dice Martin Rohner, il direttore della fondazione Max Havelaar, fra gli acquirenti delle cooperative analizzate. Di questo aspetto si dovrà tener conto in futuro, al momento di certificare le aziende.

Svizzera leader mondiale

La Segreteria di Stato dell'economia (SECO) trova nello studio una conferma per la sua scelta di sostenere il commercio equo nell'ambito delle sue attività in favore dello sviluppo economico.

«È vantaggioso per i produttori e aiuta a ridurre la povertà in tutta l'area interessata», sottolinea Hans-Peter Egler, capo della sezione «promozione del commercio con i paesi in via di sviluppo» della SECO.

L'obiettivo è di rafforzare la posizione dei produttori locali, affinché non siano esposti senza protezioni alle oscillazioni dei prezzi sul mercato globale. Per questo motivo la SECO ha partecipato anche alla creazione della fondazione Max Havelaar 15 anni fa.

La fondazione con sede a Basilea ha avuto un ruolo fondamentale nel far sì che la Svizzera diventasse il numero uno mondiale per il consumo di prodotti equo-solidali.

swissinfo e Katharina Schindler, InfoSüd
(traduzione dal tedesco: Andrea Tognina)

Fatti e cifre

La Bolivia ha 9,1 milioni di abitanti. Oltre la metà sono indios.
Il reddito pro capite annuo medio è di 2720 dollari.
Tra il 1990 e il 2004 il 42,2% della popolazione viveva con meno di 2 dollari al giorno.
La Bolivia produce annualmente 7,5 milioni di tonnellate di caffè. 6 milioni di tonnellate vengono esportate.
Il 38% del caffè esportato è prodotto rispettando i criteri del commercio equo.

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Commercio equo

L'obiettivo del commercio equo è di offrire ai produttori nei paesi in via di sviluppo, attraverso garanzie sui prezzi e premi, una prospettiva per uscire dalla povertà.

La Segreteria di Stato dell'economia (SECO) sostiene il commercio equo nell'ambito delle sue politiche in favore dello sviluppo economico.

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Esempio Max Havelaar

La fondazione Max Havelaar assegna un marchio di garanzia a prodotti di regioni sfavorite del sud che rispettano criteri di produzione e distribuzione socialmente equi e rispettosi dell'ambiente.

Il marchio Max Havelaar esiste per banane, ananas, mango, avocado, succo d'arancia, caffè, thé, cacao e cioccolata, miele, zucchero, riso, fiori, piante e tessili.

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