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I comuni italiani guardano al Ticino con ansietà

La piazza di Porlezza, finanziata con i ristorni dei frontalieri. Nicole della Pietra

Preoccupazione e rabbia. Sono questi i sentimenti dominanti nei 340 comuni italiani di confine, dopo la decisione del canton Ticino di congelare parte dei ristorni delle imposte sui frontalieri. Oltre al blocco, è il finanziamento futuro delle infrastrutture di questi paesi, ad essere in pericolo. Reportage in Lombardia.

Questo contenuto è stato pubblicato il 11 agosto 2011 - 17:25
Nicole della Pietra, Di ritorno dalla Lombardia, swissinfo.ch

In questo caldo pomeriggio d’estate, Porlezza somiglia a una piccola stazione balneare. Vetture immatricolate in Olanda e in Germania sono parcheggiate un po' ovunque nelle stradine di questo borgo di 4'500 abitanti. Situato in provincia di Como, Porlezza è l’ultimo comune della costa nord-est del lago Ceresio.

Il sindaco ci fa visitare la scuola elementare. Politico di centro-destra, come la maggior parte dei suoi colleghi nella regione lombarda e piemontese, Sergio Erculiani è stato eletto nel 2004. È fiero del suo comune, e degli sforzi intrapresi negli anni per migliorare infrastrutture e spazi pubblici, ma anche per arricchire l'offerta culturale e le attività sociali della sua cittadina.

«Soldi spesi bene»

«Il ristorno dell'imposta sui frontalieri ci ha permesso di finanziare una serie di progetti, dall'ingrandimento della scuola alla costruzione dell'aula sportiva», spiega Sergio Erculiani. Ogni anno il comune di Porlezza riceve circa 700'000 franchi dal canton Ticino, riversati da Roma dopo deduzioni.  

Fatto non indifferente per una piccola città a valenza turistica. I soldi provenienti dal  ristorno dell'imposta da parte dalle autorità ticinesi – sommati ai fondi europei – sono serviti tra l'altro a migliorare e modernizzare il lungolago del borgo.

Più a Sud, nel comune di Valmorea, tra le colline verdi e selvagge della provincia di Varese, anche il sindaco Mauro Simoncini ci tiene a dimostrare «che i soldi del ristorno non vengono sprecati».

Uomo gioviale, Simonicini elenca anche le infrastrutture finanziate grazie all’imposta dei frontalieri. A bordo della sua auto, ci porta davanti al nuovissimo centro ambulatorio di Valmorea, prosegue in direzione della scuola, senza tralasciare la piccola rotonda, inaugurata lo scorso anno. «Questi soldi che arrivano dalla Svizzera

ci hanno permesso di porre fine a una lunga serie di incidenti», si rallegra il sindaco.

Mercato del lavoro carente

Mauro Simoncini, che ammette il suo debole per il Ticino, preferisce non commentare la decisione del governo di Bellinzona di congelare la metà delle imposte alla fonte dei frontalieri per il 2010, pari a circa 28,5 milioni di franchi. «Il lavoro, è in Svizzera, che lo si trova. Qui, non abbiamo molti impieghi da offrire».

Il sindaco sa di cosa parla. Proprietario di un cantiere navale, in qualche anno è stato costretto a licenziare più di tre quarti del suo personale e il futuro resta per lo meno cupo. «Qui i soldi non circolano, nessuno spende», ci confessa.

Tra polemiche e opportunità

A Como, capoluogo dell’omonima provincia, cambiano i toni. Il consigliere comunale Luigi Bottone si mostra più combattivo e intende organizzare una riunione dei sindacati per i primi giorni di settembre. «Dobbiamo unire le forze e difenderci», annuncia il consigliere comunale, che ammette però di non conoscere il numero di frontalieri domiciliati a Como. Poco importa.

Il contenzioso fiscale italo-svizzero ha permesso al giovane coordinatore de «I popolari di Italia domani» (centro-destra) di aumentare la sua presenza nei media e su Internet, grazie anche a un botta e risposta con Giuliano Bignasca. Il presidente della Lega ha fatto del tema dei frontalieri un cavallo di battaglia, dettando al neoeletto governo ticinesi i suoi dieci comandamenti.

«Alcuni politici italiani approfittano di questa diatriba per mettersi in mostra. In realtà sono pochi quelli che conoscono i nomi dei ministri ticinesi e ancora meno i meccanismi della politica elvetica», rimpiange una giornalista lombarda, specialista del trattato bilaterale italo-svizzero del 1974 sul ristorno ai comuni di frontiera, ma che preferisce restare anonima.

Più frontalieri, meno disoccupazione

Claudio Pozzetti non fa parte di questa categoria. Membro del Consiglio generale degli italiani all’estero, è incaricato di vigilare sugli interessi dei lavoratori italiani impiegati in Ticino. Pozzetti riassume scrupolosamente ogni tappa del braccio di ferro tra il canton Ticino e l'Italia e ricorda  ognuna delle dichiarazioni dei membri del governo svizzero.

Pozzetti sottolinea come la campagna dell'Unione democratica di centro (Udc, destra conservatrice), che ha ritratto i frontalieri come topi, sia stata umiliante per i lavoratori italiani.

Ci tiene però a sottolineare che «se queste decine di  migliaia di lavoratori non avessero un impiego dall’altra parte del confine, sarebbero probabilmente disoccupati e questo peserebbe  in modo insostenibile sulle risorse dei piccoli comuni da cui provengono»

Un tasso sempre più magro?

Oltre al congelamento dei ristorni - che per il momento non grava ancora sui comuni visto che i soldi versati da Bellinzona vengono versati da Roma solo due anni dopo – c'è un altro spettro che grava sulle regioni di confine.

Oltre al congelamento dei ristorni - che per il momento non grava ancora sui comuni visto che i soldi versati da Bellinzona vengono versati da Roma solo due anni dopo – c'è un altro spettro che grava sulle regioni di confine.

Il governo ticinese chiede infatti di rivedere al ribasso il tasso di ristorno (attualmente al 38,8%) all'Italia, stabilito da un accordo che risale al 1974 e molto più elevato rispetto a quello concordato con l'Austria (12,5%). A lungo contraria a questa proposta, la ministra delle finanze Eveline Widmer-Schlumpf ammette ora che la questione merita di essere esaminata.

Uno scenario più che preoccupante, spiega Mauro Simoncini, concludendo: «Roma continua a tagliarci i viveri e il piano di risanamento del debito lascia presumere delle nuove misure di risparmio con cui dovremmo fare i conti. È per questo motivo che contiamo più che mai sui soldi che ci ritornano dalla Svizzera».

Frontalieri e imposte alla fonte

Il cosiddetto «Accordo tra l'Italia e la Svizzera relativo all'imposizione dei lavoratori frontalieri ed alla compensazione finanziaria a favore dei comuni italiani di confine» è stato firmato nel 1979 ma è entrato in vigore retroattivamente nel 1974.
 
La quota del ristorno dell'imposta alla fonte era inizialmente del 40%, poi nel 1985 del 38,8%. La maggior parte delle imposte alla fonte verso l'Italia è versata dal Ticino (circa 90%), il restante 10% dai Grigioni e dal Vallese.
 
Nel caso dei frontalieri austriaci, solamente il 12,5% viene ritornato all'Austria. A tale riguardo, il Consiglio federale ha affermato che gli accordi non possono essere confrontati direttamente.
 
Nel caso italiano si tratta di ristorni validi solo per i frontalieri che vivono entro un raggio di 20 km dalla frontiera. Nel caso austriaco il ristorno vale per tutti i lavoratori.

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Flussi di frontiera

Gli ultimi dati disponibili concernenti lo spostamento di frontalieri in uscita dal cantone Ticino risalgono al 2000, in occasione del censimento federale della popolazione.
 
I lavoratori che viaggiavano quotidianamente verso l'estero (quindi l'Italia) erano allora 429. A recarsi ogni mattina in Svizzera, partendo da sud, sono invece circa 50 000 persone (dati inizio 2011).
 
Nel 2002 è entrato in vigore l'accordo bilaterale sulla libera circolazione delle persone.

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