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Giochi olimpici onesti e senza dumping

Orari di lavoro impossibili e salari da fame anche nel settore dell'abbigliamento in Thailandia. Dichiarazione di Berna

In vista delle Olimpiadi di Atene, tre organizzazioni svizzere chiedono alle grandi marche di rispettare standard sociali nella produzione di articoli sportivi.

Questo contenuto è stato pubblicato il 28 aprile 2004 - 15:51

Gli indumenti indossati anche dai grandi campioni vengono spesso fabbricati pagando salari da fame ai lavoratori nei paesi poveri.

Condizioni di lavoro oneste nell'industria dell'abbigliamento sportivo: è quanto hanno chiesto mercoledì, in una conferenza stampa tenuta a Berna, Clean Clothes Campaign, Dichiarazione di Berna e Unione sindacale svizzera.

In vista dei giochi di Atene 2004, le tre associazioni lanciano un appello al Movimento olimpico e al Comitato internazionale olimpico (CIO) e invitano anche il grande pubblico ad aderire alla campagna.

«Salari da miseria, lavoro straordinario sotto costrizione, multe per errori di fabbricazione e licenziamento di sindacalisti» sono all'ordine del giorno nelle fabbriche che producono abbigliamento sportivo, ha dichiarato Jean-Claude Prince dell'USS.

Campagna internazionale

L’appello lanciato in Svizzera rientra in una campagna mondiale promossa dalla sede internazionale di Clean Clothes, congiuntamente all’organizzazione umanitaria Oxfam International e alla rete sindacale Global Unions.

In un rapporto pubblicato recentemente e intitolato Play Fair at the Olympics, queste organizzazioni denunciano le condizioni di lavoro che sussistono nell’industria dell’abbigliamento sportivo in Bulgaria, Cambogia, Thailandia e Cina.

Duramente criticate in passato, le grandi imprese mondiali del settore – Reebok, Adidas, Nike e Puma – hanno cominciato a cercare delle soluzioni con i sindacati e le organizzazioni non governative per rispettare le norme sociali riconosciute a livello internazionale.

Nel mirino le aziende minori

Secondo Stefan Indermühle della Dichiarazione di Berna, molte aziende meno note continuano invece a produrre articoli sportivi esercitando un dumping sociale e vanificando anche gli sforzi delle altre imprese.

Per questo motivo il movimento olimpico e il CIO devono intraprendere seri passi per migliorare le condizioni di lavoro in queste fabbriche, in particolare modificando i contratti di licenza e sponsorizzazione.

A detta dei promotori della campagna, finora le associazioni olimpiche hanno ignorato in modo inaccettabile questo scandalo. Se il CIO indica la via, sarà seguito anche dai comitati nazionali e dai produttori.

Obbiettivo Pechino

Poiché l'equipaggiamento sportivo degli atleti, le uniformi dei collaboratori e gli altri articoli delle olimpiadi di Atene 2004 sono già stati prodotti, va formulato un piano d'azione in vista dei giochi di Pechino nel 2008.

La campagna olimpica ha ottenuto anche il sostegno del Parlamento europeo, che nei giorni scorsi ha chiesto alla commissione di collaborare con l'Organizzazione internazionale del lavoro (OIT), affinché il CIO introduca nella sua Carta il rispetto dei diritti del lavoro riconosciuti internazionalmente.

Organizzazioni di politica dello sviluppo, protezione dei consumatori e commercio equo, nonché sindacati e associazioni giovanili, sono convinti che se la collaborazione tra CIO, OIT e le imprese di produzione di abbigliamento sportivo riuscisse, i problemi potrebbero esser superati.

Congiuntamente chiedono a gruppi e singoli cittadini di firmare l'Appello olimpico (www.ladb.ch). I risultati della campagna saranno pubblicati in agosto.

swissinfo e agenzie

Fatti e cifre

58 miliardi di dollari il fatturato dell'industria mondiale dell'abbigliamento sportivo.
La tennista Venus William riceve 38 milioni di dollari (in 5 anni) dal suo sponsor Reebok.
Moltissimi lavoratori delle aziende di articoli sportivi nei paesi poveri ricevono un salario orario inferiore a 1 dollaro all'ora.

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