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Fondi neri Scambio di dati: da spauracchio a panacea



La leader storica delle femministe tedesche Alice Schwarzer è una delle celebrità che per anni hanno depositato su un conto bancario svizzero denaro non dichiarato al fisco in Germania

La leader storica delle femministe tedesche Alice Schwarzer è una delle celebrità che per anni hanno depositato su un conto bancario svizzero denaro non dichiarato al fisco in Germania

(AFP)

Il modello dell’imposta liberatoria "Rubik" non è più un’alternativa allo scambio automatico di informazioni. Quest’ultimo sarà adottato dall’OCSE già nel 2014, ma non risolverà i problemi ereditati dal passato.

La femminista Alice Schwarzer, il personaggio di spicco e presidente del FC Bayern Ueli Hoeness e circa altri 25 mila cittadini tedeschi hanno frodato il fisco, depositando il loro denaro in Svizzera senza dichiaralo all’erario del proprio paese.

Negli ultimi anni, migliaia di tedeschi si sono autodenunciati. Ma non lo hanno fatto spontaneamente. A metterli sotto pressione ci hanno pensato, per esempio, i CD rubati contenenti informazioni su possibili evasori fiscali, gli spettacolari e mediatizzati arresti di personaggi famosi, la paura e un programma su scala nazionale che garantisce l’impunità a chi si autodenuncia.

Grazie a questi stratagemmi, molti tedeschi hanno deciso di togliere gli scheletri dall’armadio e di lasciarsi alle spalle il passato non proprio cristallino con le autorità fiscali. Così, negli ultimi anni sono confluiti circa 3,5 miliardi di euro nelle casse dell’erario tedesco. Un successo che in tempi recenti ha contribuito notevolmente a attutire i toni intorno alla disputa fiscale tra Svizzera e Germania.

Alla luce dell’ottimo esito della strategia tedesca, la Francia ha deciso nel mese di giugno dello scorso anno di garantire a sua volta l‘impunità agli evasori fiscali del proprio paese, promettendo loro inoltre “sconti” sui ricuperi d’imposta. Al momento, circa 11mila evasori fiscali francesi hanno approfittato di questa possibilità.

Il nodo italiano

L’Italia ha adottato il 31 gennaio scorso un programma analogo che tuttavia contempla multe più salate per gli evasori fiscali che hanno depositato i loro averi in Svizzera, rispetto a chi li ha nascosti in uno Stato dell’UE. Ma il nuovo decreto di legge prevede che gli elusori che decidono volontariamente di trasferire il loro denaro da una banca in Svizzera a un istituto finanziario in Italia o in un paese dell’UE potranno beneficiare di un trattamento di riguardo, ossia una riduzione della sanzioni amministrative e penali.

Un accordo sull’applicazione di un’imposta liberatoria con l’Italia, grazie a cui sarebbe stato possibile guardare al futuro e regolare finalmente il contenzioso fiscale tra i due paesi, è ormai fuori discussione. Stesso destino sembra spettare anche al modello Rubik; modello che fino ad un anno fa doveva evitare lo spauracchio dello scambio automatico di informazioni.

Scambio automatico di informazioni

Lo scambio automatico di informazioni significa un cambio di paradigma nella lotta per la giustizia fiscale a livello internazionale.

Per l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) è semplicemente la continuazione del modello dello scambio di informazioni su richiesta. L’obiettivo del nuovo sistema, illustrato pubblicamente il 13 febbraio a Parigi, è fare emergere il denaro non dichiarato.

Il comitato degli affari fiscali dell’OCSE, di cui fa parte anche la Svizzera, ha stabilito che lo standard dello scambio automatico di informazioni verrà presentato ai ministri delle finanze del G-20 al vertice di Sydney, il 22 e il 23 febbraio.

Il nuovo standard globale precisa quali dati debbano essere condivisi, quali siano i fornitori di servizi finanziari toccati, quali doveri di diligenza debbano essere rispettati e a quali contribuenti si applichino le nuove regole.

Lo standard non menziona alcuna regola riguardo ai problemi ereditati dal passato.

Il comitato degli affari fiscali dell’OCSE intende approvare il nuovo modello nel giugno 2014 e in settembre spetterà al G-20 dare l’avvallo a livello politico.

Poi, non appena il Consiglio dell'OCSE prenderà la decisione definitiva, questa sarà vincolante per i Paesi membri dell'OCSE, tra cui la Svizzera.

Nel giugno 2013, il governo elvetico ha incaricato l’amministrazione federale di collaborare nell’elaborazione delle nuova modalità di scambio.

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Ambiziosa tabella di marcia

“A livello internazionale, la strada imboccata è chiara e punta verso lo scambio automatico di informazioni, valido per tutte le piazze finanziarie. Per questo motivo non intendiamo promuovere in maniera attiva nuovi accordi sull’imposta alla fonte con altri Stati. Invece, siamo interessati a una regolarizzazione dei problemi ereditati dal passato sulla base di un’imposizione alla fonte”, spiega Mario Tuor, responsabile della comunicazione presso la Segreteria di Stato per le questioni finanziarie internazionali.

La tabella di marcia dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) non è ambiziosa solo sulla carta. Infatti, il modello verrà presentato ufficialmente il prossimo 22 febbraio durante l’incontro ministeriale del G-20 a Sydney e dal settembre 2014 sarà vincolante.

La Svizzera, come membro dell’OCSE, ha partecipato all’elaborazione dell’accordo quadro, esponendo le proprie richieste principali, ossia lo scambio reciproco di dati, uno standard minimo in materia di sicurezza e il principio di regole uguali per tutti gli Stati.

In Svizzera, l’ultima parola spetta al popolo

Osservatori internazionali prevedono che Stati come la Germania, la Gran Bretagna o gli Stati Uniti adotteranno lo scambio automatico di informazioni già nel 2015. Nella Confederazione, invece, il processo decisionale è lungo e le tappe principali sono una procedura di consultazione, un dibattito parlamentare e una possibile votazione popolare.

Tuttavia, soltanto adottando lo scambio automatico di informazioni la Svizzera eviterà di finire sulla lista nera dell’OCSE. Questo standard valido a livello internazionale obbligherà gli istituti di credito a segnalare i dati bancari dei loro clienti esteri alle autorità fiscali elvetiche, che a loro volta dovranno inviare queste informazioni all’erario dei rispettivi paesi. Grazie a questa strategia, in futuro, sarà molto difficile eludere il fisco del proprio Stato.

Clienti sotto pressione

Anche l’Associazione svizzera dei banchieri si è adeguata alle nuove condizioni e non rifiuta più lo scambio automatico di informazioni, a cui si opponeva ancora un anno fa. “Tutti i segnali indicano questa direzione. Quindi anche noi siamo disposti ad adeguarci a tale standard valido a livello internazionale”, dice a swissinfo.ch Thomas Sutter, responsabile della comunicazione presso l’Associazione svizzera dei banchieri.

“Tuttavia, la Svizzera deve fare in modo di trovare una soluzione per regolarizzare i problemi ereditati dal passato con i paesi che adottano lo scambio automatico di informazioni. Tale soluzione deve essere semplice e leale e non deve prevedere alcuna conseguenza penale per le persone colpevoli di sottrazione semplice”.

Le banche elvetiche si augurano che i loro clienti stranieri regolarizzino i propri averi in Svizzera prima dell’introduzione dello scambio automatico di informazioni. Per questo motivo, li invitano a farlo quanto prima. Le banche sono addirittura disposte a chiudere i conti di quei clienti che non rispetteranno le condizioni poste entro la scadenza.

La Germania “sarebbe un allievo modello per gli Stati dell’UE”, ricorda Sutter. “Abbiamo soddisfatto tutti i criteri per regolarizzare il passato. Da alcune settimane godiamo di un accesso facilitato e con il programma di autodenuncia abbiamo trovato un’ottima soluzione”.

Italia sommersa dai dati bancari

Se il contenzioso fiscale con la Germania e la Francia si è via via appianato, con l’Italia una possibile soluzione non è per il momento in vista. Tuttavia, un accordo per l’applicazione dell’imposta liberatoria sarebbe auspicabile, illustra a swissinfo.ch Sergio Rossi, professore di economia all’Università di Friburgo. “Con il programma di autodenuncia – il cosiddetto “voluntary disclosure” – deciso dall’Italia, la Svizzera non può più chiedere una contropartita. Inoltre, lo scambio automatico di informazioni non risolve completamente i problemi ereditati dal passato”.

L’economista crede che “per paura delle conseguenze penali i titolari di conti all’estero non si autodenunceranno”. Per questo motivo, anche l’Italia dovrebbe essere interessata a trovare un accordo volto a favorire il rientro dei capitali detenuti all’estero dai contribuenti italiani.

Secondo Sergio Rossi, l’Italia nutrirebbe un certo interesse nei confronti di un accordo per l’applicazione dell’imposta liberatoria non solo per la sua precaria situazione finanziaria. Difatti, se da una parte l’introduzione dello scambio automatico di informazioni impedisce l’evasione fiscale, dall’altra il controllo dell’enorme quantità di dati pone le autorità fiscali di fronte a una sfida quasi ciclopica. “Rispetto alla Germania e alla Francia, l’Italia non dispone di un apparato amministrativo capace di valutare in futuro tutte le informazioni provenienti dalla banche elvetiche”, sostiene il professore dell’Università di Friburgo.

Imposta liberatoria "rubik"

A causa della grande pressione sul segreto bancario e per risolvere il problema dell'evasione fiscale, la Svizzera ha sviluppato alcuni anni fa il modello dell’imposizione alla fonte con effetto liberatorio per i clienti esteri delle banche elvetiche.

Si tratta di una sorta di imposta alla fonte alla quale sono sottoposti tutti i redditi di capitali mobili. L’aliquota d’imposta è fissata nei relativi accordi che la Svizzera conclude con i singoli Stati. Può andare dal 10 al 50% a seconda dei paesi. I detentori di conti godono dell’anonimato.

L'imposta è prelevata in Svizzera e riversata all'erario del paese dove risiede il detentore del conto. Questi è così "liberato" dagli obblighi fiscali con il proprio paese.

Finora, la Svizzera ha concluso accordi sull'imposizione alla fonte con l'Austria e la Gran Bretagna. Entrambi sono entrati in vigore il 1° gennaio 2013.

Il governo svizzero aveva raggiunto un'intesa anche con il governo tedesco, ma in Germania l'accordo è stato bocciato dalla Camera dei Länder (Bundesrat) nel dicembre 2012. Anche la Francia rifiuta l'imposta liberatoria.

La Svizzera intendeva trovare un accordo per l’applicazione dell’imposta liberatoria anche con altri Stati, come l’Italia, la Grecia o la Spagna. Tuttavia le attività in seno all’OCSE volte a elaborare uno standard per lo scambio automatico di informazioni hanno bloccato le trattative.

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(Traduzione dal tedesco: Luca Beti), swissinfo.ch


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