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Filippini, un filosofo svizzero per l'Italia

Enrico Filippini a tu per tu con la sua macchina per scrivere

(Marialuisa Volonterio)

A 20 anni dalla sua scomparsa, Enrico Filippini continua ad essere ammirato in Italia. Con la Svizzera ebbe un rapporto difficile. La cattedra del Politecnico di Zurigo gli fu negata per motivi politici.

«Come accadde per molti uomini di cultura svizzeri, anche quella tra Enrico Filippini e la Svizzera non fu una storia d'amore»: è Christoph Riedweg, direttore del Centro culturale svizzero di Roma, ad introdurre con queste parole la giornata dedicata alla commemorazione dell'intellettuale valmaggese, scomparso venti anni fa.

Il «Nani», come lo chiamavano gli amici, aveva scelto l'Italia. Giovanissimo s'iscrisse a Filosofia a Milano, dove fu l'alunno più brillante di Enzo Paci. La sua storia, davvero non ordinaria, è stata ripercorsa in tutti i suoi aspetti da una decina di oratori, italiani e ticinesi.

Fu «tante cose», il Nani. Non solo scrittore e filosofo, ma anche fecondo promotore editoriale (Feltrinelli, Einaudi, Il Saggiatore, Bompiani), traduttore apprezzato già quando era giovanissimo (per esempio dei testi filosofici di Husserl), e fu lui a portare in Italia autori latino-americani come Gabriel Garcia Marquez, o di lingua tedesca, come Max Frisch e Friedrich Dürenmatt. E poi, ancora, sceneggiatore, regista, comprimario dell'avventura dell'avanguardia italiana col Gruppo 63, che annoverava tra, gli altri, Umberto Eco.

Patria matrigna

Ma ci fu una cosa che Enrico Filippini non fu: uno svizzero che legava con la Svizzera (a questo problematico rapporto è parzialmente dedicato un libro di Guglielmo Volonterio).

Sentimento ricambiato, dice la figlia Concita, docente a Zurigo e tra gli organizzatori del convegno romano: «Per lui non fu facile, ma del resto, pur continuando ad amare molto la sua valle, considerava la Svizzera un paese troppo chiuso, ottuso, piegato su sé stesso».

Il momento più difficile fu quando non gli assegnarono la cattedra d'italiano che era stata di De Sanctis al Politecnico di Zurigo. Concita Filippini non ha dubbi: «Ho anzi la certezza che quella fu anche una decisione di natura politica: al tempo dello scandalo svizzero delle schedature riuscii a recuperare la fiche relativa a mio padre, e le informazioni che conteneva dicono chiaramente che la valutazione non fu solo di tipo accademico». Quella bocciatura lo amareggiò, anche se, assicura la figlia, «mio padre trovava il modo di scherzarci sopra».

Rifiuto liberatore

«Per lui fu molto meglio così», ci assicura Paolo Mauri, suo amico e collega alle pagine culturali de La Repubblica, dove Filippini approdò nel 1977, voluto dal fondatore e "padre padrone" Eugenio Scalfari.

«Probabilmente lui vedeva in quella cattedra una sorta di consacrazione, ma conoscendolo sono convinto che si sarebbe annoiato già dalla seconda lezione». Troppo eclettico, poliedrico, onnivoro il ticinese, che a Repubblica riusciva a stupire tutti, affrontando con straordinaria capacità, e anche in tempi strettissimi, argomenti culturali diversissimi.

«Semmai – è convinto Paolo Mauri – il suo rimpianto fu di non aver scritto il capolavoro a lungo inseguito e che non scrisse solo perché non poteva produrre nulla che nel suo giudizio non fosse perfetto».

Imprendibile

E il suo rapporto con la Svizzera? «Non è che ne parlasse molto», confida Mauri. «Ho sempre avuto l'impressione che un peso potesse averlo avuto la rigidità del padre ispettore scolastico. Naturalmente rimanevano gli affetti, ma ricordo che il Nani fece di tutto, anche se inutilmente, per ottenere la cittadinanza italiana».

Probabilmente è dello stesso Mauri la descrizione più bella e appropriata di Enrico Filippini: «L'imprendibilità era la sua dote magnifica», nel senso che «non si lasciava prendere e incapsulare da nessuna categoria, che fosse la filosofia l'editoria o il giornalismo».

Inutile chiedersi se il tempo avrebbe potuto stemperare il difficile rapporto con il paese d'origine. Un interrogativo spezzato dal tumore che si portò via, a soli 54 anni, l'uomo che, coi capelli brizzolati, «era ancora il ragazzo che dà l'assalto alla vita».

swissinfo, Aldo Sofia, Roma

Enrico Filippini

Nasce a Locarno nel 1932. Muore a Roma nel 1988.

Originario della Vallemaggia, consegue il diploma magistrale in Ticino. Studia a Milano, Berlino e Monaco. Si laurea nel 1958 con un tesi sui movimenti giovanili e le ideologie pedagogiche nella Germania degli anni 1890-1930.

Lavora come consulente letterario per la Feltrinelli (1958-1968). Poi, negli anni del terrorismo, passa alla Bompiani.

Traduce dal tedesco testi di filosofia (Edmund Husserl, Walter Benjamin) e narrativa (Dürrenmatt, Frisch, Grass). È tra i cofondatori del Gruppo 63.

Si trasferisce a Roma nel 1976 come collaboratore della pagina culturale del quotidiano La Repubblica.

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Per saperne di più

Una selezione di quasi 500 articoli scritti da Filippini per Repubblica è stata pubblicata da Einaudi nel 1990 col titolo «La verità del gatto». Introduzione di Umberto Eco.

Alcuni racconti di Filippini sono stati raccolti in un volume pubblicato da Feltrinelli nel 1991 col titolo «L'ultimo viaggio».

«Il delitto di essere qui. Enrico Filippini e la Svizzera» è il titolo di un libro scritto da Guglielmo Volonterio e pubblicato da Feltrinelli nel 1996.

A Filippini è dedicato il documentario «Enrico, Nani o il Filippini» della Televisione Svizzera di lingua italiana (TSI).

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