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Espresso, per favore

Keystone Archive

Negli anni ’40 e ’50 vennero in Svizzera per cercare lavoro. Qui sono rimasti e qui sono invecchiati.

Questo contenuto è stato pubblicato il 30 dicembre 2004 - 13:11

Nella casa di cura Erlenhof di Zurigo c’è un reparto speciale per gli anziani immigrati dai paesi mediterranei.

Finocchi e non Sauerkraut, “la piazza” per la sala comune, espresso e non caffè lungo. Queste le regole del reparto H nella casa di cura Erlenhof di Zurigo.

Nella “piazza” un gruppo di attempate signore e signori discutono animatamente. La radio diffonde la voce di un cantautore italiano. Nella sala accanto, un gruppo di eleganti signore beve il caffè mentre discute di pettinature.

Il reparto H è stato creato per accogliere immigrati che hanno passato gran parte della propria vita a Zurigo, ma che non si sono mai ben integrati, perché l’integrazione non era un tema negli anni ’40 e ’50.

Sono stati fatti venire qui per lavorare, ma in realtà ci si aspettava che tornassero nei propri paesi d’origine.

Il tedesco non era obbligatorio

“Per queste persone non era obbligatorio imparare il tedesco. Molti facevano mestieri per cui non era necessario”, spiega la direttrice Brigitte Büchel. Messi in una struttura in cui il personale non sapeva parlare la loro lingua, questi anziani finivano spesso per ammutolire.

Erlenhof è una delle cliniche più antiche di Zurigo, amministrata dalla diaconia di Nidelbad. Un’istituzione protestante nata nel 1906 come missione caritatevole.

Nel reparto H risiedono 19 anziani, dieci italiani, due spagnoli, un somalo e cinque ticinesi. L’unico svizzero-tedesco è il signor W., che parla di tutto con gli altri pensionati, ma nella sua lingua. Quando gli rispondono in italiano, non capisce nulla.

“Crede di essere in vacanza”, racconta la caporeparto, Caterina Scuderi, oriunda italiana. Il personale è tutto di lingua madre italiana o spagnola, questo fa parte del concetto.

“Qui lavorano persone che conoscono bene i problemi dei migranti”, continua la direttrice.

Un vero espresso

Vengono prese in considerazione le esigenze dei pazienti, in particolare il mangiare e la cultura dello stare insieme. “I pasti sono un momento di socializzazione”. Così ad esempio non viene mai servito il caffelatte con pane e marmellata a cena. Non si mangia mica così la sera.

La cena deve essere sempre calda, come si usa nei paesi meridionali, e dopo pranzo non si beve il caffè lungo ma un vero espresso. Alcuni pazienti preferiscono pranzare alla caffetteria, che chiamano “ristorante”.

La signora Scuderi sottolinea come il reparto si distingua dagli altri soprattutto per il senso di socialità. Ad esempio la “nonnina”, che ha novant’anni ed è sulla sedia a rotelle, viene coinvolta nei discorsi degli altri pazienti.

Pochi farmaci

Una constatazione che ha fatto regolarmente la direttrice della clinica è che la salute dei pazienti spesso migliora dopo l’ammissione al reparto. “L’impiego di psicofarmaci è minimo e i sonniferi sono stati ridotti drasticamente. Le persone sono più sveglie e la demenza in alcuni casi è stata bloccata.”

Per i pazienti il modo di vestirsi e di presentarsi è molto più importante che per altri residenti svizzeri, e secondo Caterina Scuderi “Anche la sessualità e l’erotismo sono temi ricorrenti di conversazione.”

Recentemente un paziente ha comprato in una boutique della Langstrasse un reggiseno rosso a punta per una paziente, che aveva detto di non portarne più da vent’anni. Ora la signora il suo reggiseno rosso non se lo toglie più.

Quando ci sono compleanni o muore qualcuno, conclude la caporeparto: “Arriva una ventina di parenti e durante i momenti di visita l’intero reparto si riempie. Da noi c’è sempre movimento”.

swissinfo e Luzia Schmid, ats
traduzione, Raffaella Rossello

Fatti e cifre

A Zurigo circa 3600 anziani, tra cui un centinaio di italiani o spagnoli, vivono in case di riposo o di cura.
In totale a Zurigo vivono 2921 stranieri al di sopra di 70 anni: 1007 italiani, 102 spagnoli, 9 portoghesi.

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