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E tu per cosa saresti disposto ad uccidere?

Il museo storico di Berna presenta la mostra "Crimini di sangue, un'esposizione sulla vita" RDB

Il museo storico di Berna presenta una mostra sui crimini violenti, nella loro dimensione storica e contemporanea. Un'occasione per interrogarsi sulle proprie rappresentazioni e rimettere l'esistenza umana al centro del dibattito.

Questo contenuto è stato pubblicato il 06 ottobre 2011 - 16:41
swissinfo.ch

Sono quasi le dieci di sera a Perugia e sulla piazza antistante il palazzo di giustizia migliaia di persone stanno aspettando la sentenza d'appello per l'omicidio di Meredith Kercher. Diretta tv, prime pagine dei giornali, approfondimenti, analisi: da settimane i media italiani ed internazionali riportano nei minimi dettagli la vicenda di Amanda Knox e Raffaele Sollecito, incarcerati nel 2007 con l'accusa di aver ucciso la studentessa inglese per poi essere assolti quattro anni più tardi.

Come spiegare questo interesse quasi morboso per i fatti di sangue? Il successo delle serie televisive poliziesche, dei libri gialli o l'attenzione mediatica consacrata agli omicidi più cruenti? Se da un lato queste storie rispondono a una sete di voyeurismo e sensazionalismo, dall'altra incitano a un dibattito etico sul modo in cui una società affronta la morte violenta, gestisce i criminali e interpreta le cause dei loro atti.

Crimini di sangue: un'esposizione sulla vita

Con "Crimini di sangue, un'esposizione sulla vita", il Museo storico di Berna affronta questo delicato tema con pudore, nelle sue dimensioni storiche e attuali. «L'esposizione propone uno spazio di riflessione critica, invita il pubblico ad interrogarsi sulle proprie rappresentazione e certezze», spiega il direttore Jakob Messerli.

I temi affrontati sono molti, dal valore della vita umana, alle divinità assassine, la guerra, il terrorismo, gli omicidi seriali, ma anche il suicidio o l'aborto. Tante domande, ma nessuna risposta perché – come ci spiega Messerli – «l'obiettivo della mostra non è quello di tracciare una linea tra il bene e il mane, ma di far prendere coscienza della fragilità della vita – la propria o quella degli altri – e rimettere così l'esistenza umana al centro del dibattito».

E se un tempo erano i tamburi ad annunciare i fatti di sangue alla popolazione locale, oggi sono i mass-media a diffondere ai quattro angoli del pianeta le notizie più scioccanti in una frazione di secondo. «Ma qual è il confine tra il dovere di informazione e la volontà di alimentare una sete di voyeurismo che sembra sempre più pagante?», si interroga  Messerli. «Dove si ferma la nostra curiosità?».

A spasso con un serial killer

Progettata dal museo storico di Lussemburgo, l'esposizione bernese ripropone le 15 sezioni tematiche originali, adattandole però in molti casi alla realtà svizzera. Così, nella stanza dedicata ai serial killer si possono vedere i medicinali utilizzati dall'«angelo della morte», l'infermiere 36enne che tra il 1995 e il 2001 uccise almeno 7 anziani pazienti in tre cantoni svizzeri.

In altri casi o in altri tempi, queste prove scientifiche messe a disposizione dalla polizia di Lucerna avrebbero anche potuto ispirare la creazione di veri e propri oggetti di culto. È quanto accade negli Stati Uniti dove nei negozi di  souvenir si trovano gli oggetti più disparati, alcuni dei quali dedicati ai più famosi serial killer al mondo.

E così, anche dietro le vetrine del museo di Berna, ci sono libri e dvd che raccontano la storia di questi criminali, al fianco di una maglietta per bebè con l'immagine di Ted Bundy, responsabile di aver violentato e ucciso 36 donne tra gli anni Settanta e Ottanta.

Guglielmo Tell: eroe o assassino?

Tra le diverse tematiche affrontate, il museo storico dedica ampio spazio anche ai crimini di guerra: dal genocidio nazista a quello di Srebrenica, dal ruolo dei soldati in conflitto a quello dei dittatori e dei presunti terroristi.

«Quando un popolo è oppresso e i suoi diritti fondamentali sono violati, l'omicidio politico sembra essere l'ultima alternativa possibile», spiega Jakob Messerli. «Ma la sua giustificazione dipende dal sistema di valori di ogni individuo o dal modo in cui una società interpreta un dato evento».

Era giustificato assassinare Bin Laden? E Benito Mussolini? Non era sufficiente catturarlo invece di ucciderlo? E una volta di più, il museo di Berna non risponde a questi interrogativi ma ne affianca un altro, per lo meno sorprendente.

Non sarà che Guglielmo Tell era un assassino? La storia vuole che l'onesto cacciatore uccise il balivo Gessler che gli aveva imposto la prova della mela posta sulla testa del figlioletto Walter. «È così che un omicidio gioca un ruolo chiave nella fondazione del mito svizzero», ricorda Jakob Messerli, «ma si ritrova anche a più riprese nella mitologia greca – da Zeus ad Apollo – o nella religione cristiana con Abele e Caino, Erode o lo stesso Dio che fa morire gli egiziani nel Mar Rosso».

Il lato oscuro dell'economia

A volte, dietro a questi crimini di sangue, si nasconde anche la mano invisibile dell'economia. «Il suo ruolo viene spesso occultato, ma è un dato di fatto che in molti casi il diritto dell'individuo all'integrità viene subordinato agli interessi economici e va a scapito della vita umana», ammette il responsabile del progetto Simon Schweizer.

«Pensiamo ai telefonini prodotti con le materie prime estratte nella Repubblica democratica del Congo, dove i minatori lavorano in condizioni disumane e i profitti vengono utilizzati per acquistare nuove armi e alimentare la guerra».

Oltre ai cellulari insanguinati e ai vasi fatti d'amianto, il museo di Berna porta l'esempio della Ford che negli anni Settanta aveva messo sul mercato la Pinto per contrastare il maggiolino. Quest'auto a buon mercato presentava però un difetto al serbatoio e rischiava di incendiarsi al minimo incidente. «Scoperto il difetto, la Ford aveva deciso che era più economico indennizzare le vittime che ritirare le vetture».

Uccidere per soldi, per gelosia, per legittima difesa o semplicemente perché un paese democratico ce lo ordina. Uccidere per eliminare un tiranno o per porre fine alla nostre sofferenze o a quelle altrui. E tu per cosa saresti disposto ad uccidere? Una domanda alla quale il pubblico è invitato a rispondere al termine dell'esposizione, affrontando di petto l'ombra nera nascosta in ognuno di noi.

Crimini e delitti

Per la prima volta nel 2011 è stata pubblicata la statistica della criminalità con i dati uniformati per tutta la Svizzera. Le cifre si riferiscono al 2009.

Emerge così che nell'anno in rassegna le armi da fuoco sono state utilizzate in 55 dei 236 casi di omicidi o tentati omicidi (23,3%), in 11 casi di

lesioni gravi (2,1%) e in 416 casi di rapina (11,8%).

Nel 70% dei casi la persona sospettata e la vittima di un omicidio si conoscevano.

Il 46% delle vittime era in relazione domestica con la persona sospettata, nella maggior parte dei casi si trattava del o della partner attuale o precedente (28% delle vittime).

 

(Fonte: Ufficio federale di statistica)

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Pena di morte

In totale sono 139 i paesi nel mondo, ossia due terzi, ad aver abolito la pena di morte per legge o nella pratica (de facto), mentre in 58 Stati è tuttora in vigore.

- 95 paesi hanno abolito la pena di morte per ogni reato.

- 9 paesi l’hanno abolita salvo per reati eccezionali, come quelli commessi in tempo di guerra.

- 35 paesi sono abolizionisti de facto poiché non vi si registrano esecuzioni da almeno dieci anni oppure hanno assunto un impegno a livello internazionale a non eseguire condanne a morte.

Nel 2010, sono state messe a morte almeno 527 persone in 23 paesi e sono state emesse almeno 2’024 condanne a morte in 67 paesi.

Questi dati, tuttavia, non includono le migliaia di esecuzioni che si ritiene siano avvenute in Cina, paese che ancora rifiuta di divulgare dati e statistiche sull’uso della pena di morte.

La Svizzera ha abolito la pena di morte in tempo di pace nel 1942 con l'entrata in vigore del codice penale unificato. Nel 1992 è stata soppressa anche in caso di guerra. Ora il bando assoluto è garantito dalla Costituzione federale (articolo 10).

(Fonte: Amnesty International, ottobre 2011)

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