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Dopo la "mucca pazza" i "gatti pazzi"

Fino al dicembre 2000 sono già stati accertati molti casi di encefalopatia spongiforme felina, la maggior parte dei quali in Inghilterra Keystone Archive

Si estende a macchia d'olio lo scandalo della "mucca pazza". Dopo le drastiche misure prese a protezione dell'uomo, ci si preoccupa della salute degli animali domestici. In effetti le farine animali riciclate nei cibi per animali da compagnia potrebbero trasmettere loro l'encefalopatia spongiforme.

Questo contenuto è stato pubblicato il 01 febbraio 2001 - 08:53

Il morbo della "mucca pazza" minaccia non solo bovini ed esseri umani, ma tutta una serie di animali tra cui spiccano cani e gatti domestici. Il veicolo di trasmissione sembra essere il cibo industriale, il cosiddetto "pet-food", fabbricato con farine animali e resti di bovini infetti.

Si sospetta che in molti paesi produttori la pratica, usuale per anni, sia andata avanti tranquillamente anche dopo gli ultimi scandali; anzi, alcune fabbriche riciclerebbero proprio così le farine vietate nell'alimentazione dei capi d'allevamento.

In Svizzera queste procedure sono rigorosamente vietate; il problema tuttavia rimane, visto che la maggior parte dei cibi industriali per cani e gatti venduti nella Confederazione proviene dall'estero. Certo, esistono direttive per la qualità dell'import e convenzioni tra Svizzera e stati produttori, ma alla frontiera non si pratica nessun controllo per accertare l'eventuale presenza di prioni in scatolette e biscotti importati.

L'associazione italiana "Gaia", che ha lanciato l'allarme riciclaggio assieme ad altre associazioni ecologiste europee, sta ora preparando un libro per denunciare i veri "ingredienti" del "pet-food" fabbricato in Europa ed America. Vi si trovano ad esempio scarti da macello di tutti i tipi, grassi in cui si accumulano sostanze cancerogene, cereali, barbabietole ricche di zucchero (pericoloso per cani e gatti), farine di pesce e di carne.

Le conseguenze non si sono fatte attendere: una novantina di casi accertati di encefalopatia spongiforme felina in Inghilterra fino al dicembre 2000, 3-5 in Irlanda, uno in Norvegia e uno nel Liechtenstein, in un gatto nato anni prima in Svizzera, nel Canton San Gallo. Tra gli animali colpiti si segnalano anche ovini e visoni, mentre per il possibile contagio dei cani non c'è ancora una sicurezza scientifica.

Il problema è che una diagnosi certa può essere raggiunta solo dopo la morte dell'animale, con un test sul suo cervello. Dati anche i costi dell'esame, nei paesi in cui non c'è una capillare ricerca scientifica i proprietari vi rinunciano, contribuendo ad alterare le cifre.

Non sono poche, intanto, le voci di veterinari ed esperti secondo cui i casi di encefalopatia spongiforme accertati finora sarebbero solo la punta di un iceberg. Il fenomeno, in realtà, si estenderebbe in profondità in tutte le categorie animali.

Alessandra Zumthor

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