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Natalità La crisi svuota le culle?

Dallo scoppio della crisi, il tasso di fecondità in Italia è diminuito. Un fenomeno che si ritrova in molti altri paesi del sud dell’Europa. L'effetto della crisi economica sulla natalità non è però così certo, spiega Philippe Wanner, professore di demografia all’Università di Ginevra.

un bebè in braccio a una infermiera

L'Italia ha uno dei tassi di fecondità tra i più bassi d'Europa.

(Keystone)

“Per l’Italia abbiamo rilevato dal 2011 al 2015 una riduzione dell’8% del tasso di fecondità generale, calcolato su donne in età fertile. Nello stesso periodo anche il tasso di disoccupazione è aumentato da circa il 7 al 13%”. È quanto ha affermato mercoledì Carla Guerriero, del Centro per gli studi in economia e finanze dell’Università Federico II di Napoli, durante una tavola rotonda intitolata “Nascere oggi in Italia”, organizzata nell’ambito del convegno della Società italiana di pediatria a Napoli.

Dalle 576'000 nascite del 2008, nel 2016 ne sono state registrate in Italia solo 474'000. “Questi anni sono quelli della recente crisi economica”, ha sottolineato Mario De Curtis, ordinario di Pediatria dell’Università Sapienza di Roma, citato dall’ANSA.

Dal grafico seguente, la correlazione tra aumento della disoccupazione e calo del tasso di fecondità sembrerebbe evidente. 

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Tasso di disoccupazione e di fecondità in Italia e Grecia

"La diminuzione della natalità è determinata da molti fattori – ha spiegato De Curtis- ma le considerazioni economiche, legate all'aumento della povertà e della disoccupazione giovanile hanno indubbiamente un ruolo importante".

Un legame non così certo

Il direttore dell’Istituto di demografia dell’Università di Ginevra Philippe WannerLink esterno è più circospetto: “La causalità tra crisi economica e diminuzione del tasso di fecondità non è così assodata”, ci spiega. “Ci sono altri elementi che giocano un ruolo più importante, ad esempio la politica famigliare, le aspirazioni personali, il mercato dell’alloggio…”.

In passato, vi sono stati periodi contraddistinti da un forte calo del tasso di fecondità senza che vi fosse una crisi economica, come ad esempio in Svizzera tra il 1965 e il 1975.

Non solo. Secondo alcune teorie microeconomiche, la crisi potrebbe addirittura spingere verso l’alto la natalità. “Se vi è lavoro, se la situazione economica è buona, ci si dedica di più al lavoro e non si ha per forza voglia di procreare. Se invece si è senza lavoro, si ha più tendenza a fare figli”, spiega Wanner.

Politiche famigliari

La situazione di scarsa natalità nei paesi del sud dell’Europa può essere spiegata forse di più con la politica famigliare che con la crisi. “Questi Stati sono poco intervenzionisti, mentre nell’Europa del nord o in paesi come la Francia, vi sono molte misure che favoriscono le nascite. Penso ad esempio ai lunghi congedi maternità nei paesi scandinavi o al livello degli assegni famigliari in Francia”, osserva il professore di demografia.

La Svizzera applica dal canto suo un modello piuttosto germanico, con uno Stato poco intervenzionista. Si situa un po’ a metà strada tra i paesi del nord e quelli del sud, ciò che si riflette anche sul tasso di fecondità.

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Numero medio di figli per donna

Se vorrà recuperare il terreno perduto, l’Italia dovrà quindi dirigersi verso un maggiore intervenzionismo. "Servono più incentivi per conciliare lavoro e maternità, ha sottolineato durante il congresso a Napoli Carla Guerriero. Per alcuni, come il bonus mamma o il bonus bebè, non sappiamo ancora quale sarà l’impatto, ma tendenzialmente dovrebbe essere positivo”. 

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