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Maratona teatrale A Nanterre, artisti svizzeri esplorano il futuro del maggio ‘68

I fratelli Chapuisat prendono possesso del Théâtre des Amandiers di Nanterre, laddove tutto è iniziato nel 1968. Massimo Furlan e Claire de Ribaupierre hanno scelto una loro scenografia per lo spettacolo-maratona "Gli eroi del pensiero".

Il palco del Théâtre des Amandiers

Scenografia "folle" - Il pubblico si mescola agli attori per una performance di 26 ore: uno spettacolo commemorativo in pieno spirito sessantottino.

(swissinfo.ch)

Nanterre. Il suo campus, immenso e triste. È qui che il 22 marzo 1968 inizia il “maggio ‘68” francese. 150 studenti, guidati da Daniel Cohn-Bendit occupano la torre amministrativa dell’università. Vogliono la liberazione dei militanti del “Comitato Vietnam” arrestati per aver gettato dei sampietrini contro la sede dell’American Express. E chiedono accessoriamente la libertà di movimento notturno per ragazze e ragazzi.

Il 29 marzo gli studenti di Nanterre sfilano a Parigi e aiutano i loro colleghi della Sorbona a occupare la celebre università. La rivolta inizia.

Per commemorare il “maggio” francese e dar vita a nuove utopie, il Théâtre des Amendiers di Nanterre ha convocato degli… artisti svizzeri. Sul palco del teatro si ergono gigantesche strutture di legno ideate dai fratelli Chapuisat.

Capanne? Torrette per rappresentare la repressione del maggio ’68? Niente di tutto ciò. “Queste installazioni sono ispirate ai camini delle fate della Cappadocia. Per noi – aggiunge Grégory Chapuisat – evocano mondi utopici, scappatoie”

Maratona del pensiero

L’idea originale era quella di riprodurre in maniera realistica le colonne di roccia naturale della Turchia che hanno stregato i fratelli Chapuisat. “Ma per questioni finanziarie e di sicurezza siamo passati dal piano A al piano B, al C infine al piano D come ‘dark’: abbiamo dovuto rendere ignifugo il legno poi pitturarlo di nero.” Da qui un risultato abbastanza inquietante, quasi apocalittico.

DA VEDERE

Le Village Hoodoo des Frères ChapuisatLink esterno, fino al 26 maggio, Théâtre des Amandiers, Nanterre.

DA LEGGERE

Les héros de la penséeLink esterno, di Massimo Furlan e Claire de Ribaupierre, edizioni "Les presses du réel".

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Ideale per la decorazione dell’opera di due artisti svizzeri un po’ “folli” come i fratelli Chapuisat: Massimo Furlan e Claire de Ribaupierre. Sabato scorso alle 14 un “gong” vibrante, sonoro ha aperto la maratona teatrale degli “Eroi del pensiero”. Sul palco una decina di ricercatori, antropologi, storici, filosofi e artisti interessati dal maggio ’68 e dalla sua risonanza attuale.

Maestra di cerimonia, completamente vestita di nero, Claire de Ribaupierre annuncia con una parola tirata a sorte l’orientamento del dibattito: “A come anarchico”. Massimo Furlan canta la parola a modo suo, un po’ infantile e scherzosa. Poi, nei loro abiti a tre pezzi tutti a quadretti, i partecipanti, che fingono di essere dei sopravvissuti all’apocalisse, iniziano la loro conversazione. Evocano tempi lontani, XX e XXI secolo, dove “l’emancipazione dell’individuo passava dalla collettività”.

Alle 15, cambia la parola: “B come banderuola”. Poi alle 16 “C come campo”. “Ciò che mi interessa, spiega Massimo Furlan, è capire cosa diventa una parola altisonante, al di fuori dal contesto accademico, quando si libera e diviene materia, performance.”

“Loro commemorano, noi continuiamo”

Gli spettatori vanno e vengono. Ne approfittiamo per allontanarci di un centinaio di metri, verso l’università. Cosa resta del maggio ’68 sul campus deserto? Qualche studente veglia davanti all’edificio E. Una banderuola rossa annuncia chiaramente ciò che pensano: “Maggio ’68: loro commemorano, noi continuiamo.”  

“Non siamo gli eredi del maggio ‘68”, afferma Anas studente in psicologia. Con altri colleghi, Anas occupa da un mese l’edificio E per protestare contro la procedura di selezione d’entrata all’università introdotta dal presidente Emmanuel Macron e dal suo governo.

Anas non ha un grande rispetto per i suoi celebri predecessori. “Guardate cosa sono diventati – spiega Anas desolato – i Cohn-Bandit e tutti gli altri: dei liberali, dei pro-Macron!”. Il 9 aprile le forze di polizia sono intervenute per sfollare gli studenti che occupavano l’edificio. “Da allora – si felicita Anas – anche studenti poco politicizzati ci hanno raggiunto”.

Eroi affaticati

Ritorno al Théâtre des Amandiers. Dopo 26 ore di maratona, gli “Eroi del pensiero” sono affaticati. La conversazione è continuata tutta la notte, gli intellettuali si sono permessi qualche ora di sonno sotto delle piccole tende, come in un bivacco di montagna. Alcuni spettatori li hanno raggiungono sulla scena, altri li hanno guardati dai gradini del teatro, affascinati dalla performance semi intellettuale e semi artistica.

Claire de Ribaupierre annuncia l’ultima parola: “Z come zona”. Zona sinistrata o zona da difendere. Percepiamo del sollievo tra i partecipanti: l’esperienza sta terminando e sono fieri d’aver rifatto il mondo. “Ci siamo un po’ bloccati sulla parola “gabbiano”, ammette uno dei partecipanti.

A fine maggio i fratelli Chapuisat distruggeranno il loro “villaggio Hoodoo” di legno nero. “Torneremo in Cappadocia quest’estate per costruire delle specie di arnie per api”, racconta Grégory Chapuisat. Poi torneranno in Svizzera, a Elm dove i due “pirati” inventeranno qualcosa per il decimo anniversario dell’iscrizione del Martinsloch nel patrimonio mondiale dell’Unesco.

"ANARCHITETTI"

“Ci hanno spesso qualificati come scenografi, degli ideatori di decorazioni. Siamo piuttosto degli “anachitetti”, afferma Grégory Chapuisat. Le costruzioni dei Chapuisat sono funzionali: si può camminarci sopra, inciderli, almeno in parte. Come scrive il Théâtre des Amandiers “le loro installazioni trasformano lo spazio e sollecitano la partecipazione attiva dei visitatori e li trasformano in esploratori”. 

Nel processo di costruzione, i fratelli Chapuisat pescano nell’organico, nell’evolutivo. Niente è fissato sin dall’inizio, “si devono trovare delle buone piste”, precisa Grégory.

“Le fasi creative e di realizzazione prendono corpo dopo un lungo periodo di lavoro collettivo, durante il quale gli artisti vivono a volte nella loro opera”, precisa il Centro culturale svizzero di Parigi che li sostiene da lunga data. I fratelli Chapuisat hanno esposto a Chicago, Los Angeles, in Turchia, Polonia, Francia e Svizzera.

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Traduzione dal francese, Riccardo Franciolli

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